Gian Piero de Bellis

Sull'inesistenza della Questione Meridionale

Considerazioni sul Mezzogiorno d'Italia

(1978 - 1982)

 


 

Ho cercato di estinguere
il fuoco della vostra curiosità
buttandoci sopra una manciata di paglia

(Charlie Chan)

 

L'insieme del quadro statistico-descrittivo fin qui presentato permette di formulare alcune considerazioni generali sulla situazione attuale del Mezzogiorno d'Italia.

In primo luogo, pur senza arrivare a visioni idilliache sulla fertilità e bellezza delle terre meridionali, è tuttavia indispensabile tenere presente che il Mezzogiorno possiede tutta una serie di ricchezze ambientali (agricole e paesaggistiche) per nulla trascurabili né tanto meno minimizzabili.

A questa notevole ricchezza potenziale non sembra corrispondere una pari capacità e volontà di produzione autonoma di beni e di servizi, di modo che, lungi dall'essere autosufficiente o con un interscambio non eccessivamente deficitario, l'economia meridionale, da decenni, importa una buona parte di ciò che consuma.

Per pagare queste merci importate è stato necessario finanziare il consumo attraverso una massa cospicua di trasferimenti monetari provenienti esternamente dal settore statale e da individui (es. rimesse). L'esistenza di questi trasferimenti-donazioni, se da una parte conferma la tesi della mancanza di autonomia dell'economia meridionale, dall'altra esclude quella dello sfruttamento del Mezzogiorno, almeno per quanto riguarda il periodo 1950-1980.

La giustificazione implicita di questi trasferimenti sta nell'obiettivo di riequilibrare le differenze di reddito (consumato e prodotto) fra Nord e Sud.

Queste differenze di reddito, che la registrazione statistica ufficiale fa ascendere al 30% rispetto alla media nazionale, non sembrano però di tale ampiezza, considerato soprattutto il fatto che il calcolo statistico in termini monetari trascura il computo di beni e servizi che non entrano nel circuito mercantile o vi entrano in maniera occulta.

Parallelamente a questi trasferimenti, si è sviluppato un programma più o meno organico di investimenti fissi sia nelle infrastrutture che nelle strutture direttamente produttive.

Questi investimenti, pur se quantitativamente rilevanti, non sono però serviti ad avviare un processo autonomo di industrializzazione. Inoltre la loro resa (produttività del capitale fisso) è stata ed è tuttora inferiore rispetto a quella delle regioni settentrionali.

In definitiva, trasferimenti per il consumo e investimenti per la produzione, invece di innestare un processo di cambiamento strutturale in direzione di una economia produttiva autopropulsiva, hanno rafforzato ed esteso le strutture di nonsviluppo e di dipendenza-assistenza della società meridionale.


L'assieme di queste considerazioni porta a negare l'esistenza di una Questione Meridionale almeno per quanto riguarda l'aspetto:

- geografico: inesistenza di una situazione di povertà naturale;

- economico : inesistenza di una situazione complessiva di indigenza e di sfruttamento;

- antropologico : inesistenza di una situazione di tensione (valori) verso l'industrializzazione e lo sviluppo (produzione e organizzazione).

Se questa, a grandi linee, è la situazione attuale, occorre evitare di affrontare la realtà meridionale secondo antichi pregiudizi o vecchi schemi interpretativi.

Questo vuol dire che vanno superate alcune posizioni passate e presenti, caratterizzabili, per comodità espositiva, dal nome di coloro che le hanno sostenute :

Tesi Orano

Le popolazioni meridionali sono, per questioni di razza, antropologicamente inferiori a quelle del Nord e perciò non è possibile alcun loro autonomo processo di sviluppo civile a meno che non sia imposto e disciplinato dalla forza dello Stato.

L'errore implicito in questa tesi risiede oltre che nella fissazione metastorica nel concetto di razza di caratteristiche psico-antropologiche storicamente mutevoli, anche nell'ottica valutativa assolutizzante per cui, qualsiasi stile di vita che si ponga al di fuori del capitalismo industriale finisce per essere stimato moralmente inferiore. Di modo che l'etnocentrismo diventa razzismo e il tutto non ha più niente a che vedere con una seria analisi antropo-sociologica.

Tesi Alianello

La civiltà del Regno di Napoli sotto i Borboni è stata travolta e schiacciata dalla barbarie piemontese che ha costretto il Sud in una posizione di inferiorità attraverso l'uso generalizzato e prolungato della violenza (piemontesizzazione forzata)

Questo 'razzismo' alla rovescia, colorato di romanticismo borbonico, che poteva avere una sua patriottica ragione d'essere all'indomani dell'annessione, attualmente non è altro che il frutto di una visione fortemente idealizzata del 'bel tempo andato', tanto distorcente per il passato quanto impotente per il presente.

Tesi Saraceno

L'unificazione politica postula l'unificazione economica Nord-Sud attraverso un intervento programmato da parte dello Stato sull'economia nazionale a vantaggio dell'economia meridionale.
L'errore di fondo di questa tesi sta nell'assimilare la natura della società meridionale a quella settentrionale, per cui appare sufficiente un serio intervento di programmazione economica per omogeneizzare il tutto allo stesso livello. Si confonde così una differenza qualitativa (modelli di società) con un divario quantitativo (livelli di crescita economica) per cui un intervento economico dall'alto è ritenuto efficace laddove sarebbe necessaria una preliminare rivoluzione mentale e comportamentale dal basso.

Tesi Capecelatro-Carlo

L'unificazione-annessione politica del Mezzogiorno sotto il Regno sabaudo ha significato l'avvio dello 'sviluppo del sottosviluppo' dell'economia meridionale, base su cui si è innalzato lo sviluppo delle regioni settentrionali.

La debolezza economica del passato Regno borbonico rispetto agli altri Stati della penisola, e la presente situazione in cui da più di 30 anni il Sud riceve dallo Stato quote di flussi monetari superiori rispetto al Nord ed eccedenti i contributi versati, senza peraltro che si modifichi, nel suo complesso, la situazione di nonsviluppo, rendono la tesi in oggetto di dubbia veridicità per il passato e di nessuna capacità interpretativa per il presente.

 


 

Un nuovo paradigma

Il superamento di queste posizioni, implicito nel riconoscimento della loro attuale insufficienza esplicativa, postula il tentativo di abbozzare, almeno a grandi linee, un nuovo schema analitico che prefiguri un nuovo modello di comportamento (mentale e materiale) nei confronti del Mezzogiorno.

Per far questo è necessario introdurre le definizioni di due ulteriori concetti.

- civiltà. Definiamo civiltà l'insieme dei valori che l'individuo e la società esprimono nella esplicazione delle varie esigenze connesse con la propria esistenza.

- cultura. Definiamo cultura l'insieme degli strumenti che l'individuo e la società utilizzano per l'esplicazione delle varie esigenze connesse con la propria esistenza.

Ipotizziamo quindi l'esistenza di una tipologia sociale dicotomica:

- civiltà e cultura rurale

- civiltà e cultura industriale.

Questa divisione non è necessariamente correlata ad una ripartizione del tipo agricoltura/industria; essa esprime un 'modus' cioè un atteggiamento mentale e comportamentale e non un 'locus' cioè un dato geografico insediativo e produttivo.

Per chiarire sinteticamente ciò che intendiamo con questa ripartizione, diciamo che:

- la civiltà e la cultura rurale sono fatti di uno spazio e di un tempo naturali, vale a dire scarsamente modificati dall'individuo che utilizza strumenti non sofisticati ed intrattiene con altri individui rapporti per lo più di tipo personale-diretto.

- la civiltà e la cultura industriale sono fatti di uno spazio e di un tempo artificiali, vale a dire profondamente modificati dall'individuo che utilizza strumenti sofisticati ed intrattiene con altri individui rapporti per lo più di tipo impersonale-indiretto.

Il passaggio da un modello tipologico all'altro, o meglio, il prevalere di un modello sull'altro, in quanto tutte le società sono più o meno spurie, è il frutto di una vera e propria rivoluzione antropologica (essere umano) e sociologica (gruppo).

Vediamo ora come è definibile l'attuale società meridionale in rapporto a questo schema.

Nei confronti del Mezzogiorno d'Italia nel suo complesso, non sembra pertinente, allo stato attuale, né la definizione di civiltà e cultura rurale né quella di civiltà e cultura industriale.

E questo perché il Mezzogiorno, oltre a racchiudere in sé tutti questi tratti, il che come già detto è comune a tutte le società, non riesce però a collegarli tra di loro in maniera coerente.

Per cui la multiformità diventa caoticità e si assiste ad un continuo contrasto tra civiltà (fini) e cultura (mezzi).

Detto in maniera più articolata, nella società meridionale si verifica il fenomeno di:

- modi di essere di una società nonindustriale (ad es. il tempo naturale/biologico) messi in rapporto con strumenti di una società industriale (ad es. l'altoforno di una acciaieria);

- modi di essere di una società di tipo industriale (es. consumi di massa) messi in rapporto con strumenti di una società nonindustriale (es. la nonorganizzazione).

Il risultato è l'emergere nel Mezzogiorno di una società di consumo e di spreco a cui non corrisponde una società di organizzazione e di produzione.

Ne consegue che, qualsiasi incremento quantitativo degli strumenti potenziali di produzione nell'ambito di un contesto di valori non pertinente a quegli strumenti, ha come risultato il non utilizzo appropriato degli strumenti stessi e quindi l'incremento dello spreco.

A questo punto, è necessario cercare di precisare meglio la natura della società meridionale ricorrendo ad un ulteriore schema classificatorio che, a livello elementare, tenti di caratterizzare le società in genere nella loro statica e nella loro dinamica.

 

Modelli di società


Statica sociale

Le società, pur rappresentando composti eterogenei, si caratterizzano per determinati tratti predominanti che le differenziano l'una dall'altra. A nostro avviso è possibile formulare questa elementare tripartizione tipologica:

- società di azione

- società di meditazione

- società di conversazione.

 

Dinamica sociale

Riguardo al modo in cui le società procedono nel corso della storia formuliamo la seguente tipologia:

- conservazione  (mantenimento della situazione presente)

- evoluzione  (cambiamenti piccoli ma ben radicati e continui)

- rivoluzione  (cambiamenti rapidi, discontinui, profondi)

- ribellione (tentativi di cambiamenti improvvisi, non ben radicati, di solito temporanei)

- imposizione (cambiamenti autoritari provenienti dall'esterno)

- assuefazione (adattamenti al mondo esterno).


Questa dinamica va applicata alle ripartizioni che, convenzionalmente, a fini analitici, si compiono degli insiemi sociali. Per semplicità consideriamo solo tre aspetti della realtà:

- ideologico (elaborazione)

- politico (distribuzione)

- economico (produzione).

Vediamo adesso di utilizzare questo schema per definire la società meridionale nella sua statica e nella sua dinamica.

 


 

La società meridionale

Definiamo la società meridionale, in base ai suoi tratti caratteristici, come una 'società di conversazione', in cui il gusto della parola (monologo e dialogo) prevale sia sull'azione che sulla meditazione e pervade in maniera dominante l'insieme sociale.

Gli aspetti della realtà meridionale sembrano caratterizzati, nella loro dinamica, dai seguenti tratti :

Assuefazione ideologica

La mentalità meridionale avverte e manifesta il dominio dell'ambiente esterno sull'essere umano più che la capacità-possibilità dell'essere umano di modellare l'ambiente esterno unitamente al proprio processo esistenziale.

Quindi la natura e il destino, come caso e necessità al tempo stesso, hanno la prevalenza e l'individuo non deve fare altro che adattarsi, assuefarsi al prevalere di queste forze esterne senza pensare di poterle dominare perché sono imprevedibili (caso) e irresistibili (necessità).

Ribellione politica

Se non ci si può sottrarre all'avversità delle cose, ci si può però ribellare, con scoppi improvvisi, a quanto viene percepito come ingiustizia degli uomini. Nel Mezzogiorno la ribellione politica è diventata da tempo lo strumento collaudato per allargare la quota dei trasferimenti e degli investimenti pubblici, vale a dire per ricevere dall'esterno quote supplementari di reddito monetario.

L'obiettivo delle ribellioni non è quindi il cambiamento dei gruppi dirigenti (anzi spesso tali gruppi sono alla testa delle ribellioni) ma l'allargamento del consumo assistito.

Conservazione economica

L'ampliamento delle quote di consumo assistito, bilanciando lo squilibrio tra produzione e consumo, permette la conservazione degli attuali rapporti socio-economici e consente il nonsviluppo delle forze produttive senza che ciò significhi indigenza generalizzata.

In sostanza, nella dinamica della società meridionale, la ribellione politica è il mezzo, la conservazione economica è il fine, l'assuefazione ideologica è il collante che lega e giustifica il tutto.

 

Affrontando il discorso da un altro profilo, si potrebbe caratterizzare il Mezzogiorno come una società in cui si manifesta una dinamica 'particolare' per quanto concerne i rapporti :

stimoli-risposte
Lo stimolo introdotto (es. incentivi all'azione imprenditoriale) trova una gerarchia di bisogni (es. desiderio di conversazione a livello generalizzato) del tutto contrastante rispetto a quegli stimoli. Per cui si cerca di utilizzare lo stimolo piegandolo al soddisfacimento dei propri bisogni, generando così risposte del tutto disarmoniche rispetto agli intendimenti (presunti) di chi ha introdotto lo stimolo.

premi-punizioni
Queste risposte 'drogate' vengono rafforzate da un sistema premi-punizioni, singolare quanto secolare, in cui il premio (potere, prestigio, denaro) si indirizza, in linea generale, verso attività più o meno improduttive (intermediazione politica, economica, giuridica, ecc.) mentre le punizioni (scarso potere, assenza di prestigio, ridotte quote di risorse monetarie) si associano ad attività e a ceti realmente produttivi (agricoltori, artigiani, lavoratori industriali, imprenditori, ecc.).


Chiaramente, come già è stato detto più volte, questo schema non esaurisce tutta la realtà del Mezzogiorno.

Vi sono aree in cui questo quadro interpretativo non è applicabile, e vi sono individui totalmente o parzialmente al di fuori di queste categorie tipologiche.

Una 'eccezione' è rappresentata, ad esempio, dai meridionali che emigrano; queste eccezioni però, paradossalmente, rafforzano gli atteggiamenti mentali e comportamentali sopra tratteggiati.

Infatti gli emigrati :

- non turbano l'ambiente con le loro idee-azioni;

- diminuiscono la pressione sulle risorse materiali e sui servizi;

- permettono più elevati livelli di consumo (pur in assenza di più elevati livelli produttivi) attraverso l'invio di rimesse.

Con l'emigrazione quindi, la società meridionale di nonsviluppo attua una appropriata selezione che le permette di consolidarsi in quanto espelle dal proprio interno gli individui innovatori produttori e trattiene, riuscendo ad alimentarli, gli individui conservatori-consumatori.


Se la rappresentazione della realtà meridionale qui formulata è rispondente al vero, almeno nelle sue linee generali, ne consegue che, in prospettiva :

a) un cambiamento dall'interno non sembra possibile perché in una società nella quale:

- il consumo eccede la produzione (consumo > produzione)

- gli investimenti superano la quota dei risparmi (investimenti > risparmi)

- il trasferimento dall'esterno di denaro pubblico e parapubblico oltrepassa di gran lunga la contribuzione fiscale privata (trasferimenti > versamenti impositivi e contributivi),

è quanto mai improbabile che vi sia interesse in una modifica della situazione se non nel senso di più elevati livelli di consumo interno e di investimenti e trasferimenti dall'esterno.

b) un cambiamento dall'esterno, volto a bilanciare con una maggiore produzione o un minore consumo lo squilibrio produzione/consumo, riformulando il rapporto stimoli-risposte, premi-punizioni, non sembra auspicabile in quanto ciò sancirebbe il diritto di una società di imporre, più o meno forzatamente, ad un'altra società modelli mentali e comportamentali che, almeno per il momento, non le sono propri.

Il corso degli eventi storici può però rendere necessario, per la società meridionale, operare al proprio interno cambiamenti strutturali per dare coerenza al rapporto mezzi/fini e bilanciare quindi lo squilibrio produzione/consumo, come già detto, o nel senso di una maggiore produzione o nel senso di un minore consumo. In un caso o nell'altro, comunque, sempre in direzione di una tendenziale autosufficienza interna (equilibrio della bilancia commerciale).

Fattori motori di questo cambiamento strutturale potrebbero essere eventi quali:

- l'integrazione completa degli emigrati nella società di immigrazione, con la conseguente cessazione dell'invio di qualsiasi tipo di aiuto economico. La fine del flusso migratorio concorre a rendere il verificarsi di questo evento altamente probabile.

- la disintegrazione dell'economia settentrionale che interrompa  definitivamente o anche solo attenui progressivamente sempre più il flusso di trasferimenti e di investimenti verso l'economia meridionale. Per disintegrazione dell'economia settentrionale intendiamo il calo sostenuto della produzione di sovrappiù, la fine dello Stato nazionale che assorbe e media questo sovrappiù, il passaggio ad economie regionali tendenzialmente bilanciate sotto il profilo della produzione e del commercio.

Il prodotto di questi due eventi (integrazione-disintegrazione) sarebbe la cessazione del flusso monetario Nord-Sud, il che costituirebbe la molla per una modifica obbligata della società meridionale. La forma e la direzione di questa modifica dipenderebbero unicamente dalla volontà e dalla capacità delle popolazioni meridionali.


Se, salendo al Vomero per ammirare dall'alto il golfo e la città di Napoli, vi prende la curiosità di entrare nel Museo di S. Martino, a sinistra, nel cortile, subito dopo il portone, vi capiterà di leggere questa iscrizione, le cui parole terminali rappresentano, manzonianamente, il 'sugo' di tutto il discorso fin qui svolto.

"Ai popolani di Napoli, che nelle tre oneste giornate di luglio MDXLVII, laceri, male armati e soli d'Italia, francamente pugnando nelle vie, dalle case, contro le migliori bande d'Europa, tennero da sé lontano l'obbrobrio dell'Inquisizione Spagnola, imposta da un Imperatore fiammingo e da un Papa italiano, e provarono, ancora una volta, che il servaggio è male volontario di popolo ed è colpa dei servi più che dei padroni."