Sull'inesistenza della Questione Meridionale


      Andare in frantumi
è una vecchia abitudine delle teorie
(Charlie Chan)



La Questione Meridionale e il Mezzogiorno d'Italia
 

Il dibattito storico sul Mezzogiorno d'Italia dopo l'annessione del regno borbonico da parte della monarchia sabauda, si articola su alcuni temi-base attorno a cui si agitano tesi contrapposte.
Esse costituiscono i punti focali del dibattito sul problema noto come la "Questione Meridionale."
Per comodità espositiva ogni tesi è contrassegnata dal nome del soggetto storico che ne è stato un sostenitore.
 

La Questione Meridionale
 



 

Nota

Queste tesi contrapposte, possono tutte accampare pretese di veridicità in quanto basate tutte su dati reali.
Ma è proprio questa ambivalenza e plurifungibilità che le riduce dal rango di spiegazioni causali (causazioni) a quello di descrizioni di accidenti (occasioni) della storia.
In sostanza, queste tesi sembrano lungi dal poter essere considerate esplicative del mancato sviluppo economico del Mezzogiorno; anzi, paiono aver agito come un velo mascherante le cause effettive alla base della situazione effettiva (passata e presente) delle regioni meridionali.

Per cercare di mettere in luce queste cause è necessario esaminare la concezione di vita delle popolazioni del Mezzogiorno d'Italia, ripercorrendo lo schema elaborato in riferimento ai tipi 'ideali' di società di sviluppo e di nonsviluppo.

Va comunque preliminarmente precisato che:

-  l'abbozzo analitico che si va a delineare presenta caratteristiche  di estrema generalità nel tempo (passato-presente) e nello spazio (campagna-città) proponendosi di dar vita ad una schematica rappresentazione della concezione esistenziale tipo presente nella realtà meridionale ma non ha certo la pretesa di raffigurare tutta la realtà né la realtà di tutti.

-  il quadro di riferimento è costituito dalla società meridionale (ambiente complessivo) e non dal soggetto (il meridionale) se non in quanto parte (attiva o passiva) di questo ambiente. Va cioè tenuta sempre presente la distinzione tra il meridionale e l'ambiente meridionale nel senso che il meridionale in un altro ambiente presenta spesso tratti estremamente diversi rispetto a quelli dell'ambiente meridionale.

-  le considerazioni sulla società meridionale vanno collocate in rapporto al tipo di sviluppo economico quale si è manifestato nell'occidente industrializzato; ma ciò non vuol  dire che questo sia l'unico tipo di sviluppo economico auspicabile o accettabile.


La concezione di vita della società meridionale
 

Morale

Il nonlavoro
Forse come retaggio di alcuni aspetti della concezione morale dei Greci, il lavoro in generale, e quello manuale in particolare, viene tenuto in discredito. Il lavoro è stato ed è, dai più, visto quasi essenzialmente come pena, come sforzo e difatti, spesso,  non si usa l'espressione vado a lavorare ma vado a 'faticare'. Dal momento che la fatica abbrutisce, ne risulta che il signore ('il galantuomo') in questa società è, idealmente, colui che non fa niente pur ricevendo tutto, che vive del lavoro altrui senza essere 'disonorato' dal lavoro, soprattutto da quello manuale. Questa concezione da 'rentier', adattata e modernizzata, è sostanzialmente viva tuttora; anzi, l'innalzamento del tenore di vita permette che sia finalmente praticabile a livello diffuso come ricerca di occasioni di reddito sicuro dissociate da situazioni di impegno lavorativo o con impegno lavorativo scarso o nullo. (vedi quadro statistico: pensioni, lavoratori pubblici)
Ciò non vuol dire che il meridionale, in assoluto, eviti il lavoro (si vedano, ad esempio, gli emigrati che hanno costruito i grattacieli di Manhattan all'inizio del XX secolo) ma solo che la società meridionale, nel suo complesso, è immune dall'etica del lavoro. Questa immunità dal 'contagio' del lavoro è stata e continua ad essere resa possibile da particolari situazioni storiche e geografiche in cui, anche quote ridotte di sforzo lavorativo hanno permesso di soddisfare bisogni elementari (di cibo, di riparo) laddove, a parità di lavoro, in altri contesti storici e geografici, non vi sarebbero che fame e desolazione.
Il consumo
A meno di privazioni imposte dalla natura (cattivi raccolti) o da padroni (esazioni eccessive), sembra mancare al sud la concezione di una vita frugale. Astinenze volontarie sono estranee alla mentalità del meridionale e il riferimento è soprattutto al corpo in generale e al cibo in particolare. Fenomeno tipico del Sud è, ad esempio, la preparazione esuberante di cibo; si mette in mostra, anche attraverso il corpo, il proprio stato di benessere, di floridezza.
Questa esuberanza ('spreco') nel mangiare e nei piaceri corporali in genere si manifesta anche come 'spreco' di tempo e di denaro, spreco nel senso di un loro utilizzo non economicamente produttivo anche se, talvolta, psicologicamente appagante. Per intendersi su questo punto va detto che, spreco di denaro significa anche denaro conservato (la roba denaro), non impiegato e quindi 'sprecato' ai fini della crescita-sviluppo economico interno.

La disonestà
Il meridionale coinvolto negli affari assume, come arma di difesa-offesa verso l'esterno, il raggiro. Strumento e manifestazione del raggiro è la 'bugia' intesa come reinvenzione della realtà (disonestà creativa), arte della commedia (recitazione) e commedia dell'arte di arrangiarsi (improvvisazione). Quindi nuova realtà-verità che non ha nulla da spartire con il falso, allo stesso modo in cui non avrebbe senso definire bugiarda una sceneggiata. Chi prosaicamente trascura l'aspetto artistico-creativo, è in grado di cogliere solo la scarsa sicurezza del commercio, i prezzi fluttuanti ad personam, la perdita di tempo nelle contrattazioni, in una parola, il rischio continuo di essere 'fatti fessi'.
Questa 'disonestà' caratterizza il rapporto economico tra le persone come rapporto di sfiducia reciproca, che non è possibile modificare unilateralmente perché il concedere fiducia non farebbe altro che accrescere la legittimità della truffa in quanto sarebbe moralmente riprovevole (da 'fessi') non approfittare della ingenuità altrui.
 


Psicologia

La creatività
La creatività del meridionale è generalmente a livello individuale e non è volta a determinare modifiche nella sfera socio-economica in quanto è soprattutto creatività di tipo prettamente artistico (poetica, pittorica, melodica, oratoria, amatoria, ecc.) è espressione di soggetti che si arrangiano, cioè si danno da fare (professionalmente o no) con l'arte oppure riguarda soggetti esperti nell'arte di arrangiarsi, che richiede anch'essa indubbie capacità artistiche.

La volontà
La capacità volitiva sembra limitata ad alcune sfere di interessi quali, ad esempio, il lato erotico-affettivo, la protezione e il rafforzamento della famiglia. Dal punto di vista economico appare, ad esempio, come volontà di accumulo socialmente improduttivo di beni ('la roba') in vista di una crescente sicurezza personale e familiare, in contrapposizione con l'accumulo capitalistico (modello teorico) che è volto all'impiego produttivo e/o speculativo di beni e risorse personali ad un rischio crescente.
 
 

Filosofia

La concezione esistenziale del meridionale, a livello teorico, è genericamente definibile come filosofia dell'attesa e della pretesa del cambiamento e miglioramento eterodeterminato.
La storia del Mezzogiorno è costellata di usurpatori-salvatori da cui tutti si attendono almeno qualche cosa di più rispetto ai precedenti padroni. Nella filosofia meridionale si intrecciano e si confondono questi vari aspetti: da una parte si sa che non cambierà mai nulla anche se dovesse cambiare tutto (fatalismo) tant'è che alcuni preferiscono cambiare formalmente tutto per non cambiare sostanzialmente nulla (conservatorismo); dall'altra si vorrebbe che cambiasse effettivamente tutto senza però fare nulla (miracolismo).
Tra questo tutto e questo nulla, c'è una pratica di vita che è fatta più di consumo (di prodotti, di notizie, di parole, di gesti, ecc.) che di produzione (di beni, di servizi).
Quindi, né filosofia dell'immutabilità perché cambiano i regimi, le mode, i consumi; né filosofia del progresso perché non vi è tensione verso il futuro, non vi è impegno e finalizzazione dei propri atti a un progetto individuale e collettivo di avanzamento civile e culturale. E non vi può essere una filosofia del progresso in una situazione di assenza pressoché totale di entusiasmo attivo (ma chi t'o ffa fa') quale risulta dal sommarsi di rapporti di sfiducia tra le persone (diffidenza) con rapporti di sfiducia tra le persone e gli eventi (fatalismo).


Sociologia

Manca, in generale, una sicura e costante autodisciplina organizzativa che è interiorizzazione di definiti parametri di misura (tempo, spazio, modo, tipo) coinvolgenti gli individui e le cose e i loro reciproci multipli rapporti.
La cooperazione è scarsamente presente, spesso anche a livello elementare, mentre hanno notevole peso particolarismi che sfociano in litigiosità di vario tipo e a vario livello (politico, giudiziario, familiare, di clan) che impediscono o per lo meno ostacolano una autoregolamentazione dell'organismo sociale a fini di efficienza produttiva.
Inoltre, poiché nella scala di valori del meridionale i fini interni di sicurezza e di reddito del suo microcosmo (famiglia) si impongono in maniera miope sui fini di cooperazione verso l'esterno (società), ne risulta un modello socio-produttivo notevolmente inefficiente, con conseguenze negative sotto tutti gli aspetti (qualità, quantità) in termine di produzione di beni e di servizi per tutti.


Tecnologia

Sembra essere carente nel meridionale, tranne le normali eccezioni, un interesse e una volontà di applicazione allo studio metodico concernente problemi definibili genericamente di tipo matematico-fisico-meccanico.
Inoltre, la conoscenza del reale nelle sue componenti grossolanamente materiali (fisiche, chimiche, ecc,) ha una considerazione sociale minore rispetto allo studio delle elaborazioni sul reale (il diritto, la filosofia, l'arte, ecc.).
Tutto ciò ha riflessi negativi sulla dinamica tecnologica e scientifica e conseguentemente sulla produzione di beni e servizi.


 

Prime considerazioni sul Mezzogiorno d'Italia

Dalla concezione di vita così sommariamente delineata e dai rilievi storici schematizzati nelle tesi che hanno dato corpo alla Questione Meridionale, emergono alcuni punti centrali su cui è necessario soffermarsi.
La società meridionale sembra essere stata caratterizzata nel corso della sua storia, e soprattutto nei secoli più recenti, da tre 'mancanze':

Mancanza di una concezione di sviluppo-progresso
Già nel periodo tardo medioevale, mentre altrove rinasce la vita urbana e si allargano le produzioni e i traffici tra città e campagna, e tra i diversi centri urbani, il mondo meridionale rimane chiuso nei feudi e nei paesi arroccati sui monti nel ricordo terrorizzante degli attacchi saraceni.
E successivamente, mentre la nascente rivoluzione industriale contagia l'Europa e la dissemina di opifici, fabbriche, cantieri, rompendo barriere fisiche e mentali, il Mezzogiorno nel suo complesso resta ai margini di tale dinamica.
Di questo passivo quieto vivere è testimonianza il Regno borbonico, chiuso tra l'acqua salata e l'acqua benedetta come soleva dire Ferdinando II, a caratterizzare quasi visivamente la separazione fisica del paese dal mondo esterno.
Manifestazione di questa separazione-alterità è la politica economica caratterizzata da servizi e opere pubbliche scarse e da un elevato protezionismo che concorrono a formare nel Regno una economia stazionaria chiusa in cui talune opere (la prima strada ferrata della penisola, il primo battello a vapore) se indicano un certo interesse alle novità del progresso tecnologico, brillano però come eccezioni più uniche che rare.

Mancanza di spirito imprenditoriale
Mentre i mercanti e i banchieri fiorentini, veneziani, genovesi, lombardi, si muovono attraverso l'Europa manovrando merci e risorse finanziarie, il Sud d'Italia, tranne il caso di Amalfi, peraltro di breve durata, non mostra esempi degni di nota di attività commerciali-imprenditoriali. Si può affermare che lungo tutto il corso delle vicende storiche si manifesta una marcata carenza di spirito imprenditoriale.
Non sorprende quindi il fatto che sotto i Borboni le maggiori industrie e banche del Regno siano frutto dello spirito di intrapresa di individui e gruppi esterni (Egg, Guppy, Meyer, Wenner, Wonwiller, Rothschild, Appelt, Fourquet, Degas, Meuricoffe e molti altri). O che, per stimolare uno spirito imprenditoriale quasi inesistente il governo debba ricorrere a forti incentivazioni, assumendosi gran parte degli oneri, riducendo al minimo i rischi per gli investitori, introducendo forti barriere protettive. Ma tutto ciò, invece di operare nel senso di formare una imprenditorialità locale diffusa, e di irrobustirla attraverso il protezionismo interno, provoca effetti opposti di pressoché totale assenteismo imprenditoriale e di crescente assistenzialismo statale.

Mancanza di capitale
La mancanza di capitale a cui si fa riferimento attiene alla secolare carenza di sapere volto a fini di sviluppo produttivo mostrata dal Sud d'Italia nel corso della sua storia. Quindi non si intende affatto significare mancanza di numerario, di cui pare anzi che, prima dell'annessione, il Regno fosse ben fornito, come indicano i dati sui depositi per abitante o, per altro verso, le notevoli risorse monetarie impiegate nell'acquisto di terre demaniali e di beni ecclesiastici; si intende invece mancanza di sapere idealizzato e materializzato (scienza e tecnica) volto alla produzione di beni e servizi.
Quindi, assenza di sapere produttivo, il che non significa affatto mancanza di sapere tout court, quali ad esempio il sapere giuridico, filosofico, artistico, letterario, in cui il Regno di Napoli, attraverso alcuni individui eccezionali, dà mostra di eccellere nei confronti del resto della penisola.

Se definiamo lo sviluppo economico come l'unione di volontà (spirito imprenditoriale) e di capacità (capitale imprenditoriale) nell'ambito di una concezione socio-esistenziale dinamicamente finalizzata verso obiettivi di avanzamento civile e produttivo (filosofia del progresso), ne risulta che il Mezzogiorno, per un complesso di secolari atteggiamenti mentali e comportamentali che si è cercato di tratteggiare schematicamente e di riassumere nelle 'mancanze' sopra esposte, non è definibile come società di sviluppo ma trova, per molti versi, la sua collocazione nell'ambito delle società di nonsviluppo, pur non identificandosi totalmente con esse.

Arrivati a questo punto dell'analisi, in cui la società meridionale  viene definita (almeno in una prima approssimazione) come società di nonsviluppo, occorre riprendere i fili del discorso in riferimento alla Questione Meridionale formulando due ipotesi riguardanti le cause e le conseguenze della carenza, nella società meridionale, dei fattori posti a base dello sviluppo.

Le cause
Il nonsviluppo del Mezzogiorno è, sostanzialmente, il frutto di caratteristiche interne (fattori autonomi) di civiltà (valori) e non il prodotto di pressioni economiche esterne (fattori eteronomi) definibili con il termine 'sfruttamento'.

Le conseguenze
Il nonsviluppo della società meridionale non sembra portare come conseguenza, almeno attualmente, all'indigenza degli individui né nella dotazione di beni (di riparo, di sostentamento) né nella dotazione di servizi, senza peraltro entrare nel merito della effettiva fruibilità (qualità, efficienza, ordine, regolarità) degli stessi.


Queste due ipotesi
- assenza di sfruttamento dall'esterno
- assenza di indigenza all'interno
vanno verificate e, qualora sufficientemente corroborate, andranno successivamente sviluppate nelle loro conseguenze sia di ordine interpretativo che di proposta di intervento attivo nei confronti della realtà meridionale.

A tal fine verranno evidenziati ed esaminati alcuni aspetti socio-economici concernenti:

- Il Mezzogiorno d'Italia : dati statistici
- Una Regione del Mezzogiorno : la Calabria
- Un Comune della Calabria : Trebisacce

cercando di scendere sempre più nel particolare sia in maniera statistica che impressionistica.


Sull'inesistenza della Questione Meridionale

Il Mezzogiorno d'Italia : dati statistici


Polyarchy