Gian Piero de Bellis

 

Poliarchia : un Manifesto

(2000)

 


 

Parte I

il Passato/Passato


2.  Premesse storiche

3.  Lo stato

4.  Il mercantilismo

5.  Il declino del mercantilismo

6.  La fisiocrazia

7.  La libertà (liberalismo/individualismo)

8.  L'industria

9.  Il capitalismo (origini e sviluppo)

10. Il capitalismo (ambiente e atteggiamenti)

11. Anarchia e socialismo

12. L'apogeo del capitalismo e dell'anarchia/socialismo

13. Lo stato nel retroscena

14. Lo stato ricompare sulla scena

15. Nazionalismo

16. Burocratismo

17. Monopolismo

 


 

2.  Premesse storiche  (^)

La storia sociale dell'umanità è, in larga parte, il racconto del potere e dei conflitti generati dal potere, nelle varie sfere di vita, tra gruppi parassitari e gruppi produttivi.
Il potere può essere visto come l'imposizione di vincoli da parte di una persona o gruppo nei confronti delle libertà di pensiero, parola e azione di un individuo.

A partire dall'anno 1000, lo sviluppo del commercio e la rinascita urbana portarono al superamento del sistema chiuso dell'economia feudale.
Il nuovo potere delle città e delle corporazioni si diffuse al di là delle mura cittadine e aprì nuovi spazi di libertà per servi e contadini.

La città divenne polo di attrazione e porto di accoglienza di un nuovo gruppo di individui che praticavano varie arti e mestieri, che producevano per il mercato locale e commerciavano con persone in luoghi vicini e lontani. Se il termine 'borghesia' ha un significato storico è proprio in riferimento a queste cerchie, piccole e grandi, di artigiani e mercanti che vissero e prosperarono nei centri urbani d'Europa (burgs, bourgs, borghi) durante il XIII e XIV secolo.

Questi 'borghesi' furono coloro che non solo diedero impulso alla produzione e al commercio su larga scala, al di fuori dei vincoli feudali, ma promossero anche nuovi valori di parsimonia e fiducia e misero in atto nuove pratiche contabili (la partita doppia), nuovi modi di pagamento (la lettera di cambio) e nuove forme di raccolta e impiego del risparmio (la commenda), che portarono ad un ulteriore sviluppo delle produzioni e dei commerci.

Verso la fine del secolo XIV, questi individui e gruppi estremamente dinamici erano diventati non solo ricchi e potenti ma anche gelosi della loro posizione di ricchezza e di potere. Fu a quel punto che le corporazioni cittadine iniziarono ad introdurre disposizioni restrittive contro il contado (la popolazione rurale) e contro altre città (gli stranieri).

Queste disposizioni miravano a salvaguardare il monopolio delle corporazioni nella produzione e nel commercio all'interno di un dato territorio.
Per raggiungere questo scopo, le corporazioni, un tempo orgogliose della loro autonomia, arrivarono persino ad invocare decreti reali che garantissero loro certi privilegi, barattando così la libertà con la protezione.

Occorsero parecchi secoli perché quel baratto producesse, inevitabilmente, i suoi frutti avvelenati. Parallelamente alla soppressione delle autonomie comunali, un nuovo potere si preparava ad assumere il controllo : lo stato.

 

3.  Lo stato  (^)

Contrariamente a quanto da molti creduto, lo stato (e soprattutto lo stato nazionale) non è una forma di organizzazione politica che esiste da sempre.

Innanzitutto, le società, cioè comunità organizzate di esseri umani, esistevano molto prima dell'avvento dello stato e senza che avvertissero il bisogno dello stato.

In secondo luogo, nel corso della storia, la principale forma di organizzazione politica fu rappresentata non dallo stato nazionale ma da altre entità vaste come l'impero macedone, l'impero romano, la chiesa cattolica, il sacro romano impero, o piccole come la polis greca, il feudo  medioevale, il comune rinascimentale.

L'affermarsi dello stato come potere centralizzatore risale al XVI secolo e deriva dalla presenza di due fattori di debolezza che appaiono contemporaneamente nel corso della storia :

- universalismo : i poteri universali come il papato o l'impero diventano mano a mano sempre più deboli, culturalmente e politicamente;

- particolarismo : i poteri locali come i comuni e le corporazioni diventano sempre più reazionari, consegnando le proprie autonomie a poteri più forti in cambio della protezione nella messa in atto di pratiche monopolistiche nella produzione e nel commercio.

Gli elementi di novità introdotti dallo stato in rapporto al periodo feudale/comunale riguardano :

- la monopolizzazione del potere su un territorio più vasto;

- la centralizzazione delle decisioni e della elaborazione delle leggi con la soppressione di usi e norme delle comunità locali.

A partire dal XVI secolo il potere dello stato aumentò sempre più e un insieme di principi teorici vennero elaborati su come esso dovesse agire nella sfera politica e in quella economica.

Questi princìpi teorici sono conosciuti sotto il nome di mercantilismo.

 

4.  Il mercantilismo  (^)

Il mercantilismo è stata l'ideologia economica degli stati nazionali nella loro prima fase di crescita.

Essa era caratterizzata da tre aspetti principali :

- interventismo. Lo stato promuoveva in prima persona o favoriva lo sviluppo di monopoli e oligopoli minuziosamente regolamentati. In generale, la produzione e il commercio (specialmente quello estero) erano sotto il controllo dello stato;

- fiscalismo. Il favore dato ai monopoli derivava, non ultimo, dal fatto che essi erano più facilmente controllabili sotto l'aspetto fiscale. Le concessioni di privilegi monopolistici alle corporazioni e ai mercanti avevano anch'essi come principale obiettivo di assicurare un fonte di entrate per lo stato;

- egemonismo. La produzione e il commercio erano mirati ad un aumento della quantità di metalli preziosi (oro, argento) incamerati dallo stato in quanto ritenuti indice del suo grado di potenza e di  ricchezza in rapporto ad altri stati.

A partire dal XVI fino alla metà del XVIII secolo, i princìpi del mercantilismo rappresentarono l'ideologia e la pratica dominante del potere. Si trattava di un feudalesimo a più ampio livello, con la stessa struttura piramidale ma con due differenze sostanziali. La prima consisteva nel fatto che i comuni e le corporazioni avevano preso il posto del feudatario nel dominio del contado. La seconda differenza era che, in cima alla piramide, regolando e controllando (o meglio tentando di controllare) ognuno e ogni cosa, vi era un potere centrale: lo stato.

Questo aspetto di regolamentazione e di controllo (interventismo) appare nelle numerose e minuziose disposizioni concernenti l'apprendistato, la mano d'opera, la manifattura, il commercio.

L'interventismo aveva come obiettivo a breve termine quello di raccogliere risorse (fiscalismo) per il funzionamento della macchina statale e nel lungo periodo quello di sostenere e rafforzare il potere e il predominio (egemonismo) degli interessi statali all'interno e all'estero.

 

5.  Il declino del mercantilismo  (^)

L'ideologia mercantilista trovò applicazione piena e rigida in Francia, più flessibile nei Paesi Bassi e in Inghilterra.

Questo allentamento del controllo statale permise a queste due ultime regioni di avviare un processo di sviluppo economico e sociale che le avrebbe portate a una posizione di crescente importanza.

Invece, la Francia, dove la pratica del mercantilismo era più vincolante e opprimente, avrebbe perso la sua posizione di preminenza e sarebbe rimasta indietro nei secoli successivi.

In effetti, il mercantilismo può essere visto come una versione aggiornata e corretta del feudalesimo, basata sull'alleanza tra corporazioni cittadine monopolistiche e uno stato centralizzatore.

Tutti gli interventi statali nella sfera economica, attraverso investimenti finanziari o la concessione di privilegi monopolistici, ebbero l'effetto di impastoiare e frenare invece che stimolare e rafforzare l'industria e il commercio.

Non fu quindi certo per caso che nuove concezioni ideologiche, che suggerivano e raccomandavano un nuovo corso nella politica economica, apparvero prima che altrove in Francia, dove gli interventi restrittivi dello stato erano più oppressivi.

Questa nuova scuola di pensiero fu chiamata fisiocrazia.

 

6.  La fisiocrazia  (^)

Il movimento fisiocratico fu una reazione contro l'importanza attribuita dallo stato alla manifattura e al commercio di esportazione in rapporto all'agricoltura. Rappresentò, al tempo stesso, la convinzione dell'esistenza di leggi economiche naturali in contrasto e in opposizione alle regolamentazioni statali.

Questa convinzione trovò espressione nella formula "laissez faire, laissez passer", un grido e un'esortazione contro le innumerevoli interferenze dello stato in attività che avrebbero trovato piena fioritura se solo fossero state lasciate libere di svilupparsi autonomamente.

Il ruolo dei fisiocratici fu quello di produrre strumenti teorici su cui basare la convinzione che il progresso economico si sarebbe potuto realizzare solo attraverso una riduzione del ruolo dello stato.

Ma essi non ebbero molto ascolto e seguito pratico in Francia, il loro paese d'origine.

In effetti, l'ancien régime, la rivoluzione francese e l'impero napoleonico, mettendo da parte dichiarazioni pompose e altisonanti sulla libertà ed emancipazione dei popoli, furono tutti espressione di uno stato sempre più potente, pronto a controllare e a monopolizzare tutto per la propria grandezza anche a costo di bloccare lo sviluppo economico e sociale.

La Francia, che aveva già accumulato un ritardo proprio a causa dei vincoli mercantilisti, da questo momento in poi avrebbe giocato un ruolo chiaramente subordinato rispetto ad altri paesi, ben più liberi e dinamici.

Tra questi, uno dei più liberi e dinamici, si avviava a diventare l'Inghilterra.

 

7.  La libertà  (liberalismo/individualismo)  (^)

Lungo il corso della sua storia e fino al XVI secolo, l'Inghilterra è stata una regione arretrata dal punto di vista economico e tecnologico rispetto alla maggior parte dei paesi europei.

Non possedeva né le disponibilità monetarie della Spagna derivanti dall'oro e argento provenienti dal Sud America, né la magnificenza e la raffinatezza della Francia. Il paese presentava una scarsa popolazione e una bassa produttività. Nonostante ciò, iniziò a sviluppare qualcosa che sarebbe contato enormemente nel lungo periodo : tolleranza e libertà.

La tolleranza rese possibile, ad esempio, accogliere popolazioni che erano state perseguitate ed espulse da altri paesi, come gli Ugonotti. Queste nuove risorse umane contribuirono allo sviluppo di nuovi settori di produzione.

La libertà generò un grande fermento e permise la sperimentazione di idee che diedero vita alla invenzione, adozione e diffusione di nuovi strumenti meccanici. Prometeo, sciolto da catene, iniziò a costruire un nuovo mondo industriale basato sulle macchine.

Dalla metà del XVIII secolo e specialmente dopo il 1780, l'Inghilterra crebbe progressivamente e incessantemente nella produzione, nelle invenzioni meccaniche e nella potenza.

Non è di certo l'accumulo di oro e argento che costituisce la base della crescita economica, come una rozza concezione della dinamica economica vorrebbe farci credere, ma l'attitudine e la pratica della tolleranza e della libertà.

Fu proprio in questo clima sociale, e dalla felice unione del liberalismo e dell'individualismo, che presero l'avvio le rivoluzioni nell'agricoltura e nell'industria, che avrebbero portato ad una prodigiosa crescita della produzione e dei mezzi di sussistenza e ad un miglioramento generale delle condizioni di vita.

 

8.  L'industria  (^)

La ricetta che diede vita alla rivoluzione ha un ingrediente essenziale che si chiama : libertà.
Nel XVIII secolo l'Inghilterra era diventato uno dei paesi al mondo di maggior rispetto e pratica della libertà. Ecco perché lì prese avvio la rivoluzione industriale.

Essa è stata il prodotto della libertà e ha prodotto a sua volta un ulteriore sviluppo della libertà : di produrre, commerciare, inventare.

Non è la divisione del lavoro (come nel famoso esempio della fabbrica di spilli) che rappresentò la base della rivoluzione industriale. Un aumento della produttività non sarebbe stato sufficiente ad avviare e a sostenere una trasformazione così radicale. La libertà di migliorare la produttività, di applicare la creatività alla produzione e al commercio senza che l'invenzione fosse bloccata e l'inventore deriso, importunato o persino impiccato; questo è ciò che ha contato e ha rappresentato l'elemento di novità e di diversità dell'Inghilterra della rivoluzione industriale rispetto ad altri paesi.

I protagonisti dell'industrializzazione e della meccanizzazione furono coloro che, in questo clima di libertà, applicarono la curiosità e l'ingegnosità alla produzione e al commercio. Inventori e imprenditori emersero da tutti i settori produttivi della società; non solo l'aristocrazia terriera che introdusse miglioramenti nei metodi colturali ma anche il barbiere Arkwright con la diffusione della macchina per filare e l'orologiaio Watt con l'invenzione della macchina a vapore.

La borghesia come classe non fu certo il motore della rivoluzione industriale.

Se per borghesia ci riferiamo al maestro di una corporazione, con le sue pratiche monopolistiche nella produzione e nel commercio, egli certamente agì, per un periodo notevolmente lungo, come un freno potente ad ogni progresso economico e tecnologico. Già allora, il tempo della borghesia come classe rivoluzionaria era tramontato; solo il nome, borghesia, sarebbe rimasto, pronto per essere usato a fini ideologici, come titolo di vanto o di disprezzo.

Questo periodo storico è stato caratterizzato dal ruolo dominante svolto dal capitale fisso (macchinari) e per questo ci si riferisce ad esso come epoca del capitalismo.

 

9.  Il capitalismo (origini e sviluppo)  (^)

Il capitalismo emerse in Inghilterra, in Scozia e nei Paesi Bassi verso la metà del XVIII secolo.

Se, erroneamente, come già rimarcato da Adam Smith, identifichiamo capitale con denaro allora il capitalismo è esistito molto prima della rivoluzione industriale e la sua origine è databile con l'introduzione della moneta.

Ma capitale (nel contesto della Rivoluzione Industriale) significa soprattutto macchinari impiegati per la produzione di beni. Con questa qualifica, il capitalismo è il sistema economico di produzione basato sull'uso estensivo e crescente delle macchine (strumenti semplici o complessi).

Il capitalismo si caratterizza, quindi, per il predominio del capitale (macchine) e per il ruolo centrale da esso svolto rispetto ad altri fattori di produzione (terra, lavoro).

È un dato di fatto che in altri paesi (ad esempio la Cina) vennero inventati, molto prima che in Inghilterra, strumenti e congegni meccanici, ma l'assenza di libertà dovuta al controllo dispotico dello stato, impedirono il loro utilizzo e la loro diffusione.

Per questa ragione, le macchine, benché importanti e centrali per l'esistenza e il funzionamento del capitalismo, possono svolgere il loro ruolo produttivo solo in presenza di specifici pre-requisiti.

I pre-requisiti del capitalismo fanno riferimento al clima sociale e alle attitudini psicologiche promosse e sviluppate da gruppi e individui.

 

10.  Il capitalismo (ambiente e atteggiamenti)  (^)

Le caratteristiche principali del capitalismo, del clima sociale e delle attitudini psicologiche in cui esso era immerso, possono essere identificate in tre aspetti :

- liberalismo (politico, economico, culturale);

- individualismo  (diritti naturali, intraprendenza);

- economismo (industriosità, frugalità, calcolo economico).

Il capitalismo è stato un periodo produttivo altamente dinamico, un'epoca rivoluzionaria della storia economica e sociale durante la quale individui hanno continuamente trasformato e migliorato mezzi e modi di produzione.

Il capitalismo ha favorito lo sviluppo di una concezione dei rapporti sociali estremamente semplice : ogni individuo, provvedendo al proprio interesse, avrebbe concorso ad assicurare l’interesse degli altri individui e della comunità nel suo complesso. Per questa ragione, quanto più ampia fosse stata la libertà del singolo di perseguire il proprio interesse, tanto più e meglio l'interesse di tutti sarebbe stato salvaguardato e promosso.

Si trattava del capovolgimento totale della visione di Hobbes "homo homini lupus" che offriva giustificazioni all'esistenza di un potere assoluto. Era, quella capitalistica, una ideologia così ottimistica e animatrice di progresso da fornire terreno fertile per la nascita e diffusione di ogni sorta di visione messianica e utopistica di rigenerazione sociale in cui veniva posto al centro l'essere umano  e non il despota 'illuminato'.

Le due più importanti visioni di rigenerazione sociale che sorsero in quel periodo furono l'anarchia e il socialismo.

 

11.  Anarchia e socialismo  (^)

Anarchia e socialismo sono stati due sistemi teorici di organizzazione sociale risultanti dall'analisi del capitalismo e propugnanti il suo superamento. In altre parole, la finalità ultima dell'anarchia e del socialismo consisteva nell'andare oltre il capitalismo, verso lo sviluppo integrale degli individui e della società.

Nell'immagine di queste nuove concezioni di organizzazione sociale, dopo l'epoca buia del medioevo e l'alba rappresentata dal capitalismo, sarebbe emersa la luce di un radioso avvenire sotto le insegne dell'anarchia e del socialismo.

I principi base dell'anarchia e del socialismo erano in molti aspetti similari. Facevano riferimento al superamento di tre contrasti :  

- la divisione tra stati nazionali attraverso la diffusione del pacifismo e dell'internazionalismo;  

- la divisione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale attraverso lo sviluppo pieno di tutte le forze produttive tra cui, in primo luogo, l'essere umano;

- la divisione tra campagna e città attraverso il distribuirsi armonioso della popolazione sul territorio e la disponibilità di abitazioni, di spazi verdi e di attrezzature sociali per tutti.

Gli aspetti di divergenza tra le due concezioni riguardavano : 

- il diverso peso assegnato all'individuo (anarchia) o alla società (socialismo);

- il ruolo (o la mancanza di ogni ruolo) attribuito allo stato nel periodo di transizione verso la nuova organizzazione degli individui in società.

Durante il XIX secolo, l'antagonismo dinamico e la cooperazione conflittuale tra il capitalismo e i suoi potenziali eredi (anarchia e socialismo) produsse come risultato un miglioramento continuo nelle condizioni generali di vita, a tal punto da generare l'illusione di essere giunti ad un'epoca di progresso materiale e morale senza fine.

 

12.  L'apogeo del capitalismo e dell'anarchia/socialismo  (^)

Il capitalismo da un lato e l'anarchia/socialismo dall'altro condividevano alcuni principi di base quali:

- scientismo (fiducia nella scienza e nella tecnologia);

- universalismo (internazionalismo e scambi a livello mondiale); 

- pacifismo (anti-militarismo).

In effetti, scientismo, universalismo e pacifismo videro il loro massimo splendore nel periodo di affermazione del capitalismo (prima metà del secolo XIX), quando l'Inghilterra, culla del capitalismo, era troppo impegnata a inventare, produrre e commerciare su scala mondiale per farsi distrarre da guerre che avrebbero causato disturbo a queste attività.

Il dinamico rapporto di cooperazione/conflitto tra il capitalismo e le sue controparti, l'anarchia e il socialismo, produsse come risultato : 

- la distruzione delle vestigia feudali e dei particolarismi mercantilistici e la diffusione di nuove norme generali di comportamento economico;

- la produzione di un crescente ammontare di beni, al punto tale che, per la prima volta a memoria d'uomo, alcuni iniziarono a coltivare il sogno di un mondo privo di povertà e foriero di prosperità per tutti.

Durante il XIX secolo, crebbe una notevole fiducia in un progresso senza fine basato sulla democrazia politica e lo sviluppo sociale, che raggiunse il suo culmine con le rivoluzioni del 1848 e con l'Esposizione Universale di Londra del 1851.

Il capitalismo e le sue controparti, l'anarchia e il socialismo, erano al loro apogeo. Nel frattempo lo stato, soprattutto in Inghilterra che era il paese più avanzato, restava per lo più in secondo piano.

 

13.  Lo stato nel retroscena  (^)

Durante la maggior parte del XIX secolo, lo stato rimase in disparte, almeno per quanto concerneva la vita economica.

Persino in un paese statocratico come la Francia, lo stato, testimone dell'eccezionale sviluppo economico dei paesi vicini quali l'Inghilterra e l'Olanda, si trovò costretto ad allentare il suo controllo sugli individui.

Lo stato dovette farsi da parte.

Strade ferrate, elettricità, produzioni, commerci, venivano sviluppati e gestiti autonomamente da individui e imprese.

L'agire di uno stato debole, debole in confronto alla forza degli altri poteri, ebbe un'influenza benefica e di progresso in quanto mirava solo a limitare il dominio di coloro che disponevano di eccessivo potere.

Per esempio, in Inghilterra, gli ispettori statali che redigevano rapporti sulle condizioni di lavoro, iniziarono a farsi promotori di interventi sulla sanità ed igiene e sostenitori della riduzione della giornata lavorativa e dell'educazione dei fanciulli.

Oltre lo stato, anche taluni settori della società e singoli imprenditori intervennero facendo sentire la loro voce e levandosi contro molti degli aspetti più brutali del capitalismo, soprattutto il dominio della macchina sugli esseri umani.

Alcuni lati negativi erano il portato di epoche precedenti come, ad esempio in certe attività, l'obbligo al lavoro dei fanciulli fin dall'età di cinque anni, una pratica imposta dallo stato mercantilista in Francia e in Inghilterra e fatta rispettare imponendo multe ai genitori che non si attenevano all'ingiunzione.

Ma, nonostante squilibri sociali, atroci casi di sfruttamento e dure condizioni di vita, la gente iniziò a nutrire speranze di una vita migliore in quanto tutto progrediva: la salute, l'educazione, l'alimentazione, lo stato delle abitazioni, contribuendo ad allungare il corso della vita.

In aggiunta a ciò, le persone, in numero sempre maggiore, prendevano parte attiva alla vita sociale; tutto ciò faceva presagire, attraverso l'estensione del diritto di voto durante il XIX e il XX secolo, un ulteriore sviluppo della partecipazione. Purtroppo, l'estensione del diritto di voto si accompagnò al fatto che nuovi padroni e paladini si fecero avanti a rappresentare le masse.

A quel punto il libero gioco e la contesa tra interessi differenti che aveva saputo produrre una dinamica reale di miglioramento personale e sociale, si spostò gradualmente verso l'arena politica dove trovò una pletora di nuovi attori pronti ad impersonare differenti ruoli 'pubblici' (cioè statali) quali ad esempio il politico, il burocrate, il giudice, l'ufficiale dell'esercito, il poliziotto.

Lo stato stava facendo la sua ricomparsa.

 

14.  Lo stato ricompare sulla scena  (^)

Il massiccio lavoro di distruzione del passato e di costruzione per il presente e il futuro avrebbe potuto portare ad un progresso senza fine se solo si fossero potuti tenere sotto controllo gli aspetti di degenerazione (quali lo sciovinismo e il protezionismo) presenti in qualsiasi realtà (capitalismo e socialismo inclusi). Ma ciò non accadde.

Quindi, dopo un breve interludio, in cui lo stato, rimasto o tenuto in disparte, dovette condividere il potere con altri poteri emergenti del capitalismo o del socialismo, esso cominciò a riaffermare la sua passata supremazia.

A tal fine, in primo luogo iniziò ad agire contro poteri meno forti di un tempo, come la chiesa cattolica, o strutturalmente deboli come il movimento anarchico.

La chiesa cattolica, già pesantemente colpita da espropri e restrizioni in tutta Europa e specialmente in Francia, ricevette un duro colpo quando i decreti Ferry (1880) imposero la registrazione, vale a dire la richiesta allo stato del permesso di esistere, a tutti gli ordini religiosi e sancirono l'espulsione dei gesuiti che si rifiutarono di obbedire. Questo fatto sanzionò il capovolgimento totale di secoli di dominio della chiesa a favore del dominio dello stato.

Il movimento anarchico, il più libero ma anche il più ingenuo di tutti i movimenti per una società nuova, fu rapidamente discreditato e distrutto attraverso infiltrazioni e manipolazioni. La propaganda dello stato riuscì, presso persone non acculturate, a far identificare la parola anarchia con disordine e caos, come se gli anarchici fossero contro l'organizzazione e la regolazione sociale tout court, e non semplicemente contro il controllo e l'irregimentazione da parte dello stato.

Dopo di ciò, venne il tempo di sbarazzarsi del capitalismo e del socialismo.

La tattica scelta fu quella di dominare il capitalismo e di annacquare il socialismo, utilizzando sia il bastone che la carota, aizzando l'uno contro l'altro fino a che nuovi imprenditori capitalisti, pieni di rabbia e di preoccupazione, fossero disposti a scendere a patti con nuovi capi socialisti ambiziosi e desiderosi di potere, il tutto sotto il controllo paternalistico dello stato.

Fu un'opera mirabile di cooptazione, corruzione e coercizione.

Durò vari decenni e ricevette una spinta notevole da un fenomeno nuovo che avrebbe unificato le masse e infettato sia il capitalismo che il socialismo : il nazionalismo.

 

15.  Nazionalismo  (^)

Durante il XIX secolo, mentre il capitalismo dominava sulla scena mondiale e il socialismo lottava per garantire ai lavoratori una parte più grande e migliore della crescente produzione, un nuovo fenomeno apparve sulla scena politica : la lotta per la formazione di stati nazionali (Germania, Grecia, Italia, Polonia).

Questa lotta per l'autonomia nazionale non era, inizialmente, priva di connotati di progresso, in quanto ribellione contro poteri esterni oppressivi e voce a favore dell'autodeterminazione dei popoli. La lotta avrebbe potuto mantenere il suo aspetto progressista se le nuove entità nazionali avessero adottato il decentramento federalista e accettato la diversità culturale (come in Svizzera) e avessero annullato qualsiasi traccia di sciovinismo e autoritarismo.

Invece, al posto del federalismo, fu il centralismo che fu introdotto e mise radici. E con esso l'atteggiamento di egemonia nazionale di una cultura sulle altre, che guardava con ripugnanza e con disprezzo a lingue e costumi diversi.

Il nazionalismo si era installato al potere.

Con l'affermarsi del nazionalismo in Europa, il capitalismo e il socialismo assunsero sempre più un atteggiamento e un comportamento egoistici e particolaristici.

L'originario spirito di creatività, competizione per il progresso e lotta per l'avanzamento dei popoli su scala mondiale era ormai cosa del passato.

Al loro posto, sotto le bandiere degli stati nazionali, due fenomeni trovarono rapido consolidamento :

- il burocratismo

- il monopolismo.

 

16.  Burocratismo  (^)

Lo stato, ritornato ad una posizione di preminenza e di dominio, aveva bisogno di un esercito di servitori per svolgere le molteplici e nuove funzioni che cominciò ad arrogarsi, in aggiunta alle funzioni tradizionali svolte in passato e che ampliò e rafforzò : tributi, esercito, polizia, prigioni, scuola, giustizia, salute, trasporti, servizi postali, controllo generale sull'industria ed il commercio, e via dicendo.

La base materiale per il sostentamento di un così vasto esercito di servitori dello stato fu resa possibile dall'esistenza parallela di imprenditori e lavoratori a produttività crescente nei settori agricolo e industriale. Infatti è solo l'attività dinamica di gruppi produttivi che permette la formazione e il consolidamento di strati parassitari.

In questo caso, l'area del parassitismo poteva essere estremamente vasta in quanto le forze produttive erano notevolmente cresciute.

Una novità ulteriore, rispetto all'ancien régime nella fase di poco antecedente alla rivoluzione francese, era rappresentata dal fatto che ora (quasi) ogni cittadino poteva diventare servitore dello stato, senza che a ciò ostassero privilegi di nascita. Finalmente, attraverso la vasta e continua espansione della burocrazia statale, una esistenza parassitaria diventava una possibilità reale per molti, non solo per il ceto aristocratico.

Inoltre, l'allargamento della burocrazia non era confinato allo stato ma riguardava anche le organizzazioni capitaliste e socialiste. Anche in questi ambiti era possibile per individui brillanti ed ambiziosi salire la scala sociale e diventare controllori e portavoce delle masse.

La burocratizzazione della società introdusse una dinamica degenerata tra il capitalismo e il socialismo. Se l'originaria tensione avesse continuato a funzionare indisturbata, come in passato, avrebbe probabilmente condotto ad un incremento progressivo del potere di acquisto dei lavoratori e ad un miglioramento delle loro condizioni di vita e di lavoro. Inoltre, una riduzione graduale e sostanziale della giornata lavorativa si sarebbe verificata, come in precedenza.

Invece, nulla di ciò accadde. Al suo posto crebbe il consumo dei servitori dello stato e di altri strati parassitari a spese delle forze produttive.

Il burocratismo diede origine anche ad un altro tumore : il monopolismo.

 

17.  Monopolismo  (^)

L'inclinazione naturale dello stato è di monopolizzare il potere, almeno all'interno di un dato territorio, di solito abbastanza grande; condividere il potere con altre forze è qualcosa di intrinsecamente antitetico e alieno alla essenza stessa dello stato.

Al tempo stesso, lo stato nazionale è terreno fertile per la crescita di monopoli nella sfera economica. Per motivi di potere (verso l'esterno) e di controllo (all'interno), lo stato nazionale ha favorito la formazione e il consolidamento di monopoli e oligopoli attraverso : 

- il clientelismo : concessione di diritti esclusivi di produzione e di distribuzione a imprese nazionali di proprietà statale o controllate dallo stato o servili nei confronti dello stato;

- il protezionismo : isolamento e salvaguardia delle imprese nazionali dalla  concorrenza estera. Attraverso il protezionismo, lo stato è diventato il padre e la tariffa d'importazione la madre dei monopoli.

Attraverso il clientelismo e il protezionismo, lo stato non solo ha creato e rafforzato i monopoli ma, astutamente, si è fornito una giustificazione per l'estensione dei suoi interventi. Infatti, facendosi paladino, per motivi di propaganda politica, di norme anti-monopolistiche e della proprietà statale di alcune risorse chiave, lo stato, il padre effettivo dei monopoli, ha conseguito il risultato brillante di apparire come il protettore dell'uomo qualunque contro i grandi affaristi, diventando però al tempo stesso, senza riconoscerlo apertamente, l'unico vero monopolista.

In ogni caso, che siano di proprietà o sotto la supervisione statale, lo stato favorisce organizzazioni che si modellano sul suo esempio ed è più incline a trattare con alcune grandi imprese facili da identificare e da controllare che con una miriade di piccole e dinamiche entità economiche. Questo è storicamente vero non solo nella sfera economica ma anche e soprattutto in quella politica e culturale.

Infatti, dove lo stato si impegnò in maniera più aggressiva e al tempo stesso più abominevole ad esercitare il suo controllo monopolistico e a spingere verso l'omogeneizzazione totale fu nei suoi rapporti con le minoranze etniche grandi e piccole. In questo ambito la furia criminale dello stato centralizzatore raggiunse la paranoia, fino al genocidio, come nel caso del massacro degli Armeni (1 milione e mezzo uccisi dallo stato turco all'inizio del XX secolo) e nello sterminio degli Ebrei (6 milioni eliminati per mano dello stato tedesco).

Il monopolismo esigeva il burocratismo e quest'ultimo, a sua volta, rinforzava il monopolismo.

Monopolismo è sinonimo di centralizzazione e di omogeneizzazione. Per raggiungere questi obiettivi, lo stato impiegò non solo la repressione ma anche e soprattutto l'indottrinamento e la manipolazione.

Seguendo l'esempio del governo Prussiano (1808), lo stato si attribuì il monopolio dell'istruzione.

Come al solito, giustificazioni progressiste o semi-progressiste, in linea con lo spirito dei tempi, incoraggiarono le nuove misure. Nel caso specifico dell'istruzione scolastica, i sostenitori dell'intervento statale avrebbero avuto alcune valide ragioni se lo stato si fosse limitato ad un sostegno e ad un aiuto materiale all'istruzione senza immischiarsi nei contenuti educativi. Invece, il sistema di istruzione statale significò, fin dall'inizio, omogeneizzazione forzata degli individui attraverso un controllo centralizzato e un indottrinamento delle menti.

In epoca posteriore, si sarebbe aggiunto a ciò il controllo monopolistico dei mezzi di comunicazione (ad esempio, la radio) per diffondere la propaganda, filtrare l'informazione e mettere sotto silenzio l'opposizione.

Questa manipolazione sarebbe risultata molto utile nel fornire docile carne da macello per i futuri massacri promossi dagli stati nazionali.