Gian Piero de Bellis

Poliarchia : un Paradigma

(2002 - 2013)

 


 

Dagli interessi viziosi alle scelte virtuose

 

Interessi : l'ipotesi corrente
Interessi : il mito stravagante
Interessi : le figure professionali
- Medici
- Avvocati
- Commercialisti
- Insegnanti
- Economisti
Interessi : le figure statali
- Magistrati
- Forze di polizia
- Impiegati statali
- Assistenti sociali
La natura degli interessi
Interessi protetti-celati come interessi viziosi
Interessi concorrenti-chiari per scelte virtuose

 


 

Interessi : l'ipotesi corrente (^)

  Noi, gente comune, presupponiamo l'esistenza di interessi materiali personali che indirizzano il comportamento di (quasi) tutti gli individui che operano nel mondo degli affari: il guadagno monetario.
L'esistenza di interessi materiali personali è assunta come un dato scontato, presente in qualsiasi attività economica, sempre e in ogni luogo, persino quando il guadagno non è poi così sicuro, o non è così elevato come si suppone, o quando altre motivazioni più sostanziali giocano un ruolo maggiore (potere, avventura, prestigio, fama, missione, ecc.).

Assieme a questa convinzione ve ne è un'altra che consiste nel considerare gli interessi del produttore/venditore non solo differenti ma anche divergenti da quelli del consumatore/compratore; di modo che, ogni guadagno ottenuto dal primo, è visto in relazione quasi diretta con una perdita o con un qualche svantaggio sofferto dal secondo.

  Per contrastare questa totale assenza di illusioni o aspettative riguardo alle motivazioni sottostanti l'attività dei produttori (e cioè, pura e semplice massimizzazione dei guadagni monetari), le persone che operano nel mondo della produzione cercano, attraverso ricche campagne pubblicitarie e comunicati stampa ben congegnati, di presentare i loro interessi come gli interessi della società nel suo complesso, soprattutto quando si tratta di grosse imprese che hanno accumulato notevoli guadagni attraverso il protezionismo statale.

  Occorre comunque dire che non molte persone credono realmente a ciò che viene proclamato dagli uomini d'affari (vale a dire, il loro essere difensori dell'interesse generale) e molti continuano quindi a prestare, in prima persona, particolare attenzione alla salvaguardia dei loro interessi economici, soprattutto quando le risorse finanziarie sono limitate.

  Quanto detto serve a sottolineare il fatto che, nella sfera economica, ci si è formati una immagine mentale e un atteggiamento comportamentale che si basano sulle seguenti premesse:
     -  non esistono interessi generali universali
     -  esistono solo interessi personali particolari.

  Date queste premesse, la morale tratta dalla maggior parte degli individui è che, per quanto riguarda il comportamento economico, l'abbandonare ad altri la cura dei propri interessi, potrebbe portare ad una situazione disastrosa; per cui, il modo migliore per evitare ciò consiste nel dedicare tempo ed energie a perseguire in prima persona i propri interessi o contando sui consigli di una persona esperta.

Questa è, alla base, la posizione di Adam Smith, con l'aggiunta che ognuno, curando in maniera intelligente i propri interessi (di lungo periodo), può contribuire alla realizzazione degli interessi individuali personali di altri.

 

Interessi : il mito stravagante (^)

  Se accettiamo questa immagine mentale e questo atteggiamento comportamentale nella sfera economica, risulta poi strano rendersi conto che simili immagini e atteggiamenti non prevalgono, con la stessa forza e coerenza, in altre sfere di vita e di attività.

Nella realtà quotidiana, tralasciando commenti cinici e occasionali scoppi di rabbia, le persone in genere pensano ed agiscono come se coltivassero l'illusione che, in molti settori della vita, esclusa l'economia:
     -  non sussistono interessi materiali (o essi non sono così forti)
     -  non sussistono interessi particolari (o essi non sono prevalenti)
     -  esistono interessi generali (diversi dagli interessi personali)
     -  esistono individui e organizzazioni che hanno il compito di provvedere e garantire il soddisfacimento di questi interessi generali.

  Gli individui a cui si fa qui riferimento, come coloro che provvedono e sono garanti degli interessi generali sono:
     -  le figure professionali (medici, avvocati, commercialisti, ecc.)
     -  le figure statali (poliziotti, impiegati statali, assistenti sociali, ecc.).

  Contrariamente a questa convinzione, intendiamo mettere in luce il dato di fatto che, anche in questi casi, come in ogni altro caso che riguardi esseri umani
     -  sussistono forti interessi materiali
     -  sussistono esclusivamente interessi particolari.

  Non vi è nulla di nuovo in tutto questo. Intervenendo davanti al Selected Committee on Privileges (1947) Winston Churchill espresse le seguenti convinzioni riguardo ai Membri del Parlamento: "Ognuno qui ha interessi privati che possono essere intaccati dai provvedimenti legislativi che sono all'esame ... Inoltre vi sono individui che rappresentano pubbliche istituzioni, gruppi particolari di natura non-politica in senso generale, e anche in ciò dobbiamo riconoscere una delle caratteristiche della nostra vita complessa ... Non è corretto concepirci come una assemblea di gentiluomini che non hanno interessi di alcun tipo e legami di alcuna natura. Questo è ridicolo. Potrebbe essere vero in Paradiso, ma non qui, fortunatamente ... ."

  Detto ciò, occorre subito aggiungere che non vi è nulla di strano e di riprovevole in questa situazione, come qualcuno vorrebbe farci credere. Con riferimento al pianeta terra e ai suoi abitanti è un dato di fatto che:
     -  non sussistono interessi puramente immateriali, se non per gli angeli e per i santi;
     -  non sussistono interessi generali diversi, o in forma diversa, da interessi particolari di e condivisi da  specifici individui.

  Quindi, non ci dovrebbe essere alcun problema concernente queste due grandi categorie di individui (le figure statali e professionali) essendo la natura dei loro interessi simile a quella di ogni altro essere umano.

  Il problema sorge perché, contrariamente alla situazione di quasi tutti gli altri, i loro interessi (materiali e particolari) sono:
     -  protetti: altamente garantiti e difesi da un vasto apparato propagandistico che li ha posti in posizione di forza e di dominio, accrescendo il divario tra la salvaguardia dei loro interessi e quella di altri individui;
     -  celati: profondamente mascherati da un'aura di rispettabilità professionale, da un linguaggio esoterico, o nascosti dietro una densa cortina che copre pratiche segrete e collusioni avvolte dal mistero.

  Prima di mostrare alcuni dati e formulare alcune osservazioni riguardo a questi presunti interessi protetti e celati, occorre sottolineare che le considerazioni che verranno fatte non coinvolgono tutti gli individui facenti parte di una categoria, né, gli individui coinvolti, nella stessa misura. Inoltre, occorre dire che molte figure professionali e statali non si rendono conto di far parte di una categoria con interessi protetti-celati, allo stesso modo in cui molti aristocratici, al tempo dell'Ancien Régime, non divennero mai consapevoli che i loro privilegi non erano il frutto di un disegno divino ma il risultato di un potere terreno.

 

Interessi : le figure professionali (^)

  Le cosiddette professioni liberali e intellettuali si sono circondate, nel corso del tempo, di un'aura di rispettabilità e sacralità che le ha risparmiate dall'animosità e acrimonia (per non dire di peggio) che sono stati indirizzati al settore economico degli affari.

Questa immagine di correttezza e di proprietà nella condotta non è sempre giustificata.
  Una breve analisi della situazione attuale e delle pratiche correnti di alcune di queste figure professionali è necessaria per demistificare miti e per infrangere pie illusioni.

Medici
  I professionisti della salute (includendo in questa categoria coloro che si occupano di sanare sia il corpo che la mente) sono diventati un potente gruppo di interessi rispetto ai tempi in cui Koch e Charcot esercitavano le arti mediche.
La professione ha attraversato un processo di specializzazione finalizzato a preparare medici che focalizzano la loro attenzione o sul corpo o sulla mente (ma non su entrambi gli aspetti al tempo stesso).
 Per quanto riguarda il corpo, essi sono addestrati a intervenire su una infermità specifica che riguarda una specifica parte di esso. Anche coloro che si occupano di medicina generale molto raramente osservano ed esaminano la persona nel suo complesso e le relazioni multiple tra la persona e l'ambiente naturale e sociale in cui essa vive. Questa sarebbe probabilmente una pretesa impossibile considerando che, al paziente che si presenta alla visita medica, si riservano, in media, solo pochi minuti (in Inghilterra, 7 minuti a persona nel 2001).
  In quanto gruppo professionale, i medici non solo non sono in prima linea nell'ambito del movimento ecologico, ma, in molti casi, non sembra proprio che abbiano coscienza e si preoccupino di informare i loro pazienti del fatto che i danni e le distruzioni dell'ambiente naturale si ripercuotono negativamente e compromettono la salute degli esseri umani. E questo è molto strano, per non dire di più, perché essi sono il gruppo professionale che è maggiormente vicino ai sintomi del problema, vale a dire il declino della salute e del benessere fisico e mentale delle persone come risultato del degrado ambientale, disponendo di una quantità rilevante di dati. Forse essi si ritengono soddisfatti in quanto un miglioramento generale delle condizioni di vita (alimentazione, vestiario, abitazioni, ecc.) ha consentito di allungare la vita, ed essi si attribuiscono (in maniera ingiustificata) la maggior parte del merito.
  In generale, essi sono più preoccupati di proteggersi da coloro che considerano come intrusi (ad es. i praticanti la medicina alternativa) che non di proteggere gli esseri umani da piccoli e grandi disastri ecologici.
Questo è facilmente comprensibile. Nella realtà dei fatti, la situazione della professione medica è totalmente paradossale: peggiore è il danno ambientale e il disagio psicologico, migliore è la situazione economica e di potere della categoria.
Gli operatori delle professioni mediche sono intrappolati in un tragico dilemma, non da essi generato, dibattuti tra prevenzione della malattia o fornitura di cure mediche. Per una serie di ragioni che hanno a che fare con il tempo e le energie a loro disposizione e con il tipo di preparazione professionale, essi hanno optato, nella stragrande maggioranza, in maniera esclusiva, per la seconda strada cioè la fornitura pura e semplice di cure mediche.
  Per cui, non fa parte né del bagaglio mentale né degli interessi della professione medica  nel suo insieme, porsi domande sulle cause dei disagi e delle malattie fisiche e mentali. Non fa parte né del loro bagaglio mentale né dei loro interessi diffondere informazioni che promuovono capacità di auto-cura e di auto-guarigione.
Inoltre, la loro pratica professionale, come già detto, mette a loro disposizione una notevole quantità di dati che essi non vogliono utilizzare, non si propongono di utilizzare o non sono preparati ad utilizzare per avanzare proposte radicali. A parte tutto, ciò sarebbe rovinoso per i loro interessi. Le soluzioni da loro portate avanti, in genere, si limitano a casi specifici, con l'impiego di strumenti convenzionali (per lo più preparati chimici), sotto il loro stretto controllo.
All'interno dell'attuale paradigma essi fanno floridi affari; la professione è grandemente richiesta e il bisogno del loro intervento cresce continuamente. Continuando così, la triade medici-psicologi-farmacisti può davvero diventare la nuova santissima trinità a cui fare riferimento per sopravvivere nel mondo moderno.

Avvocati
  Gli avvocati sono esistiti per secoli, con la funzione di assistere gli individui nel raggiungere un compromesso riguardo ad una controversia. Al tempo dei Romani, in assenza di un codice scritto fino al periodo di Giustiniano e alla redazione del Corpus Juris Civilis (A.D. 529-565), gli avvocati erano anche coloro che producevano la legge, elaborando regole che portassero ad un accordo, regole che erano il frutto di costumi secolari e che risultavano accettabili alle parti in contrasto.
  Con l'installazione al potere dello stato e con il suo propagarsi a quasi ogni sfera di vita, la legge, la sua emanazione e la sua applicazione, sono diventate prerogative statali. Il diritto naturale è stato sostituito dalle cosiddette leggi positive, e al posto della moralità è stata data preminenza alla legalità. Laddove esistevano alcuni robusti principi morali, sono state messe in essere migliaia di leggi contraddittorie e mutevoli (ad es., sembra che in Italia, nell'anno 2000, fossero in vigore non meno di 50.000 leggi). A questo proposito, è già stato affermato autorevolmente, molto tempo fa che "corruptissima republica, plurimae leges"; in altre parole, dove la repubblica è maggiormente corrotta, là troviamo il maggior numero di leggi (Tacitus, Annales).
  La moltiplicazione delle leggi nei tempi moderni è il lascito inestimabile che avvocati come Robespierre, Danton e Saint-Just, tra gli altri, occupati tutti nel duro lavoro di installare al potere lo stato onnipotente, hanno lasciato in eredità ai loro futuri colleghi.
Per la categoria questa proliferazione di leggi è stata come un dono della volontà divina (o, più appropriatamente, della volontà terrestre dello stato) in quanto ha permesso ai membri di crescere e di moltiplicarsi e, addirittura, di aggiungere alla lista nuove figure giuridiche, come quella dei notai in Francia ed in Italia.
  Lo stato ha conferito agli avvocati la ragione e i mezzi di esistenza. In cambio, gli avvocati agiscono come sacerdoti secolari (che giustificano l'esistenza e il potere dello stato) e come cani da guardia (fornendo allo stato armi giuridiche per l'esercizio e il mantenimento del potere).
  Il compito degli avvocati, almeno quello proclamato, è quello di assistere per il (rapido) ristabilimento di rapporti armoniosi tra individui allorché insorge una controversia.
Tuttavia, lo sviluppo di rapporti sociali sereni e di comprensione reciproca tra gli individui farebbe sì che la domanda di avvocati fosse scarsa e i loro guadagni miseri.
  Come dato di fatto, e questo non dovrebbe essere preso come un appunto morale alla categoria, gli avvocati prosperano, principalmente, all'interno di acque torbide e di comportamenti ingannevoli, di interpretazioni ambigue e di bizantinismi formalistici.
Per cui, volenti o nolenti, i loro interessi consistono nella moltiplicazione di leggi indecifrabili, che danno luogo a ogni sorta di controversia o di pretesti per una lite giuridica.
E lo stato fornisce loro materiale a volontà.
  A questo terreno adatto alla formazione di un pantano morale e sociale, gli avvocati aggiungono qualcosa di loro: le rappresentazioni dei fatti colorite e tutto sommato false, il procrastinare eretto a sistema, il cavillo formale ma del tutto legale, in una parola l'inganno puro e semplice.
Quando ciò non è possibile (ad es. nel caso dei notai) le professioni giuridiche svolgono un ruolo costoso e parassitico che potrebbe benissimo essere svolto, in maniera più economica e più efficiente, da un registro curato da un gruppo di cittadini o da una agenzia locale.
  Quanto più queste categorie hanno successo e si arricchiscono, tanto più significa che il parassitismo sta crescendo e la moralità scemando. Quando ciò avviene, il risultato probabile è l'ampliamento del disordine. Ciò viene visto dalle professioni legali come il bisogno di più stato e di più leggi, e quindi di più avvocati, in un processo in cui interessi protetti e celati si sostengono e si alimentano a vicenda fino al momento in cui non vengono smascherati e ribaltati da una riflessione critica e da una volontà decisa.

Commercialisti
  La situazione dei commercialisti è, per molti aspetti, simile a quella degli avvocati. L'assorbimento di una quantità enorme di risorse economiche da parte dello stato e il moltiplicarsi di obblighi finanziari nei confronti dello stato, ha lanciato la professione dei commercialisti verso vette incredibili.
La giungla fiscale prodotta dallo stato ha fatto del commercialista una delle figure centrali della vita moderna. Disposizioni fiscali oscure e incomprensibili, che vengono continuamente modificate, rappresentano una delle realtà più penose della vita attuale, che affligge tutti, dalla grande impresa fino alle famiglie e ai singoli individui.  Il commercialista, al servizio di questi soggetti, deve cercare di districarsi in mezzo a questa gigantesca confusione di disposizioni di legge, accontentando sia lo stato che il cliente.
  Detto ciò, nonostante le imprecazioni contro questo flusso infinito e continuo di nuove disposizioni finanziarie da parte dello stato, gli interessi reali dei commercialisti risiedono, solidamente, nell'esistenza permanente di regole burocratiche concernenti ogni aspetto della vita economica, nella loro estensione a qualsiasi possibile soggetto (ruffiani e prostitute possibilmente inclusi), e nella loro continua modifica e complicazione.

Considerazioni generali
  L'aspetto comune a queste tre professioni (medici, avvocati, commercialisti) è il dato di fatto che essi esistono e prosperano in relazione diretta all'esistenza e all'ampliamento di quelle che possono essere definite, in termini generali, 'situazioni problematiche' (malattie, litigi, versamenti obbligatori, ecc.), la maggior parte delle quali sono un prodotto diretto dello 'stato burocratico'.
La diminuzione, per non parlare della scomparsa, di molte di queste 'situazioni problematiche' e del loro artefice, lo 'stato burocratico', sancirebbe la rovina per gli interessi protetti-celati di queste professioni al punto da minacciare la loro stessa sopravvivenza (come, ad esempio, nel caso dei notai).
 

Intellettuali (rimunerati dallo stato e al servizio dello stato)

  Tra le figure professionali, includiamo anche alcune che sono rimunerate dallo stato ma i cui interessi e la cui sopravvivenza non coincidono o non dipendono, necessariamente, dall'esistenza dello stato.
Vengono qui esaminate due figure: insegnanti ed economisti.

Insegnanti
  A partire dal tempo in cui lo stato espropriò le parrocchie e le comunità locali assumendo il controllo dell'educazione dei bambini e degli adulti e rendendo obbligatoria la frequenza alla scuola di stato, gli insegnanti sono stati la longa manus del potere centrale nella formazione delle menti.
Gli insegnanti hanno una occupazione garantita dallo stato; è quindi scontato che, in cambio, essi garantiscano allo stato la formazione di soggetti obbedienti ('soggetto' deriva da sub - jacere = stare sotto). Non vi è nulla di disonorevole in tutto ciò se una persona crede nel ruolo indispensabile e nella funzione progressiva dello stato e vuole che questa convinzione sia trasmessa ad altre persone perché vi credano anch'esse.
  Nonostante ciò, alcuni aspetti dovrebbero essere resi chiari a tutti:
       -  lo stato significa qualcuno al potere; per cui, quando lo stato controlla l'educazione, ciò significa anche che, chiunque sia al potere, può esigere, dal personale impiegato, la stessa indiscussa obbedienza e prontezza nel formare le menti delle persone secondo l'ideologia al momento dominante.
       -  in presenza di questa situazione, l'interesse degli insegnanti in quanto impiegati dello stato, non è quello di diffondere e sviluppare conoscenze, ma quello di trasmettere, oltre ad una massa di dati, alcuni messaggi ideologici il cui contenuto implicito consiste nel sottolineare il ruolo necessariamente progressivo dell'attuale potere statale, nel mostrare il ruolo negativo e regressivo di tutti i poteri precedenti e, soprattutto, nell'inculcare la paura per una situazione di assenza di potere statale.
  Questo non è affatto un risultato apprezzabile in quanto sussiste un contrasto insanabile tra gli interessi del conoscere, fondati sulla sperimentazione e sull'introduzione di idee originali, e gli interessi dello stato, basati sulla conservazione e sulla trasmissione di nozioni convenzionali. E la maggior parte degli insegnanti, consapevolmente o inconsapevolmente, svolgono la funzione di messaggeri ideologici dello stato invece di essere ricercatori universali di conoscenza.
In un sistema scolastico retto dallo stato, gli educatori non convenzionali sono come dei pesci fuor d'acqua e il loro comportamento è, chiaramente, in stridente contrasto con il giuramento di fedeltà allo stato che si richiede ad essi in alcuni paesi.
Lo sviluppo della conoscenza esige una competizione universale libera volta alla ricerca della verità; e questo è incompatibile con il controllo semi-monopolistico che lo stato esercita sull'educazione e con gli interessi protetti e celati di educatori che non sono consapevoli della natura attuale delle loro funzioni.

Economisti
  Il dominio da parte dello stato di (quasi) tutta l'economia di un paese (attraverso la proprietà, il controllo, la direzione), durante la maggior parte del XX secolo, ha accresciuto notevolmente il ruolo e il potere degli economisti.
Essi si sono mostrati attivi nella gestione e formulazione di progetti, in paesi avanzati e arretrati. L'intera professione si è mostrata così disposta e disponibile a essere presente dovunque si offrissero delle possibilità di intervento nella gestione dell'economia, che quelle correnti di pensiero, che si opponevano a questa loro intrusione così pervasiva, sono state messe da parte e i loro esponenti tacciati (quasi) da ciarlatani.
  Il riconoscimento e l'accettazione generale del ruolo indispensabile svolto dagli economisti, almeno fino ad epoca recente, ha assegnato loro lo status di esperti in grado di produrre il benessere economico.
Per questo motivo, dove la situazione è più arretrata o più disastrata, là, a maggior ragione, le ricette dell'economista sono considerate necessarie.
  Ci troviamo ancora una volta nella situazione contraddittoria e paradossale in cui, solo la permanenza del problema, e non la sua soluzione radicale, assicura la prosperità delle figure professionali coinvolte nel trattamento del problema stesso. Questo sarebbe accettabile solo se il problema/compito fosse di natura ricorrente (ad es. la preparazione quotidiana del cibo per l'alimentazione del corpo) ma non dovrebbe applicarsi in altri casi, e soprattutto non quando si tratta di un processo di sviluppo che, a partire da un certo punto, dovrebbe sostenersi da solo.
La situazione suscita perplessità soprattutto quando coinvolge i paesi cosiddetti sottosviluppati, in cui la povertà e l'arretratezza sono, principalmente, il risultato dello sfruttamento, dell'oppressione e della corruzione dello stato. In questi casi l'economista è (o è stato, in generale) il diffusore e propagandista di ricette statali per uno sviluppo che non ha mai avuto luogo e che, con tutta probabilità, mai avverrà, per il semplice motivo che, la causa principale all'insorgere del problema (cioè il fatto che lo stato gestisce, vale a dire deprime, l'economia) era ed è assunta anche come la soluzione (cioè, più stato, che gestisce ancora di più l'economia).
L'ostinazione degli economisti nell'avanzare, fino ad epoca recente, anno dopo anno, le stesse proposte che portavano diritto allo stesso impasse (o ad un peggioramento della situazione) mostra quanto forti possano essere gli interessi viziosi, a tal punto da annebbiare le facoltà critiche e annullare il senso morale.
  Certamente, vi sono economisti che sono sinceramente votati a promuovere lo sviluppo (posto che lo sviluppo sia un problema economico e possa essere promosso dagli economisti e dalle loro politiche); ma, la categoria, presa nel suo insieme, ha (inconsapevolmente) un interesse vizioso nel preservare una situazione negativa, vale a dire uno stato di arretratezza, che richiede la loro continua e dominante presenza.

 

Interessi : le figure statali (^)

  L'esistenza (funzione) e la permanenza (sopravvivenza) dello stato e delle figure statali che operano al suo servizio e al suo interno, si basa su una contraddizione insolubile che occorre mettere in luce.
Lo stato proclama che la sua fondamentale raison d'être deriva dalla presenza di malvagità fra gli individui a causa della mancanza di civiltà o per la natura, in parte cattiva, degli esseri umani.
Sulla base di questo convincimento riguardante il genere umano, lo stato è visto come quella entità che introduce la civiltà e si fa carico di mettere sotto controllo le tendenze nefaste dell'essere umano, agendo sia come indispensabile regolatore, sia, quando necessario, come inesorabile repressore.

  Da tutto ciò dovrebbe derivare logicamente il fatto che, più lo stato ha successo nel suo ruolo come agente di civilizzazione e di regolazione della vita sociale, sempre meno si ha bisogno di lui. Come in una famiglia, più i genitori svolgono con successo il loro ruolo di educazione dei figli, sempre meno i figli dipendono dai genitori per aiuto e assistenza, e molto presto diventano esseri umani autonomi.

  Se questa è una raffigurazione vera riguardo lo stato come una entità impersonale, ci dobbiamo chiedere quale è la situazione riguardo alle persone che lavorano per lo stato e che derivano da esso i mezzi per vivere decentemente o doviziosamente.  Forse che i loro interessi vitali risiedono nella riduzione del loro numero o addirittura nella scomparsa della loro funzione, mano a mano che la società si civilizza e le persone imparano a controllare le loro tendenze più aggressive e maligne?

Una risposta plausibile a questa domanda è stata che:
     -  il male è insito nella natura umana in quanto caratteristica generale e permanente di tutti gli esseri umani;
     -  il male è riducibile solo attraverso la presenza permanente dello stato che agisce attraverso apposite figure professionali.

  Se accettiamo per buona questa risposta, potremmo riscontrare che essa è carente sotto due aspetti:

     -  implicazioni teoriche: se assumiamo che il male è intrinseco in ogni essere umano, ci potremmo chiedere perché dovremmo fare eccezione per alcuni individui, vale a dire coloro che prendono o ricevono il potere di controllare (regolare e reprimere) il male; in altre parole, perché dovremmo essere noi così fiduciosi nei confronti di coloro che comandano o, come recita l'antico interrogativo: "quis custodiet ipsos custodes?" ("Chi sorveglia i sorveglianti?") (Iuvenalis). Una mancanza di risposta convincente a questa domanda equivarrebbe a "pensare che gli esseri umani sono così stolti da prendere ogni cura per evitare qualsiasi danno che possa loro venire da puzzole e volpi, ma sono contenti, cioè si sentono sicuri, quando possono essere divorati dai leoni". ("to think that men are so foolish that they take care to avoid what mischiefs may be done them by polecats or foxes, but are content, nay, think it safety, to be devoured by lions." (John Locke)

     -  realtà empirica: se assumiamo che il ruolo dello stato è quello di ridurre, vale a dire di mettere sotto controllo il male, la realtà storica, specialmente nel corso del XX secolo, ci offre forse motivi per convalidare la verità di questa assunzione?  Un osservatore distaccato, dopo aver elencato le guerre (grandi e piccole) e fatto il conto delle perdite (morti e feriti) provocate dagli stati in ogni parte del mondo, trarrebbe la conclusione che la funzione principale di questa organizzazione chiamata "stato" è consistita soprattutto nel cagionare sofferenze indicibili agli esseri umani piuttosto che proteggerli contro l'altrui malevolenza. Avanzare l'idea che, senza la presenza degli stati, il numero delle guerre e delle perdite umane sarebbe stato molto più elevato, sarebbe non solo una ipotesi azzardata ed implausibile, ma anche un pensiero idiota ed osceno.

  Se portiamo l'analisi alle sue estreme conseguenze, potremmo essere costretti ad ammettere che la ragione vera che giustifica la (continua) esistenza dello stato è ... la (continuazione della) esistenza dello stato. Nulla di più, nulla di meno. In altre parole, la funzione dello stato è di replicare e di perpetuare sé stesso; e quindi, di mettere in atto delle pratiche che gli permettano di realizzare ciò.  E queste pratiche non hanno nulla a che fare (anzi, in molti casi sono in totale antitesi) con il ruolo proclamato dello stato in quanto produttore di pace, sicurezza, prosperità e giustizia per tutti.
  Essendo lo stato nient'altro che le figure statali che lo compongono e che agiscono nel suo nome, occorre esaminare la realtà degli interessi concernenti alcune di queste figure, tenendo sempre in mente che, data la generalità dell'analisi, essa non si applica necessariamente a ogni singola figura statale all'interno di una categoria.

Magistrati
  Il ruolo dei magistrati è quello di amministrare la giustizia, una funzione di cui lo stato ha praticamente il monopolio. Il numero dei magistrati, o meglio il bisogno che il loro numero aumenti o diminuisca, dipende dal livello di ingiustizia presente in una società, e dalla possibilità e volontà delle persone di chiedere giustizia attraverso la procedura giuridica.
  Inoltre, essendo stata la giustizia ridotta a ciò che prescrivono le leggi, il numero dei magistrati di cui una società ha bisogno è in rapporto diretto al numero di leggi la cui violazione richiede una sanzione giuridica. In generale, maggiore è il numero delle leggi, più grande è la quantità di lavoro per ogni magistrato ma anche più grande è il numero di essi di cui si ha 'giustamente' bisogno. Infatti, le opportunità di impiego e di carriera per i magistrati (vale a dire, i loro interessi materiali), dipendono, come per gli avvocati, dall'esistenza di una società afflitta e infestata da una confusione enorme di regole giuridiche. Questa confusione può portare alla disonestà, alla procrastinazione, all'inganno, in una parola a tutto fuorché alla giustizia. Ma ciò costituisce un ulteriore e pressante motivo che giustifica l'allargamento nel numero e nelle risorse di coloro che sono addetti alla amministrazione della 'giustizia'.

Forze di polizia
  La storia della polizia è, per molti versi, la storia del sottobosco criminale, non sempre in quanto opposizione al mondo del crimine ma anche come derivazione e acquisizione da quel mondo. Il famoso capo della polizia di Parigi, sotto Napoleone e, più tardi, sotto Louis-Philippe, era un ex galeotto (Vidocq); gangsters e poliziotti hanno avuto rapporti stretti negli USA durante il proibizionismo (1919-1933).
In generale, se consideriamo l'esistenza di malfattori informatori della polizia da una parte e di poliziotti malfattori dall'altra, la linea tra i due schieramenti non è mai stata del tutto rigida. In alcuni paesi, la polizia riscuote somme di denaro per garantire una protezione maggiore o esige di partecipare ai guadagni del settore criminale.
  In ogni caso, tralasciando queste spiacevoli relazioni tenute debitamente celate, ciò che è importante sottolineare è il fatto che gli interessi delle forze di polizia sono, in molti casi, legati alla presenza dei criminali, nel senso che maggiore è il loro numero, maggiore è il numero dei poliziotti di cui si ha bisogno e maggiore è l'importanza della funzione che essi svolgono e dei poteri che essi esercitano.

Impiegati statali
  L'impiegato statale (o burocrate) è un lavoratore che ha a che fare con la carta o con le scartoffie, se vogliamo usare un termine più colorito. La carta che viene maneggiata (scrivendo, fotocopiando, trasmettendo, archiviando, ecc.) è, generalmente, il supporto per il passaggio di un flusso continuo di regole. Maggiore è il numero di regole (ad es. regole di registrazione, di identificazione, richieste di permessi, ecc.), maggiore è il lavoro cartaceo e quindi, di conseguenza, maggiore è il numero di burocrati coinvolti.
  Il ciclo sembra funzionare nel modo seguente: lo stato (cioè i dirigenti statali) genera lavoro cartaceo che richiede, per la sua esecuzione, una massa di burocrati; i burocrati generano ulteriore lavoro cartaceo che richiede una massa aggiuntiva di burocrati, in una sequenza tipo valanga di neve in cui l'utilità o meno di questa montagna di carta, non è minimamente valutata. Per questo motivo, una società senza una quantità enorme di carta prodotta negli uffici, la cosiddetta "paperless society", profetizzata o sostenuta da alcuni, non può essere altro che una società senza stato.
Qui nuovamente scopriamo che gli interessi protetti e celati di una categoria di lavoratori consistono più nella pura e semplice protezione ed espansione dei propri membri che non nella onesta e rapida esecuzione di compiti che vadano a vantaggio della comunità di utenti.

Assistenti sociali
  Lo stato, assumendo il ruolo del padre amorevole, ha dato occupazione, in nome del "welfare", ad una schiera di lavoratori del sociale, con il compito di assistere le persone bisognose.
Questa degna causa, ha però significato che, nel corso del tempo, la capacità di risolvere autonomamente i propri problemi (self-help) e la responsabilità nell'aiuto reciproco da parte dei membri della comunità, sono stati praticamente eliminati per installare, in permanenza, il monopolio quasi totale da parte dello stato nella sfera dell'assistenza.
  Il processo storico attraverso il quale l'assistenza è stata posta nelle mani di personale pagato dallo stato ha prodotto un fenomeno abnorme per quanto riguarda gli interessi coinvolti. Infatti, è accaduto che gli interessi delle persone bisognose e quelli delle persone incaricate di soddisfare quei bisogni si sono saldati a tal punto che il mantenimento e l'accrescimento degli uni (le persone in stato di bisogno) corrisponde al mantenimento e all'espansione degli altri (gli assistenti sociali). In altre parole, maggiore è il numero dei bisognosi, maggiore è il numero di coloro che trovano occupazione grazie al servizio ai bisognosi.
Questo è un fatto estremamente patologico perché vuol dire, concretamente, che la soluzione di qualsiasi problema concernente il benessere della persona è da evitare o ritardare per quanto possibile. In caso contrario, gli uni perderebbero il denaro dell'assistenza sociale; gli altri, addirittura, il posto di lavoro in quanto assistenti sociali o amministratori del sistema assistenziale.
E ciò non è nell'interesse materiale di nessuna delle due categorie coinvolte.

Considerazioni generali
  Vi sono alcuni aspetti che sono comuni a tutte le figure statali esaminate, almeno per quanto riguarda i loro interessi:
   - l'esistenza e l'ampliamento dei loro interessi poggia, in parallelo, sull'esistenza e sull'ampliamento di una condizione di malessere nella società. Una diminuzione sostanziale del livello di disagio sociale metterebbe a rischio la sopravvivenza di parecchie di queste figure; un innalzamento notevole di quel livello porterebbe ad una loro espansione e ad un incremento dei loro guadagni.
   -  gli interessi di queste categorie si sostengono e si rafforzano a vicenda. Questo sarebbe un aspetto estremamente positivo se solo gli interessi in oggetto fossero degni di essere preservati e incoraggiati e fossero compatibili con lo sviluppo di persone sane. Sfortunatamente, questo non è il caso.
  Da quanto esposto fin qui, dovrebbe essere chiaro che il benessere dello stato non è identificabile, a priori, con il benessere degli individui e delle comunità. Anzi, in moltissimi casi, esiste un contrasto fondamentale (in teoria e in pratica) tra gli interessi delle persone che compongono una comunità e gli interessi di coloro che ricavano i loro mezzi di sostentamento dallo svolgere funzioni politiche e di controllo su quella comunità.
  Siamo qui in presenza di un vero gioco a somma zero, almeno per quanto riguarda la distribuzione del potere. Da una parte abbiamo individui che avvertono l'esigenza di essere indipendenti da un potere esterno che si impone ad essi e talvolta lottano per affermare questa esigenza; dall'altra abbiamo le figure statali che avvertono la necessità di battersi contro questa tendenza al fine di diventare indispensabili come potere esterno che impone il suo volere. Chiaramente, tutto ciò si svolge in maniera oscura, attraverso l'uso di parole magiche. Può assomigliare alla vendita di un prodotto estremamente dannoso, ad esempio le sigarette, in cui il distributore mette in luce il gusto e l'aroma del tabacco sorvolando del tutto sui guasti alla salute e sulle insorgenze di carcinoma.
  Allo stesso modo, le figure statali si presentano come difensori e paladini del mitico 'interesse generale' ma, in realtà, provvedono assai bene ai loro interessi protetti e celati, vale a dire ad interessi sorti in maniera più o meno surrettizia (attraverso il sostegno del potere) e mascherati in maniera più o meno disonesta (attraverso la propaganda del potere).
  Prima di valutare la realtà degli interessi protetti e celati, facciamo brevemente il punto sulla natura degli interessi visti dalla prospettiva del nuovo paradigma.

 

La natura degli interessi (^)

  Gli interessi sono moventi di base (di origine istintuale e culturale) che portano ad instaurare un legame tra (inter) un essere umano e una entità esterna (esse), sia essa un oggetto o un altro essere umano. Il compimento di questo legame consente la soddisfazione dell'interesse.
Gli interessi possono essere analizzati nella forma e nel contenuto.

  -  Forma. Fa riferimento a chi esprime gli interessi e al modo in cui essi si manifestano. Sotto questo aspetto un interesse è o può essere:
     -  personale. È sempre un qualche individuo specifico che esprime un interesse, non una entità mitica quale lo stato o la nazione o il mercato. In questo senso, non esistono interessi 'pubblici' se non in quanto interessi condivisi da ogni singolo componente di un certo 'pubblico', ad esempio di un gruppo.
     -  particolare. Il termine 'particolare' fa riferimento non solo alla persona specifica che esprime l'interesse ma anche al modo specifico in cui l'interesse viene soddisfatto. Il termine 'particolare' non dovrebbe suggerire immagini di egoismo e meschinità. Nei fatti, non esistono interessi generali in quanto interessi astratti o facenti capo ad una entità astratta o in quanto soddisfatti da tutti esattamente allo stesso modo.
     -  partecipato. Un interesse personale particolare può essere condiviso da uno o più persone. In quel caso diciamo che interessi personali particolari sono anche interessi similari in comune. Un interesse similare in comune è un interesse personale partecipato (vale a dire, condiviso) da alcuni o molti individui (facenti parte di un gruppo, di una squadra, di una comunità, ecc.).

  Considerando la forma degli interessi, potremmo affermare che uno degli interessi basilari di una persona, condiviso da altre persone, è (o dovrebbe essere) il rispetto degli interessi personali particolari. Infatti, dal momento che ognuno esprime interessi particolari, non ci dovrebbe essere nulla di riprovevole in essi altrimenti noi saremmo tutti condannati a vivere una situazione tragica. È chiaramente scontato il fatto che nessun interesse personale particolare debba schiacciare nessun altro interesse personale particolare. La probabilità che questo accada è maggiore quando un gruppo con interessi particolari vuole che essi appaiano come interessi generali (interessi di tutti) che devono essere o accettati da o imposti a tutti. Questo è di solito ciò che una 'maggioranza' compie nei riguardi di una 'minoranza' (la tirannia dei molti sui pochi) o quello che una 'minoranza' dominante esercita nei confronti di tutti (la tirannia dei pochi nei confronti dei molti).

  -  Contenuto. Fa riferimento alla sostanza degli interessi e alla relazione con altri interessi nello spazio e nel tempo, vale a dire:
     -  cosa. Gli interessi hanno una loro sostanza, vale a dire delle qualità concrete. La sostanza degli interessi è l'aspetto principale da esaminare quando si compie una valutazione. Sfortunatamente, l'analisi degli interessi si indirizza, principalmente o esclusivamente, sulla forma, trascurando il contenuto. A tal fine, sono impiegate alcune parole magiche (ad es. generale, pubblico, nazionale) per assegnare, automaticamente, connotazioni positive agli interessi, al di là del loro contenuto effettivo.
     -  quando. Gli interessi coinvolgono le persone nel tempo. Valutare il contenuto di un interesse significa considerare le sue ripercussioni dal passato sul presente e sul futuro. A questo riguardo, interessi che hanno un valore a lungo termine sono da preferire ad interessi che valgono solo per il corto termine.
     -  dove. Gli interessi coinvolgono le persone nello spazio. Valutare il contenuto di un interesse significa considerare le sue ripercussioni da una località precisa rispetto ad un'altra località e rispetto a tutte le località. A questo riguardo, interessi che hanno un valore a largo campo sono da preferire ad interessi che valgono solo per il corto raggio.

  In sintesi, le considerazioni concernenti il contenuto degli interessi dovrebbero portarci ad esaminare attentamente l'uso ideologico da parte della propaganda di stato delle nozioni di interesse 'generale' o 'nazionale'. Di solito, l'espressione 'interesse generale' non include le generazioni future, e l'espressione 'interesse nazionale' di certo non include l'umanità nel suo complesso. Questo dovrebbe essere tenuto a mente quando le istituzioni utilizzano quelle espressioni, e si dovrebbe obiettare che un uso appropriato dei  termini 'pubblico' o 'generale' dovrebbe includere l'universalità delle persone (tu, lui, lei, io) in ogni tempo (futuro, presente, passato) e in ogni luogo (qui, lì, dappertutto). Altrimenti, con queste parole non si fa riferimento alla totalità degli individui ma ad un gruppo particolare, per quanto grande esso possa essere.

  Avendo così brevemente tratteggiato la natura degli interessi, passiamo ora a considerare il problema specifico di quegli interessi che sono stati qui caratterizzati come interessi protetti e celati.

 

Interessi protetti-celati come interessi viziosi (^)

  Come già affermato, gli interessi protetti e celati sono interessi che si sono costituiti in maniera più o meno subdola e che vengono presentati in maniera più o meno disonesta.
Il problema concernente questi interessi è che essi sono, al tempo stesso e quasi senza eccezione, interessi viziosi, vale a dire interessi vitali inconfessati e inconfessabili di dubbia natura, di cui non si può essere tanto orgogliosi da vantarsene.
Per questo motivo, una propaganda sottile è costantemente all'opera per mascherare gli interessi reali e mostrare, al loro posto, interessi degni di rispetto che promuovono azioni (cioè, politiche) rispettabili. Tutto ciò viene presentato con giustificazioni apparentemente plausibili che reggono fino al momento in cui sono sottoposte ad un attento esame; solo allora la credulità diffusa viene sostituita da una accorta comprensione della situazione.
  Un caso esemplare di interessi protetti e nascosti (e cioè, viziosi) è rappresentato dal contrasto tra il cosiddetto trasporto pubblico (vale a dire, collettivo) e il trasporto privato (vale a dire, individuale). In molti paesi d'Europa, lo stato si presenta come il paladino del trasporto 'pubblico'. Per mostrare e sottolineare il loro impegno al riguardo, molti governi hanno accresciuto continuamente l'imposta sui carburanti per scoraggiare l'uso dei mezzi di trasporto 'privati'. Al tempo stesso, chilometri e chilometri di strade e di autostrade sono stati realizzati dallo stato; altre forme di trasporto (ad es. la ferrovia) sono state trascurate dal proprietario-gestore (cioè, lo stato), la situazione del trasporto 'pubblico' è nel caos e nell'abbandono totale a causa dei disservizi provocati dalla politica statale; e, tutto sommato, lo stato sta facendo bellamente i suoi (sporchi) affari, appropriandosi di più dell'80% del denaro pagato per ogni litro di benzina, accusando per di più le compagnie multinazionali di essere responsabili di prezzi così elevati. Questo è un disegno superbamente concepito e magistralmente attuato, basato sull'inganno e sulla truffa a scala gigantesca, in cui i veri interessi (strappare cespiti attraverso la tassazione) scompaiono e nobili intenzioni (incoraggiare il trasporto 'pubblico', proteggere l'ambiente dall'inquinamento, ecc.) vengono messe davanti come una cortina di fumo.
  Un altro esempio classico è rappresentato dai servizi di protezione dei cittadini. Lo stato giustifica la sua esistenza in quanto garante massimo della pace e dell'ordine. Come ripetutamente sottolineato da molti storici, gli stati si sono appropriati di fette consistenti di potere in periodi dominati da conflitti (spesso provocati dallo stato) e paure (spesso suscitate dallo stato); e hanno allargato il loro potere attraverso l'ampliamento dell'instabilità e dell'insicurezza. Per cui, l'interesse vitale per la sopravvivenza dello stato, contrariamente a credenze convenzionali e superficiali, risiede nel mantenimento costante di una situazione di paura e di insicurezza. La situazione è paradossale in quanto l'organizzazione che è preposta a combattere la paura e l'insicurezza è, anche, quella maggiormente interessata nel loro mantenimento e diffusione. In alcuni paesi, il consolidamento di un potere traballante si è effettuato creando, ad arte, una situazione di tensione verso l'esterno (scambi di minacce verbali o di colpi di mortaio) o all'interno (incidenti e bombe).
Garantire la pace e la sicurezza ai cittadini è stato considerato, da molti uomini di stato, un compito secondario rispetto alla sopravvivenza del potere statale e del suo accrescimento. E quando questi due aspetti sono in contrasto tra loro, la sicurezza viene ignorata perché, quanto più insicuri sono i cittadini, tanto più lo stato li tiene sotto il suo potere.

  Una via d'uscita da questa situazione viziosa prodotta da interessi viziosi (e cioè, interessi protetti e celati presentati come interessi generali e elevati) consiste nel fatto di:
     -  eliminare gli interessi protetti (ottenuti e sostenuti attraverso la protezione di un potere monopolistico) e far sì che tutti gli interessi siano in competizione tra di loro per l'approvazione e il sostegno;
     -  trasformare gli interessi celati (nascosti dalla propaganda) in interessi chiari, di modo che la visibilità degli interessi possa portare a scelte consapevoli.

 

Interessi concorrenti-chiari per scelte virtuose (^)

  Le nostre azioni sono il risultato dei nostri interessi, prendendo il termine nella sua accezione più ampia.
Per questo motivo è importante essere consapevoli della presenza degli interessi e del loro manifestarsi, in noi stessi e negli altri. Altrimenti, può succedere o di raggirare o di essere raggirati.
Lo statista benevolo, il professionista immacolato, il burocrate paternalista, tutte queste figure che ci rassicurano con la loro apparente sollecitudine protettiva dall'alto, non fanno altro che alimentare irresponsabilità e impotenza al basso. L'ingenuità fiduciosa deve essere rimpiazzata dall'accortezza.
Questo significa, innanzitutto, abbandonare le opposizioni false e ingannevoli, ad esempio quella tra interessi particolari e interessi generali. Gli interessi sono tutti particolari (cioè specifici ad una certa parte), anche quando sono condivisi da molti, ed essi non sono buoni (o cattivi) per il solo fatto di essere condivisi da molti. Quando molti o addirittura la maggior parte delle persone esprimono l'interesse di guidare un auto (o di fumare sigarette, o di bere vino), questo non fa sì che l'interesse divenga qualcosa di positivo (o negativo) solo perché coinvolge un notevole numero di persone e per il fatto di essere un interesse generale.

  Quello che è dunque importante riguardo agli interessi è la presenza di:
     -  interessi concorrenti
        Gli interessi non dovrebbero essere protetti da nessun potere monopolistico ma essere in libera competizione tra di loro. Solo ai singoli spetta la scelta e la cura degli interessi preferiti.
     -  interessi chiari
        Gli interessi dovrebbero essere espressi da ognuno in maniera chiara e ci si dovrebbe attendere lo stesso da parte di tutti; l'esternazione chiara degli interessi dovrebbe essere fatta non solo a parole (interessi proclamati) ma anche nei fatti (interessi verificabili).

  Detto altrimenti, per la salvaguardia degli interessi degli individui e delle comunità, dovremmo favorire situazioni in cui:
     -  la qualità e il valore di ogni prodotto o servizio sia direttamente e rapidamente verificabile (invece di accontentarci di promesse generiche e infondate come avviene nelle campagne elettorali);
     -  il premio o la sanzione siano facilmente applicabili attraverso una risposta appropriata e tempestiva (e non ogni 4-5 anno come nel processo elettorale); ad esempio, continuando ad utilizzare o smettendo di sostenere un determinato prodotto o servizio.

  Interessi concorrenti e chiari, assieme alla accortezza delle persone, costituiscono la migliore ricetta per produrre scelte virtuose.
Essere in favore di scelte virtuose non significa esigere o imporre una società di angeli e di santi.
In realtà, la pratica di interessi non sani (ad es. fumare) non dovrebbe essere vietata, e questo in nome di un altro interesse personale, particolare e partecipato, vale a dire la libertà. È solo quando il comportamento di un individuo contrasta con la libertà di un altro individuo, che alcune regole appaiono necessarie (ad es. zone per fumatori e per non-fumatori)

Quello che è davvero necessario è minimizzare e, alla fine, abolire il ruolo di coloro che godono di interessi protetti e che agiscono per la perpetuazione di una situazione negativa. In altre parole, ciò che occorre infrangere è il legame vizioso che fa sì che la sopravvivenza di quanti che sono preposti a risolvere una situazione malsana dipenda dal mantenimento della situazione malsana.
Solo allora, interessi falsi e scelte forzate  possono essere sostituiti da interessi onesti e opzioni libere, dando vita ad una condizione in cui l'integrale sviluppo di ognuno è il presupposto per il pieno sviluppo di tutti.