Nel passato : il consumo necessario (^)

  Le analisi sociologiche e le rassegne storiche concernenti il periodo della Rivoluzione Industriale presentano l'immagine di lavoratori ridotti a salari di sussistenza sufficienti solo a ripristinare il dispendio di energia. Si trattava dunque di un consumo necessario, al di sotto del quale l'individuo non avrebbe avuto la forza indispensabile per funzionare come produttore.

  Per quanto riguarda i capitalisti industriali (i proprietari del capitale industriale, vale a dire dei mezzi di produzione industriale), essi venivano raffigurati come individui estremamente parsimoniosi, intenti a investire la maggior parte dei loro profitti in nuovi macchinari e strumenti produttivi. Per questo motivo, il livello e il tipo dei loro consumi non era né eccessivo né stravagante, in sintonia con l'austera morale Vittoriana.

  Se accettiamo come vera questa immagine di quel periodo storico, giungiamo alla conclusione che uno stile di vita fatto di povertà imposta e di frugalità accettata, caratterizzava sia i lavoratori che i capitalisti.
  Assumendo che questa sia stata la realtà durante le fasi iniziali della Rivoluzione Industriale, è nondimeno vero che l'incremento continuo e vertiginoso nella produzione di cibo, indumenti e altri beni di base era destinato a trasformare le condizioni di vita di tutti, quasi al di là di ogni previsione.

 

Gli arricchiti : il consumo ostentato (^)

  La crescente disponibilità di beni non poteva non coinvolgere, innanzitutto, i proprietari dei mezzi di produzione e modificare l'immagine che di essi prevaleva fino ad allora. Il ritratto del capitalista ascetico e risparmiatore venne sostituita dalla caricatura di un individuo grasso e flaccido, tutto preso ad accumulare sempre più denaro da spendere in oggetti sempre più stravaganti.

  Era dunque arrivato il tempo del consumo cospicuo e ostentato da parte degli strati arricchitisi con l'industrializzazione; sia il livello che la natura di questo consumo miravano a dare sfoggio di potere e di distinzione sociale.

  Questa patologica frenesia di consumo era caratteristica soprattutto dei ruggenti anni '20 negli Stati Uniti, un periodo contraddistinto da denaro in abbondanza e da illusioni a buon mercato (entrambi prodotti dell'incoscienza statale), in cui molti coltivarono il sogno di un salto improvviso dalle ristrettezze alle ricchezze.

  In quel clima di euforia anche le masse potevano iniziare a pensare di prender parte al godimento di questo crescente ammontare di risorse. Infatti veniva loro detto da esponenti politici di primo piano che la prosperità era proprio dietro l'angolo. Sfortunatamente, dietro l'angolo si trovavano solo le illusioni di una espansione gonfiata artificialmente dallo stato e scoppiata alla fine in frantumi.

 

Interludio : tra le due guerre (^)

  La depressione che ne seguì, più che un fatto economico, fu un fenomeno psicologico, uno stato mentale di prostrazione che alimentò sfiducia, distrusse speranze e prosciugò le energie degli individui per gli anni a venire.

  Fu in quel momento che tre personaggi apparvero sulla scena con la missione di far ripartire la corsa ai consumi che si era interrotta prima che avesse il tempo di coinvolgere le masse lavoratrici.

  Il primo ad apparire fu Adolf Hitler, il nuovo cancelliere della Germania, portatore di audaci progetti di intervento statale attraverso la costruzione massiccia, da parte dello stato, di infrastrutture (specialmente autostrade).

  Il secondo fu Franklin Delano Roosevelt, il nuovo presidente degli USA, con i suoi progetti di rimettere in moto il motore economico e di sanare il tessuto sociale danneggiati dalla depressione, e questo attraverso l'intervento di un forte potere centrale.

  Il terzo personaggio, che agì come un ponte di collegamento teorico, era John Maynard Keynes, l'economista inglese che prese ispirazione dal funzionamento di alcuni esperimenti del nuovo governo tedesco, diede loro una patina di rispettabilità concettuale e rese queste idee a tal punto attraenti che esse divennero il credo economico del governo federale americano a partire dal "New Deal" in poi.
  Poi scoppiò la guerra che offrì ulteriori giustificazioni e maggiore impulso a favore dell'intervento statale che rappresenta il fulcro dell'ideologia Keynesiana.

  Qualunque fosse il grado di verità contenuto nell'invito al "laissez-faire" degli economisti classici, esso venne completamente messo da parte. Al suo posto, economisti pagati dallo stato e burocrati impiegati dallo stato sostituirono e lanciarono l'appello al "laissez-nous faire" che divenne la nuova dottrina economica dello stato.
  Nel modello del "laissez-faire" ognuno, prendendosi cura del proprio interesse (nel lungo periodo), è spinto a soddisfare i bisogni di altri.
  Nell'appello del "laissez-nous-faire" taluni, pretendendo a parole di occuparsi dell'interesse di tutti, sono intenti, nei fatti, a badare al proprio immediato tornaconto; oltre a prendere in giro quasi tutti e generando in molti, prima o poi, una condizione di irresponsabilità e di insicurezza.

  In realtà, non si trattava di idee nuove ma della riscoperta e della riproposizione di un armamentario concettuale vecchio di almeno 200 anni, chiamato mercantilismo.
  Con esso, la "mano invisibile" della competizione/emulazione che tendeva ad armonizzare le interazioni tra molte entità e molti interessi, veniva sostituita dalle "dita invadenti" dello stato monopolistico, intento ad appropriarsi di qualsiasi possibile introito, per la salvaguardia totale dei propri interessi.

  La dottrina neo-mercantilista, in altre parole quella del "laissez-nous faire", si basa sul controllo e dominio da parte dello stato dell'intera economia, con la proprietà statale di alcuni grandi complessi industriali e di servizi (spesso con il pretesto che essi rappresentano monopoli naturali) e con la stampa di banconote nell'ammontare e nei tempi ritenuti convenienti agli interessi della cerchia al potere.

  È soprattutto quest'ultimo aspetto che ha reso possibile la ripresa del processo di consumo allargato, con il coinvolgimento crescente delle masse lavoratrici.

 

I lavoratori : il consumo allargato (^)

  Il periodo successivo alla seconda guerra mondiale ha rappresentato uno sblocco di energie, dopo l'oppressiva irregimentazione dei decenni precedenti.
  Nell'ambito economico, questo ha portato ad un continuo e generalizzato incremento della produzione che ha permesso un continuo generalizzato aumento dei consumi che ha riguardato tutti i gruppi di popolazione.

  La tutela e il controllo dello stato sono apparsi moderati ma solo se confrontati con il periodo precedente. I padroni dello stato, avendo messo da parte messaggi e pretese di totale rigenerazione sociale (comunismo, fascismo) si è mostrato più interessato al semplice fatto di trarre vantaggio dalla nuova situazione. La produzione allargata è stata vista da essi come una torta di cui molte fette potevano essere sottratte ai produttori e distribuite tra differenti gruppi sociali al fine di assicurarsene l'appoggio elettorale. Più ampio era il gruppo sussidiato, più vasto l'appoggio atteso.

  Nel dopoguerra le élites statali di tutti gli stati in cui era stato introdotto il suffragio universale, modificarono l'immagine e l'atteggiamento nei confronti delle popolazioni. Al posto di soldati in marcia, i professionisti della politica videro, nelle masse, soggetti votanti il cui favore doveva essere coltivato. Per questo motivo, garantire l'occupazione e aumentare il livello di consumo della popolazione divennero due obiettivi proclamati e sbandierati da parte di tutti i partiti politici all'interno dello stato (socialisti e non socialisti).

  Questa linea di condotta politica rappresentava certamente un miglioramento rispetto al passato e qualcosa che non si può respingere in maniera superficiale, tenuto conto che il livello di bisogni insoddisfatti era alto e le infrastrutture materiali poche o, in taluni luoghi, inesistenti a seguito delle distruzioni della guerra.

  Il miglioramento nell'organizzazione e nelle pratiche lavorative, l'introduzione di macchine migliori e di strumenti più potenti, l'esistenza di individui che desideravano soddisfare bisogni e desideri in misura crescente, tutto ciò ha spinto e sostenuto una crescita continua della produzione.
  Il problema si è presentato solo 15-20 dopo la conclusione della guerra (vale a dire, durante gli anni '60), quando, una volta soddisfatti i bisogni di base e riparate/rinnovate le infrastrutture, ci si è resi conto che occorreva bilanciare il continuo aumento della produzione con un continuo allargamento del consumo. A questo fine, qualcosa doveva essere fatto, innanzitutto sul lato della commercializzazione dei prodotti, per uniformarsi ai miglioramenti sul lato della produzione.

  Per accrescere il consumo, i beni dovevano avere:
     -  una continua visibilità: pubblicità, in tutte le sue forme (striscioni, foglietti pubblicitari, manifesti, ecc.) e diffusione di messaggi attraverso i mezzi di comunicazione di massa (stampa, radio, tv, ecc.)
     -  una continua accessibilità: supermercati (con i prodotti esposti, scelti e maneggiati direttamente dal consumatore), centri vendita con lunghi orari di apertura, macchine automatiche per la vendita di oggetti di consumo, ecc.

  Questi sono diventati i punti di riferimento (marchi e simboli) della prima fase dell'era consumistica.
  Ma tutto ciò non avrebbe prodotto l'effetto desiderato, in maniera semplice e sicura, se non ci fosse stato l'intervento "provvidenziale" dello stato.

 

Nel presente : il consumo insensato (^)

  Lo stato, dopo aver assunto il ruolo di garante dell'occupazione e di promotore del consumo, ha continuato a svolgere questo ruolo con determinazione anche quando la situazione è cambiata totalmente.
  Nell'era dei robots e dei congegni automatici, in cui la capacità produttiva dell'industria è in grado di inondare qualsiasi scaffale con una montagna di beni, in una fase storica in cui i bisogni di base sono stati soddisfatti o potrebbero essere facilmente soddisfatti (tranne che nel caso si verificassero eventi straordinari), lo stato concepisce ancora l'occupazione come l'impiego di una persona per 7-8 ore al giorno e vede il consumo di beni materiali come l'indice supremo del benessere degli individui.

  Basandosi su questi postulati ideologici, fiducioso nella sua missione di procacciatore del benessere della nazione, reso sicuro dalle elaborazioni concettuali di Lord Keynes, lo stato (quasi ogni stato) non ha mai esitato a stampare banconote e ad accumulare debiti, ogni qualvolta il livello di occupazione declinava o la crescita della produzione e del consumo rallentava.

  Per sostenere l'occupazione, il modo più semplice per lo stato era quello di allargare la palude burocratica e di moltiplicare il numero di persone alle prese con la carta bollata, di modo che il passare scartoffie da un ufficio all'altro è diventato l'equivalente moderno di scavare e riempire buche, in modo da offrire una occupazione alle persone.
  Nonostante ciò, rimaneva il problema di assorbire la produzione crescente e a questo scopo nemmeno una larga schiera di burocrati improduttivi dediti al consumo poteva costituire, da sola, una risposta soddisfacente.

  Per promuovere davvero il consumo, qualcosa di più audace doveva essere trovato. I ruoli di produttore e consumatore, propri entrambi di ogni essere umano, dovevano essere dissociati e una larga parte di persone fisicamente abili e mentalmente capaci dovevano svolgere esclusivamente il ruolo indispensabile di consumatori. L'esercito dei lavoratori si contrae (grazie alla tecnologia) e le posizioni perse sono occupate dall'esercito dei consumatori. Il consumo diventa una nuova occupazione; per alcuni (ad esempio, coloro che vivono di sussidi) la sola occupazione.

  Da quel momento in poi le suadenti parole di occupazione e di consumo assumono un nuovo significato: la mente e il corpo sono pienamente occupati in un insensato consumo che porta al torpore del cervello e alla flaccidità del fisico.
  Vivere è consumare. Maggiore è il consumo (reale o potenziale), maggiore l'apprezzamento e l'autostima. L'atteggiamento generale può essere riassunto con le parole "tanto più, tanto meglio" o con la frase "più se ne ha, meglio si sta".

  L'alienazione mentale e l'obesità fisica sono il risultato quasi inevitabile del processo di consumo gonfiato, messo in moto dallo stato attraverso una piramide crescente di stampa di banconote e di accumulo di debiti.
  Questo è l'aspetto centrale del problema. Ciò che viene qui criticato non è un consumo abbondante o stravagante dei pochi o dei molti quando questo rientra nelle possibilità economiche ed è in sintonia con le preferenze individuali. Questo fa parte della libertà delle persone di utilizzare il loro reddito come meglio credono, e non è affare di nessuno intromettersi nelle scelte personali che riguardano solo la persona che le effettua.

  Quello che è da discutere è il fatto che una (grandissima) parte di questo consumo è stata finanziata da debiti contratti dai governi statali per guadagnarsi il favore dell'elettorato. Per citare solo un caso, in Italia il debito statale ha raggiunto nel Settembre 2002 la cifra astronomica di 1386 miliardi di euro. Questi debiti saranno pagati dalle generazioni future e da quella presente nei prossimi anni allorché, ad esempio, le pensioni verranno drasticamente ridotte e l'età pensionistica verrà per legge innalzata.

  Le crepe nel sistema sono già apparse da tempo e ciò significa che ci stiamo avvicinando alla fine del percorso. Dal consumo necessario dell'epoca industriale, attraverso il consumo allargato del periodo industriale avanzato, siamo giunti alla fase attuale del consumo insensato.
  Questo consumo insensato è anche il risultato di una produzione eccessiva o inutile. Tutto ciò non può essere definito altrimenti che con il termine spreco.

  Sarebbe però sciocco ritenere che lo spreco sia qualcosa che verrà risolto da metodi migliori di riciclaggio; questo perché lo spreco non è soltanto ciò che rimane al termine del processo di produzione e di consumo, ma è qualcosa che svolge un ruolo molto importante durante la fase dello statismo che è quella che stiamo vivendo attualmente. È quindi necessario esaminare, anche solo brevemente, le varie forme, funzioni ed effetti dello spreco.

 

Le forme dello spreco (^)

 La produzione di spreco concerne:

   - Le risorse naturali
     Lo spreco di risorse naturali ha luogo attraverso:
      -  la sopra-produzione, che riduce o porta ad esaurimento le scorte future di talune risorse naturali.
      -  il sovra-consumo, basato in special modo su oggetti usa e getta che inquinano l'ambiente trasformandolo in una pattumiera.
La natura allora diventa un deserto e una discarica, prima spogliata di risorse e poi insudiciata con una montagna di residui scaricati direttamente nell'ambiente.

   - Gli esseri umani
      Lo spreco di esseri umani ha luogo attraverso il processo di:
      -  produzioni inutili, che significa persone impegnate a compiere lavori senza senso, privi di effettiva utilità o, peggio ancora, ad elevata disutilità per sé stessi e per gli altri (ad esempio, lavoratori in una fabbrica di armi, burocrati che si passano fascicoli in un ufficio statale, ecc.)
      -  consumi inutili, che significa consumo di prodotti malsani, o in eccesso, talvolta solo per colmare il vuoto prodotto dall'assenza di una attività soddisfacente o per combattere la noia che domina la propria vita.

   - I beni materiali
      Lo spreco di beni materiali ha luogo attraverso:
      -  produzioni scadenti, che significa produzione di beni effimeri, che hanno una breve vita a causa della moda, o, semplicemente, a ragione di una qualità scarsa o inesistente che spinge ad una loro sostituzione continua.
      -  consumi scadenti, che hanno origine da individui che hanno troppi soldi a disposizione per agire come consumatori accorti; questo porta all'acquisto di prodotti di ogni tipo che ben presto finiscono nella spazzatura, o in compere eccessive di beni che rimarranno inutilizzati, ad accumulare polvere, per poi essere gettati via.

 

Le funzioni dello spreco (^)

  Lo spreco, come consumo insensato di prodotti inutili, è divenuto un fattore necessario nella vita delle persone nella fase terminale di una società gestita e dominata dallo stato.
Questo perché lo spreco assolve tre funzioni principali:

    -  psicologica
       Le persone non soddisfatte della propria vita (del lavoro, della famiglia, della città in cui vivono, di sé stessi, ecc.) devono trovare degli sfoghi verso cui indirizzare le loro frustrazioni. E l'acquisto di prodotti sembra essere un modo soddisfacente di affermare che essi sono in controllo della loro esistenza.
Per quanto riguarda i poveri, gli esclusi, i non integrati, anche per loro, riuscire nella vita significa essere in grado di acquistare gli stessi prodotti come la maggior parte delle altre persone. La possibilità di appropriarsi di beni materiali, molto al di sopra della soddisfazione dei bisogni di base, diventa la misura del loro progresso esistenziale.
Così il consumo, anche quello di beni inutili o soprattutto quello, assume un ruolo psicologico importante per coloro che non sanno o non vogliono, per una ragione o per l'altra, tendere verso forme di soddisfacimento più profonde e durature.

    -  economica
       Lo spreco di risorse (naturali, umane, materiali) ha un effetto positivo di immagine quando lo stato presenta le cifre sulla situazione dell'economia nazionale. Ad esempio, l'utilizzo dei dati sull'occupazione, senza tener conto del tipo di mansioni svolte, e soprattutto l'uso del Prodotto Nazionale Lordo come un indice magico di progresso, trasformano qualsiasi spreco in un segno di successo economico degno di celebrazione.
La produzione, la produzione inutile, la produzione che porta alla distruzione, tutto ciò dà un contributo all'occupazione e perciò è da accogliere con favore. In questa ottica, il risultato migliore si ottiene con una produzione gestita attraverso pratiche parassitarie, vale a dire burocratiche, in cui dieci persone a malapena assolvono un compito che una persona, senza impedimenti di sorta, potrebbe benissimo svolgere da sola.
Allo stesso modo, i vincoli imposti da procedure idiote, mirano all'attuazione della stessa funzione economica di produrre occupazione. Chiaramente, definire tutto ciò come l'assolvimento di una funzione economica è uno sproposito terminologico, praticabile solo nell'ambito dello statismo.
Il consumo inutile rappresenta anche il motore di una economia dominata dallo stato, nell'ambito della quale tutto ciò che viene usato e distrutto viene contabilizzato positivamente e aggiunto al Prodotto Nazionale Lordo. Per questo motivo, quanto più usiamo e distruggiamo tanto più offriamo motivi per celebrare l'economia nazionale e il potere del suo gestore massimo, lo stato.
Questi aspetti economici (occupazione, contabilità nazionale) sono intrisi tutti di connotazioni psicologiche (ad esempio, le cifre di crescita producono uno stato d'animo positivo) e hanno alla base forti motivi politici.

    -  politica
       Produzioni inutili e consumi eccessivi, vale a dire spreco e sperpero di risorse, costituiscono due fattori indispensabili per la sopravvivenza degli strati parassitari, in gran parte sorti, protetti e alimentati dallo stato.
Il reddito necessario per sostenere questi strati deriva, sempre più, da imposte sui consumi (ad es. I.V.A.). Di modo che, un calo dei consumi equivale, per lo stato, a un calo delle entrate mentre un notevole incremento dei consumi rappresenta una boccata d'ossigeno sempre necessaria per colmare buchi di bilancio. Per questo motivo, stato e consumismo non sono altro che due facce indissolubili della stessa medaglia. Infatti, mentre per un produttore l'interesse a che le persone consumino è limitato alla sua categoria merceologica e al suo specifico marchio, l'interesse al consumo da parte dello stato è molto più ampio e copre ogni genere di beni. Non per nulla, l'invito a consumare è risuonato in diverse lingue, proveniente da politici che hanno agito sotto diverse sigle, dal repubblicano George W. Bush senior negli USA all'inizio degli anni '90 (con la famosa visita ai grandi magazzini Macy's per comprare un paio di calzini e dare il buon esempio ai suoi concittadini) alla socialista Martine Aubry in Francia alla fine dello stesso decennio (con la sua famosa frase, pronunciata in una trasmissione televisiva, che "il faut relancer la consommation"). La posta in gioco per le entrate dello stato è enorme e per questo ogni governo è dichiaratamente a favore della crescita continua dei consumi. Il compito di spingere in direzione di questa crescita viene facilitato se la maggior parte dei consumi è fatta di beni effimeri o che finiscono presto nella spazzatura, di modo che il ciclo possa continuare all'infinito su base allargata.

Un sotto-prodotto politico (non per questo meno importante) di questa frenesia consumistica sponsorizzata dallo stato consiste nello spreco di esseri umani e delle loro specifiche qualità. L'umanità veniva meno quando le persone erano vincolate alle macchine, spinte a lavorare per troppe ore al giorno; l'umanità viene meno quando le persone sono bombardate dalla pubblicità, invitate continuamente a consumare troppo di tutto. In entrambi i casi, il potere è soddisfatto in quanto che, più le persone hanno il corpo e la mente occupati da vuote faccende, meno li possono dedicare per esplorare e sperimentare nuove idee.

 

Gli effetti dello spreco (^)

  Lo spreco sta generando effetti che sono sempre più visibili quanto più i guasti si allargano e si approfondiscono. Essi si ripercuoteranno sulle generazioni future per molti anni. Gli effetti principali riguardano:

  -  La distruzione della natura
     Un modo assurdo e insano di produrre e di consumare ha portato a trattare la natura come una riserva di caccia da sfruttare integralmente o come una discarica da riempire totalmente. Il risultato inevitabile è la distruzione della natura a una scala e intensità mai raggiunti finora. E questo è stato reso possibile attraverso la promozione patologica di un sempre più crescente livello di consumi da parte degli stati attraverso pratiche basate sulla immissione di circolante, sull'accumulo di debiti e sullo sperpero di risorse. La iper-espansione del denaro si traduce in un iper-sfruttamento della natura. Il debito dello stato e la distruzione dell'ambiente sono due aspetti strettamente legati tra di loro da un rapporto di causa ed effetto.

  -  Il deterioramento dell'umanità
     Un ambiente naturale che si deteriora è il sintomo di un ambiente sociale che si inaridisce, nel quale l'essere umano perde progressivamente le qualità e i risultati fondamentali conseguiti attraverso il processo di civilizzazione, e cioè il benessere dell'umanità caratterizzato da:
     -  saggezza: conoscenza e valutazione appropriate della realtà
     -  prosperità: libertà, varietà e significatività delle scelte
     -  salute: igiene bio-sociale (ambiente) e psico-fisica (persona).
La fibra fisica e morale degli individui stanno entrambe diventando flaccide. Obesità e ottusità stanno diventando fenomeni di massa. La prosperità è equiparata alla disponibilità di denaro e questo è uno degli esempi più evidenti della mancanza di saggezza e di lucidità di pensiero.
La presenza di agenti inquinanti nell'aria e di sostanze tossiche nei cibi, i numerosissimi casi di cancro, gli atti di gratuita follia causata da una rabbia profonda, l'affaticamento mentale e la confusione morale: tutti questi sono segnali del vuoto di molte esistenze prive di scopi e di percorsi autonomamente definiti e sono segni del disagio e del deterioramento di troppi individui.

  -  La dissipazione delle risorse
     L'obeso e ottuso essere umano sta scialacquando risorse a velocità prodigiosa, lasciando alle spalle un deserto e un vuoto che future generazioni avranno difficoltà a risanare e, forse, nessuna speranza di ricolmare.
Tutto ciò è in sintonia con l'ideologia dello statismo che proclama che "nel lungo periodo saremo tutti morti". A questo detto, gli ideologi dello stato hanno implicitamente aggiunto il messaggio: "interessa poco provvedere al dopo".

La dissipazione delle risorse è stata incoraggiata dagli stati timorosi di una caduta dei consumi e di un rallentamento della crescita, che porterebbero ad una diminuzione delle entrate fiscali. A sostegno di questa visione consumistica, i governanti statali sono arrivati persino ad invocare l'interesse nazionale. Sotto lo statismo, il consumismo è diventato un dovere nazionale, una attività patriottica incoraggiata dai capi politici come un servizio al paese.

  Questo indica che alcune funzioni dello spreco sono divenute talmente necessarie per la sopravvivenza dello stato nazione che la conservazione e la continuazione dello spreco sono diventati affari di interesse nazionale. Quando si verifica ciò, l'organizzazione che ha generato questo necessità dello spreco, e cioè lo stato nazione, è condannata a finire essa stessa nella spazzatura della storia.
  La conservazione dello stato richiede l'estinzione della natura. Stando così le cose, è attraverso l'estinzione dello stato che possiamo operare per la conservazione della natura.

 

Nel futuro : la cura assennata (^)

  Considerato che l'ideologia corrente, basata sulla crescita dei consumi e sul godere quanto più possibile dei beni materiali nel breve periodo, sta portando, nel medio-lungo periodo, alla desolazione e al disastro per le generazioni future, un nuovo paradigma e un nuovo modo di agire dovrebbero diventare urgentemente un comune modo di essere dell'umanità.

  In questo nuovo paradigma, l'occuparsi solo del breve termine non è visto come realismo ma come irresponsabilità e irrazionalità che potrebbero distruggere qualsiasi realtà futura.
  Infatti, non ciò che è reale è razionale, ma solo ciò che è razionale (cioè, sano e sensato) è e continuerà ad essere reale.

  La razionalità consiste in un comportamento che produce una realtà duratura, caratterizzata dalla permanenza; solo ciò che permane nel tempo, che non è quindi effimero, è reale (nel senso di avere dignità e di essere degno di essere preservato), sia esso un artefatto, un concetto, un sonetto o una formula matematica.

  Permanenza richiede manutenzione. Per promuovere la permanenza, dobbiamo passare da un consumo insensato ad una cura assennata. Riferendosi all'ambiente nel suo complesso (esseri umani, esseri animali e risorse naturali) questo significa che sia la produzione che il consumo dovrebbero avere come caratteristiche quelle di essere:

   - sensati
      -  liberi di diffondersi e ripartirsi in maniera equa e razionale (vale a dire, secondo un rapporto appropriato) tra individui e comunità senza essere artificiosamente concentrati, a causa di restrizioni statali, in sacche di iper-lavoro e iper-opulenza da una parte e inattività e indigenza dall'altra;

   - sostenibili
      -  utilizzando principalmente o preferibilmente risorse rinnovabili ad un tasso compatibile con la loro rigenerazione (equilibrio dinamico tra entrate e uscite);
      -  utilizzando risorse sostitutive nel caso di risorse non rinnovabili o, quando ciò non sia possibile o praticabile, bilanciando l'uso di risorse non rinnovabili con la ricerca di congegni sostitutivi a vantaggio delle future generazioni (ad esempio, pannelli solari economici, efficienti e installabili dappertutto).
      -  equilibrando l'emissione di agenti inquinanti nell'ambiente con la capacità di assorbimento dell'ambiente.

   - sani
      -  che soddisfano bisogni salutari
      -  a livelli ottimali
      -  attraverso prodotti e servizi benefici
      -  che promuovono il benessere della natura, del singolo e di tutti gli esseri.

  In ogni caso, l'utilizzo delle risorse (scarse) dovrebbe essere:
      -  adeguato: mirato a soddisfare bisogni e non ingordigie;
      -  moderato: mirato al risparmio e alla conservazione;
      -  appropriato: mirato all'uso nel lungo periodo (anche attraverso il riuso, la riparazione, il riciclaggio).

  Se un nuovo Girolamo Savonarola (il frate Domenicano che predicò contro la tirannia e la corruzione nella Firenze della fine del XV secolo) ritornasse in vita in mezzo ai rifiuti e ai rumori di alcune metropoli moderne, le sue parole potrebbero risuonare alte e potenti per essere udite da tutti e potrebbero assomigliare all'avvertimento: Consumate, consumate, le ore son contate!

  Se vogliamo evitare una fine provocata da noi stessi, dovremmo quanto prima abbandonare il consumo insensato, che lo stato stimola e incoraggia, per passare ad un uso sensato delle risorse, muovendo dalla sperpero alla saggezza.
  In altre parole, dal preparare sventura per il futuro all'avere cura nel presente.