Il capo e il suddito (^)

L'essere umano è un animale cooperativo e competitivo.
La cooperazione può estendersi a dismisura e, in un certo senso, degenerare in una sorta di obbedienza passiva (sottomissione) mentre la competizione può essere accesa e forzata a tal punto da diventare aggressione e coercizione (dominio).
L'essere umano sano ed equilibrato è colui che sa e vuole dispiegare entrambi gli aspetti di cooperazione e di competizione nel corso delle sue attività quotidiane senza per questo essere risucchiato da nessuno dei suoi stati degenerativi.
Sfortunatamente, nel corso della storia, alcune persone sono cadute sotto il giogo di una di queste due posizioni, talvolta nella loro forma estrema.
Questo ha dato luogo al sorgere dei ruoli di colui che comanda e di colui che ubbidisce, ruoli che si sono cristallizzati in posizioni sociali di dominio e di sottomissione.
La dinamica del dominio e della sottomissione ha una sua logica giustificativa. Ad esempio, perché ci si possa aspettare una deferente sottomissione un capo non solo deve mostrare di possedere alcune qualità (forza, astuzia, sicurezza, ecc.) in misura superiore alla gente comune ma anche che è pronto e capace ad impiegare quelle qualità al fine di condurre le persone a lui soggette fuori del pericolo ogni qualvolta la situazione lo richieda.
Questo spiega il prestigio attribuito in molti luoghi e in molte epoche storiche ai guerrieri e alle loro gesta.  Un segno di ciò è il fatto che in molte città della Svizzera si trovano statue che celebrano la gloria di cavalieri e uomini d'arme.
Comunque, mentre nel caso della Svizzera condottieri occasionali sono emersi per respingere aggressori e invasori e le loro azioni hanno portato alla formazione di una Confederazione di Cantoni (la Confederazione Elvetica), in altri casi i condottieri sono diventati sovrani a vita, perseguendo fini loro propri.
La maggior parte di questi capi permanenti hanno conseguito la loro posizione attraverso una politica di aggressione ed espansione continua; le persone che sono cadute sotto il loro giogo erano, spesso, abitanti di territori conquistati e annessi, in altre parole, popolazioni sottomesse con la forza.
In questo caso una rispettosa sottomissione non poteva essere assunta come un dato di fatto ma richiedeva un continuo sforzo di manipolazione e di coercizione.
Sempre e dappertutto lo strumento più efficace per ottenere e mantenere una volontaria sottomissione è consistito nel prospettare l'esistenza di pericoli interni o esterni, soprattutto guerre. E situazioni di pericolo si sono presentate regolarmente nel corso della storia dal momento che i governanti più audaci o sconsiderati sono sempre stati pronti a lottare per il controllo di porzioni sempre più grandi di territorio, partendo da piccoli possedimenti fino a formare vasti stati.
Come è apparso chiaro ben presto, non vi è nulla di più adatto per rafforzare il potere di un capo che una guerra vittoriosa o una quasi guerra o una situazione che assomigli alla guerra.
Gli stati del mondo occidentale, in particolar modo quelli Europei, raggiunsero le loro vette di potere e di prestigio verso la fine del 19° secolo quando combattevano, in genere vittoriosamente, contro popolazioni che disponevano di strumenti di guerra meno efficaci (in Africa e in Asia). I governanti occidentali hanno avuto così tanto successo nella loro politica basata sul militarismo e l'imperialismo che, all'inizio del secolo 20°, tredici stati occidentali si dividevano tra di loro quasi l'intero globo terrestre e sette stati Europei controllavano praticamente tutta l'Africa e porzioni consistenti dell'Asia.
Un altro periodo di relativa forza da parte dei governanti statali è stato quello che ha avuto inizio dopo la seconda guerra mondiale quando è emerso un sistema di alleanze in cui lo scontro era sempre latente ma mai direttamente operante. Durante la fase della cosiddetta guerra fredda due super-stati dominavano il mondo e i governanti degli altri stati erano garantiti nelle loro posizioni di potere nella misura in cui si mostravano devoti e obbedienti a uno delle due super-potenze, garantendo di schierarsi dalla loro parte nel caso di un ipotetico conflitto bellico.

 

Il capo risoluto: il bisogno del cattivo (^)

Quanto è stato detto finora ci porta a far emergere un aspetto molto importante, e cioè il fatto che i capi (diversamente dagli amministratori/gestori di una impresa) hanno un bisogno congenito di un nemico. Il loro potere, prestigio e talvolta la loro stessa esistenza e sopravvivenza come capi deriva e si basa sulla presenza di uno o molti nemici. Questa esigenza è stata espressa lucidamente da uno dei più tronfi ma anche, talvolta, perspicace capi di stato del 20° secolo, con la frase roboante: "Molti nemici, molto onore" (Benito Mussolini).
La presenza di un nemico produce, quasi automaticamente e fin dall'inizio, un triplice risultato:

-  raduna il popolo dietro una bandiera
-  riduce le tensioni all'interno
-  rafforza l'obbedienza al capo.

In generale, la presenza di un nemico richiama continuamente l'attenzione delle persone sulla presenza costante di pericoli e le rende grate al potere dominante per la protezione loro accordata.
Per questo motivo lo stato, vale a dire l'organizzazione impersonale dell'élite al potere, ha bisogno, almeno a fasi alterne, di agire in maniera bellicosa. Ciò può manifestarsi in due modi:

-  scontrandosi contro un nemico esterno debole
-  scagliandosi contro un nemico interno fasullo.

Il bisogno di un nemico sembra applicarsi a qualsiasi stato che abbia raggiunto certe dimensioni in termini di popolazione, la quale venga alimentata con una dose quotidiana di messaggi sciovinisti e allarmisti.
Tutti questi aspetti rappresentano le condizioni preliminari per combattere il nemico. Ma lottare contro un nemico richiede, inutile dirlo, la creazione preliminare di un bersaglio: il cattivo.

 

Il suddito riluttante: il diverso come cattivo (^)

  Come già detto, nel corso della storia i capi hanno prodotto e inventato i cattivi. Questi ultimi erano o abitanti di altri territori che non volevano sottomettersi o individui che vivevano nel territorio sotto il controllo del capo  e che mostravano troppa autonomia o aspiravano a troppa libertà.
  Questi due fronti, quello esterno e quello interno, sono esistiti ed esisteranno almeno fin a quando il potere si baserà sulla sovranità territoriale esclusiva.
  Nel corso del secolo 19° lo stato, il nuovo potere impersonale consolidato, aveva due figure principali di cattivi:

-  tutti gli altri stati che erano in competizione, attraverso l'uso della forza, per l'acquisizione di territori. Il risultato di ciò è stato l'imperialismo, vale a dire l'annessione di territori e l'assoggettamento di popolazioni da parte di entità statali di un certo peso.
-  tutti i gruppi interni che erano in competizione con lo stato nell'ottenere l'adesione e il supporto di quanti vivevano all'interno di un territorio delimitato. Il risultato è stato il monopolio statale, vale a dire il fatto che lo stato ha espropriato la comunità religiosa e la società civile di qualsiasi potere ed ha avocato a sé la fissazione della maggior parte delle regole di vita degli individui (nel campo sociale, economico, culturale, educativo e così via).

  Durante il secolo 20° il confronto con queste figure di cattivi, creati dallo stato all'interno e all'esterno, ha avuto luogo in maniera incessante ed ha prodotto conflitti bellici, genocidi, campi di concentramento, esodi di massa, detenzioni in prigioni o in manicomi, espropri di risorse, e una serie infinita di altri crimini e misfatti.
  Se dobbiamo trovare un denominatore comune perché una persona o un gruppo vengano scelti come "cattivi", possiamo riassumere il tutto attraverso una sola parola: stranieri.
  Il cattivo è considerato uno straniero, un estraneo, vale a dire una presenza minacciosa e un intruso che potrebbe essere /diventare un fattore di disordine; per questo motivo è fatto oggetto di una azione repressiva che può spaziare dall'esclusione all'annientamento.
  L'era dello statismo nazionale (seconda metà del secolo 19° e secolo 20°) è caratterizzata dal dominio delle masse e dalla tirannia della maggioranza. La forza diventa diritto e l'omogeneità nazionale rappresenta il requisito essenziale per far parte di una società dominata e modellata dallo stato. Per questo motivo gli stranieri, vale a dire i cattivi scelti dallo stato, sono stati gli individui e i gruppi dotati di personalità forti e particolari, solisti che non si adattavano a ripetere la solfa imposta dal direttore d'orchestra, lo stato. Essi erano:

Le minoranze etniche. Si fa qui riferimento ad Armeni, Curdi, Ebrei o ogni altro gruppo minoritario per lingua, credo religioso, costumi culturali o per qualsiasi altro segno distintivo, piccolo o grande, reale o fittizio. La prospettiva migliore che questi gruppi potevano attendersi dallo stato era quella di essere incoraggiati a ritornare ai loro presunti luoghi di provenienza per far posto all'elemento nazionale maggioritario (come è avvenuto per la minoranza di lingua tedesca nel Sud-Tirolo ai tempi del fascismo). Una alternativa era quella di spostarsi in altri paesi. Questo era più facile a dirsi che a farsi. Alla domanda di quanti Ebrei che intendevano fuggire le persecuzioni del nazional socialismo tedesco, il governo Canadese fosse disposto ad accogliere, un alto responsabile rispose: "Anche uno solo sarebbero fin troppi." Per cui, quando nessun potere territoriale era disposto ad aprire i suoi confini (artificiali), l'unica soluzione a cui venivano abbandonate le minoranze perseguitate era la soluzione finale: il genocidio. E questo è ciò che è accaduto agli Armeni ad opera dello stato Turco (un milione e mezzo di individui massacrati) e agli Ebrei da parte dello stato Tedesco (sei milioni sterminati nelle camere a gas e nei forni crematori).

Le minoranze politiche. Gli Anarchici e i Socialisti sono stati dei cattivi perfetti, almeno fino a quando hanno promosso il loro messaggio basato sull'anti-autoritarismo e sull'internazionalismo. Secondo i loro principi originari di base, gli anarchici e i socialisti non hanno uno stato nazione a cui rendere omaggio e obbedienza. Anche solo per questo motivo essi vanno considerati come degli individui strani e pericolosi. Lo stato è riuscito a trasformare l'appellativo anarchico in un termine spregiativo che si associa a immagini di caos e di violenza anche se gli esponenti più rilevanti del movimento anarchico (come Kropotkin e Malatesta) non rispondono minimamente a questo ritratto.

Le minoranze culturali. Lo stato nazionale basa e deriva la sua ragion d'essere dall'esistenza della divisione tra elementi nazionali e elementi stranieri. Gli stranieri sono quelle persone strane che sono state, di solito, indottrinate a rendere omaggio ad un differente stato nazionale. Oltre agli stranieri, un gruppo ancora più pericoloso è rappresentato da quegli elementi cosmopoliti che non si curano di grette visioni nazionalistiche o da quelle comunità locali che vogliono preservare la loro lingua e cultura. Lo stato nazionale è in collisione con entrambe queste posizioni e mette in opera ogni sorta di misure repressive nei loro confronti. Per fare solo un esempio, lo stato Francese ha, per molti decenni, proibito l'uso della lingua Corsa al fine di promuovere, con ogni mezzo, una identità nazionale basata su una lingua nazionale. L'uniformità doveva essere conseguita ad ogni costo.

  La violenza dello stato si è indirizzata contro queste minoranze che hanno talvolta risposto con atti isolati di ribellione all'uso sistematico della repressione da parte dello stato. Nel fare ciò, di solito, essi hanno contribuito a rendere la repressione ancora più spietata e hanno fatto il gioco dello stato, fornendo una giustificazione del fatto di essere etichettati e presi di mira come i cattivi. Sono stati dunque intrappolati in un circolo vizioso, assolvendo una specifica funzione congegnale alla conservazione del potere statale.

 

La funzione del cattivo (^)

  Nel corso della storia sia il concetto di straniero che quello di cattivo sono stati inventato dai potenti (nella nostra epoca i poteri dello stato) al fine di assolvere determinate funzioni.
  Un potere organizzato, basato sulla sovranità territoriale esercitata su un territorio e una popolazione, fa riferimento e agisce attraverso tre categorie essenziali e i loro relativi fattori visti in una contrapposizione netta:

ranghi: capi - sudditi
confini: interno - esterno
insegne: noi - loro.

  Coloro che non condividono questa visione complessiva, che non si sentono parte del gregge dei seguaci (ad es. i dissenzienti) o che, in base alle leggi dello stato, non fanno parte del gregge locale (ad es. gli stranieri), costoro possono essere qualificati come cattivi ed essere utilizzati dallo stato per assolvere due funzioni indispensabili per il mantenimento e il rafforzamento dello stato stesso:

suscitare insicurezza (probabile risultato: il gregge sentendosi minacciato rinuncia alla libertà e segue i capi)
instillare obbedienza (probabile risultato: il gregge sentendosi minacciato ricompatta le fila ed esegue gli ordini).

  È degno di nota il fatto che, talvolta persino in presenza di un potere debole, abbiano luogo azioni violente che seminano paura/terrore tra la popolazione. Le intenzioni professate dietro questi atti, attribuiti (a torto o a ragione) ai cattivi, è quella di provocare la reazione dello stato che si vedrebbe costretto a mostrare il suo vero volto, vale a dire quello di un potere repressivo e violento. Questo provocherebbe una reazione da parte della classe oppressa che alla fine si libererà dell'oppressore.
  Di solito in questo discorso lo stato è visto come servo degli interessi economici della élite benestante per cui non è lo stato in sé che va combattuto ma un governo ben definito che va rimpiazzato.
  Questo ragionamento è totalmente funzionale al mantenimento del potere statale. Infatti unisce in maniera astuta due figure apparentemente opposte:

l'utile idiota: la mente malsana e incline all'auto-inganno, che ignora totalmente come avvengano le trasformazioni sociali e come si conquisti la libertà personale e pensa che, se solo egli fosse al potere, lo stato verrebbe magicamente trasformato in uno strumento di liberazione;
il mestatore fraudolento: la mente malsana ed esaltata che ha imparato dalla storia che, per uno stato debole, l'unico modo di riguadagnare/mantenere il potere è di giocare d'azzardo e utilizzare la figura del cattivo, mai così utile come in queste occasioni.

  L'archetipo di base è quello delle favole per bambini in cui la paura dell'ignoto è ingigantita dal verificarsi di terribili accadimenti attribuiti ad un terribile mostro. A quel punto un cavaliere intrepido interviene ad annientare il mostro e a ristabilire la sicurezza (vale a dire, la legge e l'ordine).
  Se questo è lo scenario teorico, la realtà concreta è un po' più complicata e richiede di essere esaminata più a fondo.

 

La lotta contro il cattivo (^)

  La realtà riguardante il cattivo e la lotta condotta contro di esso da parte dello stato (la polizia, l'esercito, i mezzi di informazione manipolati, ecc.) poggia di solito su tre aspetti che vengono qui presi in esame l'uno dopo l'altro ma che hanno luogo contemporaneamente e si sostengono l'un l'altro.

Infiltrazione/Provocazione. Il cattivo non viene fuori dal nulla; occorre coltivarlo e, talvolta, anche dargli forma e sostanza nel caso non dovesse materializzarsi. Uno dei casi più famosi è stato quello riguardante la Boevaya Organisatsia, una organizzazione terrorista nella Russia all'inizio del secolo 20°, il cui capo Azev e molti aderenti, erano agenti della polizia [1999, Walter Laqueur]. In tempi più recenti, si è scoperto che un quinto (40 su 200) dei dirigenti del partito nazista tedesco (NPD) erano agenti dei servizi segreti.  Il caso classico nella storia è costituito dal movimento anarchico che, quasi fin dall'inizio, è stato terreno fertile per infiltrati che incitavano a commettere azioni violente senza senso. Infatti la provocazione è necessaria quando il cattivo è stato prodotto/identificato e si ha bisogno di un pretesto per iniziare la repressione. La storia è costellata di esperienze di agenti provocatori che hanno istigato atti di violenza al fine di fornire la giustificazione per l'introduzione di misure restrittive della libertà.

Alienazione/Distorsione. Mentre ha luogo la produzione dello straniero, la macchina della propaganda statale deve essere pienamente all'opera per promuovere alienazione. Alienazione significa avere una immagine distorta della realtà che alimenta il sospetto e l'intolleranza verso altre comunità e individui visti come estranei. L'alienazione può essere intesa come il processo attraverso il quale si producono esseri alienati che credono nell'esistenza degli alieni. Una percezione e una riflessione appropriate sulla realtà ci dovrebbero, al contrario, rendere consapevoli del fatto che i cosiddetti "stranieri" sono individui come noi, con tratti fisici e bisogni di base simili ai nostri, dotati di qualità umane (adattabilità, generosità, sensibilità, ecc) talvolta anche più sviluppate della media delle persone.

Repressione/Esclusione. La reazione istintiva che lo stato richiede dalle persone nei confronti dei presunti cattivi è l'esclusione. Essi diventano i reietti, esclusi da qualsiasi contatto (come gli Ebrei nel ghetto), soggetti a stretti controlli (ad es. le impronte digitali obbligatorie per individui provenienti da altri paesi) e nei confronti dei quali è in vigore una politica migratoria riassumibile in poche parole: bloccare anche se significa sparare. La repressione da parte dello stato può essere indirizzata verso un intero gruppo etnico (o quello che è percepito come un gruppo etnico) e raggiungere una frenesia parossistica tale da portare a ciò che è stato definito, con un eufemismo chirurgico, pulizia etnica, vale a dire espulsione o sterminio.

  La stessa tattica, solo con una forza di intervento ridotta, è impiegata da gruppi terroristici in lotta con il potere statale con l'obiettivo o di fondare un nuovo stato (ad es. gli Ebrei nei confronti degli Inglesi in Palestina) o di installare un nuovo governo. Anche in questi casi vi sono stati episodi di infiltrati in agenzie governative (le cosiddette talpe), o distorsioni della realtà al fine di attribuire nobili giustificazioni ad ignobili azioni. E ci sono state anche situazioni in cui i presunti movimenti rivoluzionari di liberazione hanno commesso atrocità contro la popolazione indifesa (ad es. i Vietcong che hanno ucciso circa 10.000 anziani nei villaggi tra la fine degli anni '50s e l'inizio degli anni '60s; il GIA algerino che ha sterminato gli abitanti di interi villaggi; gruppi terroristici in America Latina che hanno sfruttato e massacrato civili in aree rurali).
  Le attività terroriste, sia quelle dello stato che dell'anti-stato, sono entrambe motivate dal desiderio di potere (vale a dire, conservare/rafforzare il potere statale o conquistare/accedere al potere statale). Sotto questo punto di vista, abbiamo a che fare con le due facce della stessa medaglia, e per questo motivo lo stesso discorso è applicabile ad entrambi. In altre parole, il terrorismo politico è essenzialmente generato dallo stato o orientato verso lo stato nel senso che il potere statale è l'obiettivo anche di coloro che intraprendono azioni terroristiche nei confronti dello stato.

 

Il cattivo: i vecchi bersagli (^)

  La marcia dello statismo è stata caratterizzata dalla presenza di cattivi, molti dei quali più inventati che reali, almeno se la minaccia è vista in relazione alla sopravvivenza dello stato. Infatti, quando la lotta tra lo stato e i cattivi ha assunto aspetti terroristici, essa va interpretata come un contrasto interno tra differenti forme di statismo. La parte perdente è diventata il cattivo da disprezzare mentre la parte vincente è stata raffigurata come la figura rispettabile e onorata del nuovo uomo di stato.
  La storia dello statismo (moderno) in Europa può essere vista come una triplice lotta tra:

laicismo (statismo secolare) contro clericalismo (statismo teocratico)
socialismo (statismo benevolo) contro fascismo (statismo rozzo)
capitalismo (statismo paternalistico progredito) contro comunismo (statismo dittatoriale arretrato).

  Queste etichette non hanno molto significato e di certo non hanno il significato originario (come nel caso del capitalismo e del comunismo) ma sono utilizzate solo per motivi di comprensione convenzionale.
  Concentrando l'attenzione sul capitolo dello statismo caratterizzato dalla lotta tra il cosiddetto capitalismo e il cosiddetto comunismo, va detto innanzitutto che questo conflitto ha svolto un compito molto utile per i capi collocati nei due campi di questa (presunta) contrapposizione.
  Nell'ambito del campo che si richiama al capitalismo ha permesso di attribuire allo stato (vale a dire, al personale politico, militare e burocratico) un potere enorme ed una enorme quota di risorse. Con la scusa di lottare per proteggere il "mondo libero" lo spirito originario del capitalismo basato sulla libertà è stato soffocato e ucciso sotto una massa di regolamenti e di restrizioni statali. Solo il termine 'capitalismo' è sopravvissuto e viene ancora usato per motivi propagandistici in quanto è una etichetta migliore che non il termine statismo essendo più adatto a trasmettere un'idea di libertà e di autonomia e risultando più comodo per distrarre l'attenzione dai crimini e dai misfatti dello stato.
  Nell'ambito del campo che si richiama al comunismo, la minaccia (reale o inventata) proveniente dal mondo capitalistico ha permesso ad un regime totalitario, militaristico e burocratico, incapace di produrre e distribuire beni, di sopravvivere per oltre 70 anni e di morire solo per consunzione ed esaurimento interno. Per scomparire, il sistema cosiddetto comunista doveva raggiungere uno stato in cui non era più in contatto con la realtà, retto da una gerontocrazia più adatta a pubblicizzare una casa per anziani che non un nuovo paradiso socialista (mai realizzato).
  Mentre si scambiavano accuse e dipingevano l'un l'altro come il vero cattivo, entrambi gli statismi, sotto il falso nome di capitalismo e di comunismo, si concedevano piena libertà di azione e di repressione nelle rispettive sfere territoriali di influenza. Le tensioni apparivano solamente quando un paese all'interno di una certa sfera voleva cambiare padrone (ad es. Cuba) o diventare autonomo (ad es. Cecoslovacchia). Altrimenti, tutto procedeva normalmente, con la forma più avanzata di statismo (gli USA) pronta a commerciare, quando le conveniva, con i paesi che avevano una forma di statismo più arretrata (l'Unione Sovietica e gli stati satelliti), assistendoli con consegne di grano o con la concessione di prestiti.
  Sfortunatamente (per lo statismo), questo equilibrio di dominio e soggezione è finito con la caduta del comunismo e la scomparsa dell'Unione Sovietica.
  Il 9 Novembre 1989 il muro di Berlino è scomparso in quanto frontiera e ben presto il blocco comunista, uno dei cattivi riconosciuti, è uscito di scena. Contagiati dall'entusiasmo del momento, non molte persone che occupavano alte cariche nello stato si sono rese conto che nuovi cattivi dovevano essere prodotti il più presto possibile se si voleva che lo stato stesso avesse un futuro; in altre parole, se essi volevano garantirsi il mantenimento delle loro posizioni di potere e di prestigio negli anni a venire.

 

Il cattivo: i nuovi bersagli (^)

  Con la fine dell'Unione Sovietica, l'impero del male come è stato definito dalla propaganda americana, qualche intellettuale si è persino spinto a proclamare che si era giunti alla fine della storia. In realtà, quello che si stava raggiungendo era la fine del ruolo totalizzante svolto dallo stato e di molte giustificazioni ideologiche che lo sostenevano.
  L'improvvisa scomparsa di una delle parti contendenti ha significato che la (potenziale) minaccia alla sicurezza era evaporata e quindi era possibile e necessario operare tagli alle spese militari ed eliminare barriere alla libera circolazione degli individui. Negli Stati Uniti circa 300.000 posti di lavoro nel settore militare sono stati eliminati nel giro di meno di due anni dalla caduta del Muro di Berlino [1993, Alvin e Heidi Toffler]. Alcune persone, ricchi di speranze, intravedevano in questo solo l'inizio del godimento dei cosiddetti dividendi derivanti dalla pace.
  Ma nessun ricavo appariva all'orizzonte per coloro che avevano costruito le loro fortune sulla minaccia comunista, presentandosi come bastioni dell'anti-comunismo, come ad esempio l'apparato militare, le industrie belliche, o alcuni partiti politici (ad esempio, la Democrazia Cristiana in Italia). Il loro futuro era diventato improvvisamente fosco.
  Alcuni studiosi iniziarono a scrivere libri e a tenere conferenze aventi per tema il declino e la scomparsa dello stato. A quel punto i governanti degli stati nazionali ritennero indispensabile esaminare la loro precaria situazione.
  Lo stato nazione doveva ritrovare un nuovo ruolo. La strada più semplice  a tale riguardo consiste sempre nell'aggiornare il vecchio ruolo, vale a dire quello di essere/apparire il protettore supremo delle persone, l'indispensabile garante della loro sicurezza, il dispensatore generale della legge e dell'ordine. Questo richiede la produzione di nuovi cattivi.
  L'operazione è ancora in corso all'inizio del 21° secolo con la proposizione di una serie di nuovi obiettivi, di cui i principali sono:

il fondamentalismo: il termine clericalismo, andato fuori moda da lungo tempo, è stato ripreso nella sostanza e sostituito con il vocabolo fondamentalismo
il terrorismo: il termine comunismo, recentemente andato fuori uso, è stato sostituito dal vocabolo terrorismo.

  Attraverso questa duplice trasposizione di bersagli, lo stato nazionale è di nuovo al lavoro, o almeno, presume e intende essere ancora attivo, al posto di comando, riguadagnando un ruolo e una giustificazione per il suo esistere che sembrava stessero rapidamente scomparendo.
  Esaminiamo ora il fondamentalismo e il terrorismo intesi come intolleranza (terrificante) e violenza (terrificante); essi non sono affatto fenomeni nuovi ma sono connessi strettamente a tutto il corso storico dello statismo.

 

Intolleranza (terrificante) (^)

  L'utilizzo della religione come strumento politico è un vecchio artificio dello statismo. In passato, i re hanno usato Dio e la religione per giustificare il loro potere in quanto sia Dio che la religione esercitavano un influsso notevole sulle menti e sugli animi delle persone. Per cui, sostenendo di agire in nome di Dio o con la benedizione spirituale della religione, i capi potevano esercitare in maniera più efficace il loro potere materiale.
  Con l'avanzare della secolarizzazione, che si può far datare quanto meno a partire dalla Rivoluzione Francese, le masse sono apparse sulla scena detronizzando Dio in quanto fondamento e giustificazione del potere. Quello che contava sempre di più al fine di raggiungere il potere era corteggiare i favori di una larga porzione (la maggioranza) della popolazione.
  La politica ha quindi preso il posto occupato un tempo dalla religione nel manipolare e sottomettere la mente e la volontà delle persone.
  Il fondamentalismo è qui inteso come l'impiego della politica come religione (fede cieca); non si tratta di una religione messa al servizio di obiettivi politici materiali, ma di un politica totalitaria (vale a dire, riguardante tutti gli aspetti della vita) celata dietro una fraseologia e un fervore religiosi.
  Una delle manifestazioni più evidenti del fondamentalismo si è avuta con alcune correnti guida della Rivoluzione Francese, allorché la Dea Ragione è stata posta come figura di culto e le statue dei santi sono state decapitate. Il tutto ha costituito un segnale che le masse e il fanatismo politico avevano preso il posto della Messa e del fervore religioso.
  Quello che ne è seguito è stato una presa di possesso inarrestabile da parte della politica statale nei confronti della società e la trasformazione della politica di stato in una nuova religione, con i suoi riti (le adunate di massa) i suoi simboli (la bandiera nazionale), i suoi canti (l'inno nazionale), i suoi santi (gli eroi della patria), le sue parole e formule magiche (la democrazia, l'interesse nazionale, il bene pubblico, ecc.), la sua vendita delle indulgenze (i favori e le prebende materiali).
  Nel corso del secolo 20°, attraverso il fascismo, il nazional socialismo e il comunismo in quanto espressioni forti dello statismo, e anche attraverso il regime assistenziale (welfare) e il dirigismo, lo stato ha portato a compimento la trasformazione della politica in una nuova religione, in molti casi più inquisitiva e totalitaria della precedente, e di certo più invadente di qualsiasi espressione mai apparsa prima.
  La politica in quanto nuova religione costituisce il fondamentalismo degli stati dell'occidente. Essa è diventata sempre più aggressiva e intrusiva e viene adesso rivaleggiata da un altro fondamentalismo.
  Molto tempo fa, la Chiesa Cattolica quando era ancora una potenza indiscussa, ritenne necessario imbarcarsi nell'avventura delle crociate per rafforzare la fede e far giungere il suo messaggio e il suo potere agli infedeli. Contrariamente alle sue attese, la Chiesa uscì da queste avventure indebolita e in declino.
  All'inizio del 21° secolo alcuni stati occidentali so sono imbarcati in nuove crociate per rafforzare le loro precarie fortune. È molto probabile che essi vadano incontro allo stesso destino che è toccato alla Chiesa.
  La nuova crociata è contro il fondamentalismo Islamico.
  Questo cosiddetto fondamentalismo Islamico è un fenomeno diverso da quello dell'occidente. Mentre il fondamentalismo politico dell'occidente è interno al potere statale, il fondamentalismo Islamico rappresenta una reazione al potere statale visto come degenerato e corrotto. In molti paesi Islamici i centri religiosi (le Moschee) e le pratiche religiose sono stati gli unici luoghi e i soli modi attraverso i quali è stato possibile esprimere lo scontento popolare contro capi autoritari sostenuti dai maggiori stati occidentali. Questo profondo scontento e rabbia delle popolazioni Islamiche sono anche il frutto degli orrori delle guerre in Afghanistan, dei massacri in Bosnia Herzegovina, delle distruzioni in Cecenia, dell'annessione dei territori Palestinesi, per citare solo alcuni casi.
  Dietro ogni episodio vi è uno stato: l'invasione dell'Afghanistan da parte dello stato centrale dell'Unione Sovietica, la pulizia etnica in Bosnia Herzegovina da parte dello stato Serbo (ma non il solo), la distruzione di Grozny da parte dello stato Russo, l'esproprio delle terre palestinesi da parte dello stato d'Israele. Se aggiungiamo a ciò la vendita di armi a capi dittatoriali e criminali da parte, tra gli altri, dello stato Americano e di quello del Regno Unito (e dello stato Francese, e dello stato Tedesco, e dello stato Italiano, e così via) non dovrebbe giungere come una sorpresa il fatto che una rabbia profonda chiamata fondamentalismo Islamico è stata prodotta e alimentata.
  Dal 1989 le vendite di armi da parte dello stato federale Americano all'Arabia Saudita hanno superato i 40,6 miliardi di dollari; nel 1988 e 1989, attraverso quattro contratti per la fornitura di armi lo stato Inglese ha trasferito al regime di Saddam Hussein intorno ai 28 milioni di dollari di equipaggiamento bellico. Il pensare o il far credere che nulla di male potesse derivare da queste transazioni di morte è tipico della logica di stato e si adatta perfettamente ai suoi programmi. La logica sottostante il programma statale è impeccabile: l'incendio è appiccato, direttamente o indirettamente, da un appartenente al corpo dei pompieri (cioè un dipartimento dello stato) di modo che il corpo dei pompieri nel suo complesso (cioè lo stato) possa apparire presentandosi come l'organismo indispensabile preposto allo spegnimento dell'incendio. Da ciò si ritiene possano derivare gloria, potere, e occupazioni stabili.
  Prima di esaminare il programma dello stato, concentriamoci su questo appiccare incendi, vale a dire sulla coltivazione della violenza a fini politici.

 

Violenza (terrificante) (^)

  L'impiego della violenza (terrificante) costituisce uno strumento di base nell'arsenale di ogni individuo, gruppo, organizzazione che aspira al potere (di conquista, di razzia) o è già al potere.
  La storia pullula di individui che hanno fatto ricorso al terrore per conquistare e sottomettere: da Annibale con i suoi elefanti che incutevano paura ai soldati Romani in battaglia, ad Attila con i suoi terrificanti atti di distruzione, ai Pirati che operavano nel Mediterraneo e che attaccavano i villaggi sulla costa spingendo gli abitanti a fuggire terrorizzati verso l'interno.
  L'immagine storica convenzionale è che, per il comune essere umano, la vita era, in passato, ricca di pericoli, soggetta a rischi continui di morte violenta e di distruzioni gratuite. Secondo questa versione della storia, ciò è avvenuto fino all'arrivo sulla scena dello stato (moderno) con l'introduzione/imposizione della legge e dell'ordine.
  La storia è un po' diversa, soprattutto per quanto riguarda l'avvento dello stato. Infatti, l'ascesa del potere statale a seguito della Rivoluzione Francese (1789-1795) è segnata dalla presenza e diffusione di una incredibile violenza a cui gli storici hanno assegnato il nome di Terrore.
  Il Regno del Terrore (Settembre 1793 - Luglio 1794) era caratterizzato da arresti di persone sospette (almeno 300.000 individui), da processi sommari a cui facevano seguito ondate di esecuzioni capitali (17.000 in base alle cifre ufficiali), con molti cittadini abbandonati a morire in prigione. Il Terrore era l'arma nelle mani del nuovo stato per consolidare il suo potere.
  Il Regno del Terrore riuscì dunque a far sorgere il nuovo stato Francese, quello che, con Napoleone, l'arruolamento militare forzato, il codice civile, la polizia e la burocrazia, dominerà l'Europa continentale all'inizio del 19° secolo e mostrerà o imporrà agli altri paesi l'esempio e il modello di organizzazione statale da seguire.
  La Rivoluzione Francese era stata preceduta da un'altra meno vistosa manifestazione dell'impiego di metodi duri per impaurire individui. La Rivoluzione Americana è stata caratterizzata da certi comportamenti nei confronti di amministratori, personale militare, beni legati alla Corona Inglese, che potrebbero essere qualificati come atti di terrorismo (saccheggi, incendi, aggressioni, imboscate, ecc.) compiuti al fine di introdurre un cambiamento radicale nella politica del governo coloniale fino al suo sovvertimento e alla sua caduta.
  Molte azioni commesse durante le Rivoluzioni Americana e Francese da entrambe le parti possono rientrare nella definizione corrente di terrorismo in quanto "uso calcolato o minaccia dell'uso della violenza per incutere paura, intesa a condizionare o intimidire governi e società" [2002, Charles Townshend].
  Il terrorismo quindi è qualsiasi atto di violenza che ha di mira individui disarmati o inconsapevoli che si ritiene facciano parte del campo nemico, o che coinvolge anche coloro che non intendono prendere le parti di alcun contendente. L'obiettivo non è quello di fare prigionieri o di vincere una piccola battaglia ma di terrorizzare la controparte nel suo insieme a tal punto da scuotere psicologicamente molti individui e farli diventare inclini ad accettare le proprie richieste o persino ad abbandonare del tutto la lotta ed arrendersi.
  A questo riguardo, lo sganciamento di ordigni atomici su Hiroshima (80.000 morti) e Nagasaki (40.000 morti) con l'obiettivo di terrorizzare il governo Giapponese e l'intera società per indurli alla resa totale può essere visto come l'esempio più evidente e più stringente di azioni terroristiche.
  In generale le guerre sono principalmente condotte con l'obiettivo di sconfiggere lo stato nemico attraverso attacchi indiscriminati che coinvolgono la popolazione civile. La seconda guerra mondiale, con l'uccisione di 55 milioni di persone di cui la metà non combattenti, e con episodi quali i massicci bombardamenti di Coventry (Inghilterra) e Dresda (Germania) per non menzionare le deportazioni e i massacri della popolazione, può essere vista come una sequenza continua di atti terroristici istigati e commessi sotto gli auspici degli stati.
  Il terrorismo in quanto intolleranza e violenza terrorizzanti svolge dunque una precisa funzione.

 

La funzione del terrorismo (^)

   Il terrorismo è stato ed è generalmente utilizzato per due fini principali:

Accedere al potere statale (i nuovi capi)
  Molte nazioni annoverano tra i loro eroi individui che hanno commesso o sono stati partecipi di atti di terrorismo. Ad esempio, i libri di testo in Italia celebrano le gesta di un avventuriero (Giuseppe Garibaldi) che ha invaso un'altro paese (il Regno delle due Sicilie) commettendo atrocità nei confronti dei contadini (episodio di Bronte) o esaltano il coraggio di coloro che hanno compiuto violenza contro il governo del tempo (ad esempio in Lombardia nel 1848).
  Simili atti sono generalmente commessi per spingere alla resa coloro che sono percepiti come nemici/invasori e per installare un nuovo potere. Il fatto che il nuovo potere sia, talvolta, meno oppressivo e più congeniale è un aspetto molto importante che fa sì che molti accettino e giustifichino quegli atti di violenza. Nonostante ciò essi rimangono atti di violenza commessi per impaurire e indebolire l'avversario. Qualcuno potrebbe persino avanzare la tesi che essi erano atti di violenza non necessari e che la lotta per l'indipendenza poteva essere condotta, in alcuni casi, usando mezzi non violenti, come mostrato da Gandhi in India.
  A parte ciò, talvolta avviene che il nuovo governo installato dopo che sono stati commessi atti di violenza, non risulti essere un governo migliore. Come mostra la storia, il fascismo e il nazional socialismo sono pervenuti al potere dopo aver instillato nelle menti delle persone la paura di un complotto comunista che avrebbe distrutto la libertà e espropriato la proprietà; per dar corpo a questa paura essi hanno incoraggiato e sfruttato azioni violente, quali l'attentato al cinema Diana a Milano (1921) o l'incendio del Reichstag a Berlino (1933), gettando poi la colpa su anarchici e comunisti.
  La loro tattica è risultata vincente, rappresentando un esempio sciagurato di come la brutalità possa costituire la via per accedere al potere statale e diventare legalità.
  Uno degli esempi di maggior successo di violenza terroristica del 20° secolo avente per obiettivo l'installazione di un nuovo potere è rappresentato dalla lotta del movimento Haganah contro gli Arabi e gli Inglesi in Palestina per creare una patria per gli Ebrei. La tattica utilizzata era quella di logorare il morale dei militari britannici (che agivano come una forza di polizia che si interponeva tra gli Ebrei e gli Arabi) con l'obiettivo di spingerli ad andarsene. La maniera per raggiungere questo risultato consisteva nell'eseguire atti di terrorismo tra i quali, i più clamorosi, furono l'assassinio di Lord Moyne (1944) Ministro Inglese per il Medio Oriente e la bomba al quartiere generale degli Inglesi (1946) che uccise 91 persone, la maggior parte civili. Entrambi gli atti hanno rappresentato segnali chiari per il ritiro delle forze militari inglesi e passi decisivi verso la proclamazione del nuovo stato di Israele.
  Altri gruppi, in altre parti del mondo, hanno impiegato il terrorismo per installare al potere sé stessi o consorterie affini. Le forze armate e i servizi segreti sono maestri in questo genere di operazioni. Un esempio classico è rappresentato dall'ascesa al potere in Indonesia del generale Suharto con il massacro di più di mezzo milione di membri e simpatizzanti del partito comunista (1965-1966) accusati di cospirare contro lo stato.
  In Europa durante gli anni sessanta e settanta i terroristi cosiddetti di sinistra e di destra avevano come scopo dichiarato quello di sovvertire il governo statale e di rimpiazzarlo con uno a loro gradito; ma dietro ai loro proclami e ai loro atti non vi era molto in quanto a idee e aspirazioni ideali. Infatti, molti di quegli atti sono stati utilizzati (se non inspirati) dai gruppi al potere dello stato (ad es. servizi segreti) per rafforzare il loro potere. Questo fatto ci porta al secondo aspetto relativo alla funzione del terrorismo.

Rafforzare il potere statale (i vecchi capi)
  Il terrorismo, come la guerra, è uno strumento mirabile nel fornire giustificazioni per l'allargamento e l'accrescimento del potere dello stato.
  Se esaminiamo molti episodi nella storia insanguinata del terrorismo, in fin troppi casi scopriamo, nascosta dietro una cortina di menzogne e di depistaggi, la mano dello stato sotto forma di polizia segreta.
  Questo è stato vero, ad esempio, per quanto riguarda gli anarchici. Le loro azioni, quando erano violente, si indirizzavano contro individui specifici che appartenevano alle alte sfere del potere (re, primi ministri), talvolta come reazione per aver ordinato o appoggiato misure particolarmente repressive (ad esempio, quando il re d'Italia Umberto I venne ucciso per essersi congratulato con il generale Bava Beccaris che aveva ordinato di sparare contro la folla di dimostranti a Milano nel 1898).
  Per cui, quando le bombe sono state collocate in luoghi pubblici, uccidendo in maniera indiscriminata, l'idea che veri anarchici erano autori di quell'azione non si concilia affatto con la concezione generale dell'anarchia (anche se i responsabili del fatto si professano anarchici). Nonostante ciò, questa mistificazione è stata resa possibile attraverso una massiccia manipolazione dei fatti da parte dello stato (con la complicità della stampa nazionale) e a causa del desiderio comune di trovare subito un colpevole (vero o inventato).
  La pratica di infiltrare poliziotti e agenti provocatori tra gli anarchici era talmente corrente che Joseph Conrad non potè fare a meno di scrivere al riguardo un racconto (The secret agent) e Ignazio Silone espresse sull'argomento considerazioni di un sarcasmo vitriolico (La scuola dei dittatori).
  Nel corso della storia gli anarchici, i comunisti, i fascisti, gli ebrei, gli zingari, i palestinesi e molti altri sono stati usati come capri espiatori dal potere statale per rafforzare il potere statale.
  Sotto Stalin, i processi di Mosca che seguirono l'attentato a Kirov, vennero allestiti e giustificati per combattere quelli che venivano descritti come complotti interni ed esterni contro il comunismo. Essi erano pure invenzioni per rafforzare l'élite al potere, primo fra tutti lo stesso Stalin.

  Così, tutti questi casi e atti di terrificante intolleranza e violenza sono risultati funzionali nel dare un nuovo soffio di vita al potere statale e all'attuazione del suo programma.

 

Il programma dello stato (^)

  Innumerevoli episodi nel corso della storia possono rendere testimonianza dell'uso strumentale dell'intolleranza e della violenza quali basi del potere statale e strumenti abituali per rafforzarlo.
  L'intolleranza e la violenza sono state ripetutamente utilizzate dai poteri statali per attuare il programma dello stato che consiste essenzialmente nel perpetuare sé stesso. Questo ha prodotto una serie infinita di conflitti contro:

Minoranze autonome
  Fin dal momento in cui i protagonisti della Rivoluzione Francese proclamarono "La Repubblica una e indivisibile" il potere centrale statale ha combattuto le cosiddette "minoranze" su ogni possibile fronte: politico, economico, culturale.
  Esempi di ciò sono stati il confinamento in riserve e la decimazione silenziosa dei pellerossa negli Stati Uniti, lo sterminio degli Armeni in Turchia, la repressione delle popolazioni Ucraine e di quelle di altre repubbliche autonome nell'Unione Sovietica, e così via.  È altamente improbabile che uno stato centrale non sia stato responsabile di qualche caso di repressione contro una o più minoranze. In tempi recenti siamo stati testimoni della pulizia etnica nella ex-Jugoslavia, della repressione in Cecenia con l'uccisione indiscriminata degli uomini ritenuti tutti potenziali ribelli, dell'uso dei gas contro la popolazione Curda in Iraq.

Gruppi estranei
  Per salvaguardare la sicurezza dello stato, gruppi estranei o di opposizione, o semplicemente gruppi che sono percepiti come composti da persone estranee alla nazione o che potrebbero rappresentare una potenziale opposizione o disturbo, sono stati posti sotto controlli e restrizioni.
  Come già detto, gli anarchici (o, in alcuni casi, presunti tali) sono stati il gruppo più infiltrato in passato in quanto da essi provenivano le dichiarazioni più vocifere contro lo stato.
  Comunque, per lo stato, chiunque può diventare un nemico soprattutto se appartiene ad un gruppo estraneo al ceppo nazionale dominante. Negli Stati Uniti dopo Pearl Harbour qualsiasi individuo di origine Giapponese è stato prelevato dalla sua abitazione e messo in un campo di detenzione anche senza aver commesso alcun crimine, solo per il fatto di essere associato, dal punto di vista antropologico, al nemico corrente. Dopo la distruzione del World Trade Centre (2001) ogni Arabo è stato visto con sospetto (per non dire di peggio) dallo stato federale americano e vi sono Arabi che sono stati fermati senza alcuna accusa formale e che probabilmente rimarranno in stato di detenzione fino a quando il governo degli Stati Uniti lo riterrà conveniente. Ancora una volta emergono delle strette somiglianze tra il codice di comportamento dello stato e quello della mafia; in entrambi i casi tutti i parenti e associati del nemico sono considerati nemici, anche se totalmente estranei alla disputa.

Individui eretici
  Individui che si sono opposti alla politica dello stato sono finiti in prigione (ad es. Mandela), sono stati uccisi all'estero (ad es. Trotskij), fatti prigionieri dai servizi segreti e riportati nel paese per essere condannati alla pena capitale o all'ergastolo (ad es. Ocalan), limitati nei loro movimenti di entrata o uscita dal territorio dello stato (ad es. Linus Pauling, Charlie Chaplin).
  Inoltre, individui in tutti i gruppi di opposizione sono stati messi sotto sorveglianza blanda o stretta, schede segnaletiche sono state redatte su di loro, le loro conversazioni sono state registrate, la loro vita passata al setaccio (da Martin Luter King negli USA a Colouche in Francia).

  All'interno di questa situazione di intolleranza e di violenza, gli stati che hanno il monopolio riguardo cosa e chi considerare intollerante e violento, sono di tanto in tanto confrontati da altre entità (gruppi, individui) che intendono avocare a sé le stesse prerogative, in altre parole, godere di simili poteri monopolistici. Questa è, messa in termini semplici, la dinamica terrorismo - antiterrorismo, con l'etichetta di terrorista assegnata da coloro che sono al potere a coloro che cercano di rimuoverli ad ogni costo. Nel caso questi ultimi riescano nel loro tentativo, è molto probabile che essi stessi utilizzeranno gli stessi termini nei confronti di coloro che, in futuro, a loro volta, si opporranno con la forza per sostituirsi a loro, in un ciclo senza fine di intolleranza e violenza.

 

I metodi dello stato (^)

  Per attuare questo programma di manipolazione e di repressione contro gruppi e individui, lo stato ha fatto ricorso in maniera continuativa a ogni sorta di atti di intolleranza (campagne diffamatorie) e di violenza (impiego della polizia segreta per attività terroristiche).

Manipolazione. I metodi usati sono quelli classici della propaganda basati su:

- polarizzazione. La varietà delle posizioni e le differenziazioni minori ma pur sempre reali sono cancellate in modo da far emergere soltanto due posizioni contrapposte: noi e loro.
- autoesaltazione. La maggior parte della stampa nazionale è quotidianamente impegnata a ripetere che tutti gli aspetti positivi sono associati con una certa parte (noi) che viene raffigurata come il baluardo della civiltà e da cui proviene ogni bene.
- demonizzazione. Come corollario all'autoesaltazione e con l'obiettivo di sottolineare ulteriormente il messaggio propagandistico, all'altra parte (loro) vengono attribuite tutte le possibili nefandezze, qualificandola con terribili epiteti (ad esempio il "Grande Satana" indirizzato agli Stati Uniti, o "l'Asse del Male" con riferimento all'Iraq e ad altri stati).
- derisione. Lo stato e i suoi consociati, dopo aver svolto il loro compito propagandistico, verificano se il messaggio è stato interiorizzato dal maggior numero di persone. Questo è il momento in cui l'imperative "o con noi o contro di noi" viene messo in pratica. Se emerge che qualche individuo eretico (hairetikos = capace di scegliere) si è reso conto che le due posizioni sono talmente simili in relazione all'intolleranza e alla violenza da non rappresentare una vera alternativa e per questo egli si rifiuta di prestarsi al gioco, allora questa persona deve essere derisa qualificandola come inaffidabile, confusa, ignorante, vigliacca.

  Per offrire un esempio di quanto la macchina propagandistica sia così carica di passioni e così priva di barlumi di razionalità basta prendere in considerazione frasi come "Allah è con noi" o "Dio benedica l'America." Esse possono essere intese come due modi di esprimere lo stesso concetto, ma una è vista come una minaccia e l'altra come un buon augurio. L'interpretazione come minaccia o buon augurio dipende dal tipo di ideologia statale con la quale la persona è stata allevata (vale a dire, manipolata). Questo è esattamente il caso in cui le stesse credenze sono definite convinzioni positive o idee pazzesche in base alla persona che le professa.

Repressione. La repressione è condotta attraverso un processo che passa attraverso tre fasi:

- inquisizione. Non ci riferiamo qui alla semplice investigazione di attività criminali ma a ciò che viene inteso comunemente con l'espressione sorvegliare la popolazione per essere sicuri che nessuno esca fuori dalle linee di ciò che viene considerato permissibile. Ciò che ne risulta sono intercettazioni telefoniche, controllo dei messaggi di posta elettronica, richiesta di rilascio di banche dati di membri di associazioni, clubs, biblioteche, ecc., tutto in nome della sicurezza. Il problema è che la sicurezza dello stato (o di qualsiasi altra organizzazione dominante sia essa il partito o la setta) molto spesso è del tutto in contrasto con la sicurezza degli individui.
- detenzione. Quando vi sono anche soltanto delle ombre di sospetto che alcune persone possono costituire una minaccia alla sicurezza nazionale (vale a dire, alla sicurezza dello stato), esse vengono incarcerate per tutto il tempo che lo stato giudica opportuno. La febbre antiterrorismo può raggiungere livelli tali che è successo che persone siano state arrestate, tenute in carcere per giorni o settimane, e alla fine rilasciate in quanto nulla era emerso a sostegno delle accuse. Queste sono le persone fortunate;  altre sono tenute in prigione per lunghi periodi, in violazione totale non solo di ogni norma morale ma anche di ogni disposizione legale.
- distruzione. Lo stadio finale della repressione è la distruzione fisica di esseri umani e dell'ambiente naturale e costruito. Bombe al napalm, bombe a grappolo, uccisioni con la mitragliatrice ai posti di blocco, torture, eliminazione dei corpi gettati in mare, nefandezze come violentare le donne, tagliare la gola agli abitanti dei villaggi, radere al suolo le case, bombardare gli ospedali: questi sono stati tutti episodi di terrificante intolleranza e violenza qualificati o come terrorismo o come antiterrorismo in base a chi ha il potere di imporre la sua visione dei fatti e quindi la sua definizione. In realtà essi sono così simili da essere del tutto indistinguibili se non per le dimensioni della distruzione operata.

  Per offrire due esempi della inesistenza di una linea di confine tra terrorismo e antiterrorismo, è molto probabile (vedi Le Monde 26/7/2002) che i servizi segreti Russi (FSB ex KGB) siano coinvolti negli attentati con le bombe a Mosca e nella successiva attribuzione di responsabilità ai separatisti Ceceni. Inoltre, è quasi certo che i servizi segreti Francesi siano responsabili dell'affondamento del "Rainbow Warrior", la nave di Greenpeace che costituiva un ostacolo allo svolgimento degli esperimenti nucleari Francesi (1995).

  In complesso, è molto importante essere consapevoli del programma statale e dei suoi metodi in quanto è possibile che determinati modi di pensare e di agire vengano assorbiti da coloro che presumono e presentano sé stessi in alternativa a questi modi di essere. Infatti, fa parte della natura umana il fatto che coloro che sono stati vittima, una volta che ne abbiano l'opportunità, ripetano lo stesso comportamento intollerante e violento e si trasformino in carnefici.

 

Da terrorizzati a terrorizzatori (^)

  Un motivo ricorrente della storia è costituito dal fatto che gruppi di individui che sono stati sfruttati, assoggettati o persino parzialmente sterminati, diventano spesso, a loro volta, sfruttatori o protagonisti di terribili atti di repressione allorché riescono a capovolgere la loro situazione disperata.
  La Rivoluzione Francese, come al solito, fornisce un punto di partenza privilegiato per dati a sostegno del caso. Un movimento rivoluzionario che sosteneva di agire per lo sviluppo della libertà, dell'uguaglianza e della fratellanza tra i popoli divenne, nel giro di pochi anni, uno stato altamente centralizzato e agguerrito, le cui armate imperversarono in tutta Europa, assoggettando e talvolta annettendo un paese dopo l'altro, il tutto in nome della libertà.
  La stessa dinamica ebbe luogo nella fase successiva alla Rivoluzione Russa. Il nuovo stato centralizzato divenne una macchina criminale (con l'eliminazione fisica di milioni di individui) e, nel corso del tempo, una super-potenza imperialistica che stese i suoi artigli sui paesi limitrofi, il tutto in nome dell'uguaglianza e del progresso sociale.
  In tempi più recenti il Nord Vietnam ha compiuto la stessa metamorfosi, da vittima dell'aggressione a potenza regionale imperialistica, mentre parecchie persone abbandonavano su barche di fortuna il paese alla ricerca di quella libertà che essi non trovavano nel nuovo stato centralizzato.
  Comunque, il caso che offre maggiormente materia di riflessione è costituito dagli Ebrei. Una comunità cosmopolita, composta da individui altamente dotati intellettualmente e capaci di lavoro assiduo, il cui contributo al progresso del sapere è stato enorme, gli Ebrei sono stati il gruppo le cui sofferenze sono state tra le più atroci mai registrate nel corso della storia.
  La loro situazione di cittadini senza stato li ha resi comodi bersagli del potere statale in un mondo diviso tra stati nazionali; non c'è da stupirsi che dopo una così terribile esperienza la loro aspirazione suprema è stata quella di fondare il loro proprio stato.
  Ciò che ne è derivato è che il nuovo stato, quasi seguendo una legge inesorabile relativa al potere monopolistico, si è comportato e si sta comportando in maniera atroce contro un altro popolo senza stato, confinandolo di fatto in un ghetto e controllandone i movimenti attraverso la polizia e l'esercito.
  Per rendersi conto della distanza e della differenza tra l'Ebreo cosmopolita e gli appartenenti allo stato di Israele è sufficiente tener presente che i soldati Israeliani sono arrivati a marcare con cifre sul braccio i prigionieri Palestinesi che erano in attesa di interrogatorio. Alcuni sopravvissuti dell'Olocausto hanno reagito con orrore a questo fatto, rendendosi conto che le antiche vittime avevano partorito nuovi carnefici che iniziavano ad impiegare gli stessi metodi odiosi dei loro passati persecutori. Tutto ciò può essere visto come conseguenza della costituzione dello stato, con tutto il suo armamentario (congenito) di intolleranza e di violenza.
  In molti casi queste trasformazioni sono avvenute senza che alcuno se ne accorgesse o sono state prontamente minimizzate. Di certo è molto spiacevole per persone che hanno dedicato energie e passione alla lotta per la libertà e per l'uguaglianza riconoscere il fatto che la loro lotta ha generato una nuova situazione di oppressione nei confronti di altre persone. Per questo motivo essi chiudono gli occhi davanti alla realtà. Quando questa cecità voluta viene denunciata e la violenza viene portata a conoscenza, si avanza la tesi assurda che è necessario o preferibile tacere e non criticare per non offrire il fianco agli attacchi dei nemici della libertà e dell'uguaglianza.
  Per questo motivo un comunista doveva sorvolare in passato sui crimini di Stalin per evitare di cadere nell'anti-comunismo; un sostenitore della causa degli Ebrei dovrebbe ora accettare qualsiasi azione venga commessa dallo stato di Israele per evitare l'anti-semitismo; e ognuno di noi dovrebbe essere sempre dalla parte del proprio paese qualunque sia il comportamento dei governanti, solo per non essere tacciato di anti-patriottismo.
  Chiaramente tutto ciò è inaccettabile, buono solo per menti immature che non si rendono conto della distanza tra l'ideale e la realtà (come se Stalin fosse l'espressione degli aneliti verso l'uguaglianza e la fine dello sfruttamento contenuti nell'idea di comunismo) o tra il passato e il presente (come se lo stato di Israele fosse l'espressione del cosmopolitismo e dell'alto grado di moralità degli Ebrei autentici).
  Per quanto riguarda lo stato, quasi dappertutto esso ripropone il solito vecchio inganno: per non compromettere la guerra contro i nuovi cattivi, cioè i terroristi, gli individui dovrebbero accettare tutte le limitazioni imposte alla loro libertà personale e non dovrebbero criticare quegli stati che stanno combattendo il terrorismo per proteggere il cosiddetto mondo libero.
  Se solo potessimo spendere un istante ad esaminare quanto aiuto e assistenza i nuovi terroristi (Saddam Hussein, Osama bin Laden) hanno ricevuto da coloro che si presentano come il baluardo contro il terrorismo (in particolare gli stati occidentali) rigetteremmo tutte queste parole non solo come propaganda ma anche come un imbroglio colossale imbastito allo scopo esclusivo di trovare una giustificazione per l'esistenza in perpetuo dello stato.
  E questo è il punto centrale del problema e il nucleo essenziale della tesi qui sostenuta.

 

La guerra per promuovere la guerra (^)

  All'inizio del 20° secolo Randolph Bourne affermò che "la guerra è una cura salutare per lo stato" in quanto promuove la centralizzazione del potere, esige una obbedienza immediata e richiede la rinuncia alla libertà e all'autonomia di pensiero. Tutte condizioni essenziali per il rafforzamento del potere statale.
  Tuttavia, nel corso del 20° secolo, qualcosa di nuovo ha avuto luogo: la scoperta della bomba atomica e del suo enorme potere di distruzione. Da quel momento in poi è risultato difficile immaginare un'altra guerra mondiale con l'impiego di questa nuova arma micidiale. Per questo motivo, lo scontro militare, così geneticamente intrinseco alla natura dello stato, è rimasto confinato alla guerra fredda globale e a conflitti cruenti locali (ad es. Corea, Vietnam).
  Con la scomparsa dell'Unione Sovietica e la fine della guerra fredda, conflitti armati hanno avuto luogo solo in paesi relativamente piccoli e come risultato di prese di posizione nazionalistiche e razziste di capi di etnie o fazioni locali. Gli stati più grandi sono intervenuti in questi conflitti locali attraverso organizzazioni internazionali quali le Nazioni Unite e la Nato.
  Se questa situazione fosse continuata, l'irrilevanza degli stati nazionali si sarebbe accentuata ancor più. Per quante dichiarazioni possano venire pronunciate dai governanti statali a favore delle organizzazioni internazionali, questo non è uno scenario accettabile per gli stati nazionali (soprattutto per quelli più grandi) che hanno quindi ritenuto necessario reinventare e riaffermare il loro ruolo e funzione.
  Nulla si adatta meglio allo stato nazionale dopo la scoperta della bomba atomica e la fine della guerra fredda del ruolo di gendarme contro il terrorismo.
  La lotta contro il terrorismo fornisce allo stato i requisiti necessari che una tempo venivano garantiti dalla guerra: la centralizzazione del potere, l'obbedienza immediata, la rinuncia alla libertà e all'autonomia di pensiero.
  Vi è inoltre un aspetto ulteriore a favore del terrorismo come nuova forma di guerra. Questa guerra, come le precedenti, è destinata a promuovere ulteriori guerre Ma, mentre un conflitto su scala generale non può durare per sempre ed è destinato a introdurre prima o poi un certo logorio se non un rigetto della guerra e un desiderio di pace, la guerra al terrorismo può essere davvero una guerra infinita, potenzialmente sempre presente dappertutto e, al tempo stesso, nei fatti circoscritta a uno specifico, anche se mutevole, territorio.
  Per combattere il terrorismo è altamente probabile che lo stato faccia ricorso, più del solito, agli stessi metodi di intolleranza e di violenza a cui, a parole, intende por fine. Questo avrà come risultato probabile la crescita ulteriore dell'intolleranza e della violenza in una spirale che si autoalimenta in continuazione.
  Per questo motivo la guerra al terrorismo è, nei fatti, una guerra per promuovere la guerra o, in altre parole, una guerra infinita per promuovere la conservazione dello stato, del suo ruolo e funzione, negli anni e nei decenni a venire.
  Se questo si realizza, lo stato avrà raggiunto il suo obiettivo che è quello di utilizzare il terrorismo come una cura di longevità contro la sua progressiva senescenza e decadenza.
  Eppure, qualcosa di nuovo sta avvenendo. In passato il potere e l'autorità dello stato erano così forti e così fortemente interiorizzati dalle persone che anche atti evidenti di aggressione e di repressione non erano visti come manifestazioni di intolleranza e di violenza. La Realpolitik prevaleva e il potere era inteso come diritto quando le azioni originavano dallo stato.
  In tempi recenti, con il riemergere del globalismo, nuovi atteggiamenti e nuovi comportamenti sono apparsi. Lo stato, in declino nella sua autorità e nel suo potere, ha visto il suo comportamento non solo posto sotto esame ma anche opposto apertamente. Alcuni criminali politici sono stati messi sotto processo (Slobodan Milosevic), altri hanno evitato di poco la sbarra degli imputati (Augusto Pinochet), altri ancora si tengono nascosti (Radovan Karadic e Vlan Mladic) e alcuni capi di stato sono preoccupati che la Corte Internazionale possa accusarli di crimini contro l'umanità e per questo sono totalmente opposti all'idea stessa dell'esistenza di un tale tribunale (ad es. il governo degli Stati Uniti).
  L'ingiustizia, o ciò che viene percepito come ingiustizia, non può più essere commessa dai governanti statali senza che vi siano troppi testimoni in tutto il mondo e senza suscitare sentimenti di disgusto e di repulsione tra molti degli spettatori.
  Questo disgusto e questa repulsione devono diventare azioni positive rivolte a fini positivi, e la cosa migliore è quella di operare, in molti modi e luoghi, per la pace che promuove la pace.

 

La pace per promuovere la pace (^)

  Per instaurare e rafforzare il potere dello stato una quantità rilevante di intolleranza (fondamentalismo) e di violenza (terrorismo) costituisce una necessaria premessa.
  Taluni potrebbero obiettare all'uso di termini come fondamentalismo e terrorismo per qualificare la politica dello stato. Nei fatti, quello che viene definito fondamentalismo è, nella terminologia dello stato, la promozione di una cultura nazionale per favorire la nascita di una identità nazionale. Ne va da sé che ciò è stato accompagnato dalla repressione di una diversa cultura e dalla proibizione di esprimersi in idiomi locali o in lingue straniere. In questo senso riteniamo appropriato parlare di fondamentalismo in relazione alla cultura nazionale di stato.
  Per quanto concerne il terrorismo, lo stato giustifica le proprie azioni violente in nome del mantenimento dell'ordine e per garantire la sicurezza di tutti i cittadini contro criminali e agitatori intenti a sconvolgere la quiete pubblica e a minare l'autorità dello stato. Comunque sia, l'uso di pratiche immorali e di metodi abominevoli, in alcuni casi presentati e teorizzati anche in manuali delle forze armate e dell'esercito, fa sì che il comportamento dello stato non si distingua affatto da ciò che viene definito con il termine terrorismo.
  In un testo di consultazione relativamente recente, è stata espressa in termini molto chiari  la convinzione che "il terrore prodotto dallo Stato è risultato ben più vasto e letale del terrore prodotto da fazioni ed è stato spesso un antecedente e un fattore che ha contribuito, al manifestarsi del terrorismo delle fazioni" [1988, The Fontana Dictionary of Modern Thought].
  Se questo è il caso, vale a dire se lo stato è un fattore e un promotore di conflitti, ne consegue logicamente che la riduzione continua dell'intolleranza e della violenza statali (con l'estinzione finale dello stato) è la pre-condizione indispensabile per favorire la pace che promuove la pace.
  La realtà storica ci insegna che laddove non esiste uno stato nazionale vero e proprio e non vi è una mono-cultura nazionale ma molti idiomi e tradizioni coesistono e competono (come nel caso della Svizzera) o quando lo stato ha un potere minimo di interferenza nella vita delle persone e poteri insignificanti di repressione (come nel caso di Monte Carlo) il fondamentalismo e il terrorismo non rappresentano un problema in quanto sono praticamente inesistenti.
  Questo fatto sembra corroborare l'ipotesi che entrambi i fenomeni del fondamentalismo e del terrorismo sono inestricabilmente legati all'esistenza dello stato o alla lotta per l'instaurazione di uno stato.
  Il fondamentalismo e il terrorismo sono, per ogni potere statale attuale o potenziale, come due miracolose stampelle che possono resuscitare una élite statale alla deriva, risollevare la popolarità di uno statista in declino, catapultare sulla scena un nuovo gruppo politico dirigente destinato a governare per anni. In ogni caso il risultato finale è lo stesso: accrescere il potere dello stato.
  Per uscire fuori da questa logica perversa basata sulla triade stato-fondamentalismo-terrorismo, in cui ciascun aspetto alimenta e rafforza l'altro, occorre chiarire che il solo cammino verso la pace consiste nel promuovere la pace.
  La pace non è soltanto l'assenza della guerra e della violenza. È una dinamica più complessa basata su autonomia (auto-amministrazione), equità (giustizia) e cura (rispetto, amore).
  Le misure da prendere per una dinamica di pace che promuove la pace fanno tutti riferimento alla rimozione degli interventi e delle politiche statali, in un processo che conduce alla rimozione dello stato stesso. Per tentare di formulare una breve lista, ciò che occorre fare subito è:

   -  focalizzare l'attenzione di ognuno sulla vendita di armi promossa, gestita e autorizzata dagli stati verso altri stati. La copertura di segretezza intorno a questo sporco traffico dovrebbe essere eliminata e gli stati dovrebbero essere smascherati per quello che sono in realtà: macchine belliche che producono e impiegano strumenti di distruzione di massa. L'obiettivo finale dovrebbe essere quello di mettere fine al commercio delle armi.

   -  mostrare in piena luce i casi in cui uno stato o un super-stato cosiddetti civilizzati offrono il loro appoggio a regimi repressivi (ad esempio, con personale militare stazionato nel paese e pronto a intervenire per sostenere l'élite dominante). L'obiettivo finale dovrebbe essere quello di garantire incondizionatamente ad ogni essere umano e comunità la libertà di secedere, trasferirsi o sospendere il proprio appoggio a qualsiasi stato.

   -  superare l'opposizione nei confronti dell'istituzione e del funzionamento di un Tribunale Mondiale per i crimini contro l'umanità, alle cui delibere dovrebbero essere vincolati individui e organizzazioni. L'obiettivo finale dovrebbe essere monitorare, valutare e giudicare qualsiasi violazione dei diritti umani commessa da chicchessia (capi di stato e capi di governo inclusi).

  È chiaro che queste misure non sono viste di buon occhio soprattutto da quelle potenze statali che pretendono di essere in prima linea nella lotta contro il terrorismo. In realtà, come già più volte rilevato, la loro lotta costituisce un mezzo per promuovere ancor più il fondamentalismo e il terrorismo e quindi, per promuovere sé stessi come il solo legittimo punto di riferimento per la garanzia della sicurezza. Un raggiro totale, cinico e crudele.
  La sicurezza non è qualcosa che possiamo ottenere in cambio della libertà, perché, come ha detto giustamente Benjamin Franklin:

"Coloro che sono disposti a barattare libertà essenziali per ottenere un po' di sicurezza passeggera non meritano né la libertà né la sicurezza".

  La pace non è qualcosa che possiamo attenderci come un regalo inaspettato dalle mani insanguinate di stati dediti alla guerra. Essa è uno sforzo personale e comunitario di vivere una vita onesta senza sfruttare e senza essere sfruttati. Questo è l'unico modo per andare oltre il fondamentalismo e il terrorismo. Non è una proposta ingenua per risolvere un problema difficile; è l'unica soluzione ragionevole.
  Nel corso degli anni '60 una lotta terribile scoppiò tra due famiglie in un paesino dell'Italia Meridionale. Venne chiamata la "faida di Seminara". Il componente di una famiglia fu ucciso e, per vendetta, un membro dell'altra famiglia venne assassinato. A sua volta, il nuovo omicidio provocò una nuova vittima per ritorsione e così via. Molti componenti delle due famiglie furono uccisi per salvare l'onore (almeno, questo era quanto si affermava). Fino a quando un componente della famiglia si ribellò a questa follia e disse che troppo sangue era stato sparso. La persona venne disprezzata, definita un codardo, scacciata dalla sua propria cerchia, ma il massacro si arrestò.
  Dobbiamo avere lo stesso coraggio e la stessa lucidità per opporci al fondamentalismo e al terrorismo, in altre parole, per opporci allo statismo con i suoi discorsi manipolatori e le sue pratiche criminali.
  Saremmo disprezzati, derisi, chiamati codardi, ingenui, pazzi.
  Non importa.
  Abbiamo un mondo di pace da ottenere.

 


 

Riferimenti (^)

[1907] Joseph Conrad, The Secret Agent

[1919] Randolph Bourne, War is the Health of the State
http://www.panarchy.org/bourne/state.1919.html

[1938] Ignazio Silone,  La Scuola dei Dittatori, Mondadori, Milano, 1979

[1964] Tristram Coffin,  The Armed Society. Militarism in modern America, Penguin Books, Baltimore, Maryland

[1984] VV.AA.,  Terrorismes, Esprit, Paris, Oct-Nov. 1984

[1988] VV.AA.,  The Fontana Dictionary of Modern Thought, Fontana Press, London

[1991] Alexander George,  Western State Terrorism, Polity Press, Cambridge

[1993] Alvin and Heidi Toffler,  War and Anti-War, Warner Books, New York, 1955

[1996] Samuel P. Huntington,  The Clash of Civilizations and the Remaking of World Order, Simon & Schuster, London, 1998

[1998] Ivan Eland, Does U.S Intervention Overseas Breed Terrorism? The Historical Record, Cato Foreign Policy Briefing No. 50
http://www.cato.org/pubs/fpbriefs/fpb-050es.html

[1999] Walter Laqueur,  The New Terrorism, Phoenix Press. London, 2001

[2001] Don Hazen, 10 Reasons to Stop Bombing Afghanistan
http://www.alternet.org/story.html?StoryID=11764

[2001] William L. Anderson, Osama and Goldstein
http://www.lewrockwell.com/anderson/anderson42.html

[2002] Aaron G. Lehmer,  Inviting Future Terrorism http://www.alternet.org/print.html?StoryID=12154

[2002] Charles Townshend,  Terrorism, Oxford University Press, Oxford

[2002] Terror excuse for right abuse. Officials are using the war on terror as an excuse to become terrorists themselves
http://civilliberty.about.com/library/weekly/aa011802a.htm?terms=terrorism

[2002] John Borland and Lisa M. Bowman, E-terrorism: Liberty vs. security
http://zdnet.com.com/2100-1105-955493.html

[2002] Sophie Shihab,  L'accusé des attentats de Moscou de 1999 dénonce le FSB, Le Monde, 26/7/2002

[2002] Anne Nivat,  An ugly war on the edge of Europe, Herald Tribune, 22/8/2002

[2003] John Pilger,  The new rulers of the world, Verso, London