Introduzione (^)

  I saggi qui presentati, su capitalismo, socialismo, globalismo, terrorismo, hanno inteso mostrare
    -  il vuoto concettuale che è presente, in generale, nella trattazione di questi temi, con il ricorso ad ogni sorta  di fallacia (materiale, logica, psicologica) al fine di sostenere affermazioni molto dubbie o totalmente false;
    -  il pericolo reale, presente in talune argomentazioni, non solo per quanto riguarda la salvaguardia e lo sviluppo della libertà personale ma anche per ciò che concerne il soddisfacimento di bisogni essenziali.
  In altre parole, la maggior parte del dibattito su questi temi è basata su polarità fuorvianti che conducono, con tutta probabilità, verso alternative opprimenti.
 

Polarità fuorvianti (^)

  Il dibattito corrente su questi temi è incentrato su polarità fuorvianti quali, ad esempio:

  - Capitalismo contro Anticapitalismo
  Capitalismo e anticapitalismo sono i poli di una alternativa stantia, un déjà vu che sopravvive anche quando nessuno dei due fenomeni sembra abbia qualcosa a che fare con la realtà attuale. Infatti, il capitalismo (libera impresa, libero mercato) è stato un periodo storico  concluso già da tempo, e il movimento anticapitalistico è un fronte (piccolo o grande) di nostalgici e romantici produttori di sogni o incubi, a seconda che la loro soluzione miracolosa anticapitalistica (vale a dire, antiliberale) sia o meno diventata realtà.

  -  Socialismo contro Antisocialismo
  Il socialismo e l'antisocialismo (o anti-comunismo) sono entrambi sfociati nello statismo. A partire dalla Rivoluzione Francese l'obiettivo centrale dei partiti e dei movimenti politici è consistito nella presa di possesso dello stato. Tutti o quasi tutti, sia che fossero socialisti o antisocialisti, hanno operato per il rafforzamento dello stato. Quindi questa contrapposizione è totalmente illusoria in quanto i due poli hanno perseguito sostanzialmente, pur con accenti e parole d'ordine diverse, la stessa politica.

  -  Globalismo contro Antiglobalismo
  Globalismo e antiglobalismo sono i termini di una contrapposizione inesistente. Gli individui sono esseri polivalenti, le cui vite ed esperienze esistenziali si svolgono a diversi livelli spaziali (globale-locale) e temporali (passato-presente-futuro). La questione centrale e ciò che è davvero in gioco è la libertà delle persone e delle comunità di agire, muoversi, plasmare la propria vita secondo i propri desideri e aspirazioni, senza restrizioni assurde imposte da organizzazioni autoritarie quali gli stati nazionali.

  -  Terrorismo contro Antiterrorismo
  Terrorismo e antiterrorismo sono fenomeni i cui protagonisti condividono lo stesso disgustoso zelo tendente a imporre agli individui lo stesso carico totalizzante di controlli e limitazioni per mezzo dello stato. I protagonisti di questi fenomeni possono differire a proposito di quale stato, quali regole e quale élite dominante; ma tutto ciò costituisce solo una distinzione più formale che sostanziale. In ogni caso, essi sono tutti contro l'acquisizione e lo sviluppo di autonomia da parte degli individui.

  Se vogliamo utilizzare davvero lo strumento consistente nell'assumere polarità conflittuali, dovremmo almeno presentarle correttamente, con attori e argomentazioni reali.
  In tal caso realizzeremmo che i temi e i problemi effettivi continuano ad essere quelli classici concernenti il potere e la libertà. In particolare, se vogliamo rappresentarli sotto forma di polarità, essi fanno riferimento a:

    -  lo stato nazionale contro l'individuo cosmopolita
    -  la forza politica contro la libertà personale.

  È solo concentrandoci sui problemi reali che possiamo progredire nel dibattito teorico e nella attuazione pratica di soluzioni. Altrimenti, da polarità fuorvianti siamo destinati a cadere in alternative opprimenti.
 

Alternative opprimenti (^)

  Capitalismo, globalismo, socialismo e terrorismo non sono certo fenomeni nuovi.  Se dobbiamo riferirci ad un altro periodo storico in cui questi fenomeni apparvero congiuntamente possiamo indicare la fine del 19° e l'inizio del 20° secolo.
  A quel tempo, prima dello scoppio della grande guerra, il capitalismo stava ancora plasmando la società, il socialismo si organizzava da movimento in partiti, il globalismo mostrava la direzione verso un mondo senza confini e il terrorismo, a parte l'assassinio scioccante di alcune figure politiche di primo piano, era più nelle menti dei ceti benestanti impauriti dall'avanzata delle masse lavoratrici che una realtà diffusa e rilevante.
  Tutti noi sappiamo come quella "belle époque" si concluse. Innanzitutto con l'inizio del conflitto mondiale, e poi con l'instaurazione del comunismo in Russia, del fascismo in Italia, del nazional socialismo in Germania, dell'assistenzialismo e del dirigismo negli Stati Uniti (New Deal) e nel Regno Unito (Welfare State).
  Questi erano tutti movimenti ricchi di buone intenzioni, a cui dettero il loro appoggio e la loro adesione persone piene di buone intenzioni.
  Il comunismo era contro lo sfruttamento capitalistico, il fascismo contro le nazioni plutocratiche, il nazional socialismo contro la disoccupazione e lo stato miserevole delle masse tedesche, l'assistenzialismo e il dirigismo contro la povertà e a favore di politiche redistributive del reddito.
  Se noi tralasciamo la fase finale di questi movimenti, alcuni finiti nell'orrore (fascismo e nazional socialismo), altri nel caos (comunismo), altri ancora a sopravvivere sotto una montagna di debiti e di discredito (assistenzialismo e dirigismo), e prendiamo in esame solo i loro inizi, notiamo che tutti, al principio, promisero di essere la soluzione di molti problemi sociali (disoccupazione, inflazione, disperazione, ecc.) e furono accettati, dalla grande maggioranza delle persone, come la tanto attesa soluzione.
  Non tutte le persone però caddero nella trappola di considerare questi movimenti come la via d'uscita da una serie di problemi, e, certamente, non come quella progressiva. Questo perché, fin dall'inizio, questi movimenti si basavano tutti sull'attribuire sempre più potere ad una singola organizzazione (lo stato), ad una singola ideologia (lo statismo), ad un singolo gruppo (l'elemento nazionale all'interno del partito nazionale), manifestando a vari livelli e in varie forme rifiuto, intolleranza, violenza contro idee e individui cosmopoliti, non in sintonia con quella realtà.
  Tutte queste esperienze di statismo portarono alla definitiva scomparsa del capitalismo, peraltro già in declino, alla degenerazione completa del socialismo, alla fine totale del globalismo e alla soppressione della protesta e del dissenso, equiparati entrambi, in alcuni paesi, ad atti di sovversione e di sabotaggio, in una parola al terrorismo.
  Emergeva allora un mondo irregimentato, nel quale alcune (troppe) persone si trovarono perfettamente a loro agio, dove l'obbedienza era ricompensata e la libera iniziativa repressa, dove le masse erano esaltate e le individualità criticate aspramente. La società venne identificata con lo stato che si arrogò il ruolo di promotore, regolatore o guida di ogni attività sociale.
  Quindi, è già successo in passato che, da polarità fuorvianti le persone sono scivolate verso alternative tutte variamente opprimenti (fascismo, comunismo, dirigismo), consistenti tutte in un dominio, di forme e gradi diversi, da parte dello stato, sulla vita degli individui.
  Questa è stata l'età dello statismo.
 

Statismo (^)

  Lungo quasi tutto il 20° secolo, lo statismo ha dominato, pressoché dappertutto, individui e comunità, sotto varie forme, dalla dittatura feroce alla democrazia falsamente rappresentativa.
  Dopo la seconda guerra mondiale, le potenze uscite in posizione di forza (gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica) si sono date da fare per esportare in tutto il mondo le loro ricette politiche basate sullo statismo.
  Pur considerando le differenze, talvolta notevoli, nel modo in cui lo statismo è stato attuato, con il controllo asfissiante e la repressione dura sostituiti talvolta da manipolazioni nascoste e pressioni sottili, sussistono tuttavia aspetti che sono comuni allo statismo in generale. Questi aspetti verranno ora indicati, assegnando ad essi il nome di un personaggio per renderli più facilmente comprensibili.

  - L'approccio del Monello
  L'approccio del Monello alla vita e alla soluzione dei problemi è stato raffigurato in maniera geniale da Charlie Chaplin nell'omonimo film Il Monello [1921, The Kid]. In quella pellicola assistiamo alla maniera ingegnosa di guadagnarsi il pane e una reputazione messa in atto dalla coppia Jackie Coogan - Charlie Chaplin. Il primo (il monello) è colui che si occupa di infrangere i vetri, il secondo (il suo padre adottivo) è colui che interviene a sostituire i vetri. Il primo agisce preparando il terreno (vale a dire, creando il problema tirando sassi alle finestre) di modo che il secondo possa comparire subito dopo sulla scena ed essere accolto come un salvatore inviato dalla provvidenza (risolvendo il problema con la sostituzione dei vetri). Allo stesso modo, nel corso della storia, lo stato con le sue politiche (militarismo, imperialismo, protezionismo, parassitismo, ecc.) ha dapprima creato una serie di problemi mostruosi e poi si è presentato come il salvatore provvidenziale, l'unico ad avere risorse a sufficienza per affrontare le situazioni abominevoli e terrificanti che esso stesso aveva generato. Questo stratagemma ingegnoso ha funzionato per decenni e, per alcune/molte persone piuttosto ingenue, funziona tuttora.

  -  L'atteggiamento alla Murdstone
  L'atteggiamento alla Murdstone è quello tenuto dal patrigno di David Copperfield, Mr. Murdstone, nei confronti del giovane David. Consiste in un atteggiamento di disdegno e di scoraggiamento che fa sì che l'altra persona venga tenuta sempre in una condizione di insicurezza e di paura. Lo scopo è quello di arrestare lo sviluppo dell'individuo per quanto riguarda la fiducia in sé stesso e di mantenerlo in uno stato di dipendenza permanente, mostrando al tempo stesso, davanti a tutti, quanto pigra, inaffidabile, imprevidente, subdola, la persona (ogni persona) sia fondamentalmente. Questa tattica, che è stata la stessa messa in pratica dalla vecchia guardia dei padroni d'impresa, timorosi che i lavoratori acquisissero troppa indipendenza e sicurezza in sé stessi, rappresenta il segno distintivo dello statismo e può funzionare, realmente, solo per lo statismo.
  Come mostrato dalle ricerche di Elton Mayo alle officine Hawthorne della Western Electric Company, il promuovere lo sviluppo della responsabilità personale, dell'autostima, delle relazioni sociali, porta ad una produttività più elevata, e questo è l'obiettivo principale dell'impresa industriale. Al contrario, nel caso dello statismo, l'efficienza non è un obiettivo in quanto lo stato non può andare in bancarotta essendo, al tempo stesso, il padrone della cassa, il produttore delle banconote e il dispensatore dei fondi. Per questo motivo, esso può continuare a sopravvivere anche con sudditi irresponsabili e insicuri; anzi, quanto più essi lo sono, tanto più lo stato può giustificare la sua esistenza come tutore indispensabile.

  -  La dottrina Al Capone
  La dottrina Al Capone è quella che prevede che ogni territorio ha un boss e che ogni boss controlla uno specifico territorio. Colui che domina una certa area non accetta interferenze (vale a dire, ha il dominio totale); nonostante ciò, il suo potere può essere limitato dall'esistenza di un super boss che è i capo di tutti i clans e che è, di solito, la persona più potente appartenente al clan più potente.
  Alla stessa maniera, il mondo è stato diviso in stati nazionali, dotati di totale sovranità sul loro territorio, talvolta limitata dall'appartenenza ad una specifica area di influenza che obbliga lo stato nazionale a seguire le direttive o le imposizioni del super boss (la o le grandi potenze).

  Questi tre aspetti hanno costituito i pilastri dello statismo e hanno condotto, in passato, ad una serie di eventi disastrosi. È quindi necessario essere consapevoli che, ripercorrendo il cammino dello statismo, da cui sembravamo distanziarci progressivamente, potrebbe portarci a ripetere errori e orrori del passato.
 

Disastri passati e pericoli presenti (^)

  All'inizio del 20° secolo, individui e comunità iniziavano ad assaporare il gusto di vivere in società cosmopolite e gli scrittori di scienze sociali parlavano dell'internazionalismo economico come della "più sostanziale garanzia per lo sviluppo di una generale politica di pace".  (John Hobson, 1906)
  Meno di dieci anni dovevano passare dalla stesura di questo scritto perché la prima guerra mondiale riportasse tutti quanti ad una diversa realtà, che può essere riassunta in una parola: statismo. Se vogliamo usare una espressione più elaborata, potremmo dire che, da quel momento in poi, la realtà apparve ad ognuno come fatta di stati in guerra e pervasa da tutte le restrizioni alla libertà che sono usualmente associate con uno stato di guerra.
  La novità non era rappresentata dalla guerra. Quello che giunse, forse, come una sorpresa, era non solo l'ampiezza della guerra ma il fatto che, nonostante la moltiplicazione degli scambi di persone (emigrazioni di massa), di beni (commercio internazionale) e di messaggi (attraverso il telegrafo, il telefono, e più tardi la radio), gli stati nazionali erano, più che mai, i poteri dominanti ed essi, meno che mai, avevano perduto la loro inclinazione prevalente, vale a dire, quella di fare la guerra.
  Così, durante la seconda decade del 20° secolo, le forze unite del militarismo, protezionismo, parassitismo, riuscirono ad estirpare i semi dell'internazionalismo e del cosmopolitismo e partorirono un mondo dominato dagli stati nazionali e dalle loro politiche di dominio.
  I risultati finali sono stati tragici: genocidi, guerre, campi di concentramento, distruzione della dignità umana, alienazione, e altro ancora.
  Gli esseri umani hanno alcune caratteristiche di base in comune, al di fuori di differenze di tempo (che siano abitanti della Grecia antica o della Francia contemporanea) o di luogo (che siano abitanti della Francia contemporanea o del Giappone contemporaneo). Per questo motivo, la storia non è un libro misterioso, dove eventi indecifrabili e novità assolute vengono registrate ogni giorno. In realtà, il processo storico ha l'abitudine di ripetersi in quanto gli esseri umani sembrano ripetere gli stessi orribili sbagli o imitare le stesse storie di successo.
  E' stato detto che, non solo la storia ripete sé stessa (Hegel) ma che, ciò che una prima volta si presenta come tragedia, si manifesta una seconda volta come farsa. [1852, Karl Marx].
  All'inizio del 21° secolo le forze associate del militarismo, protezionismo e parassitismo (in una parola, dello statismo) riappaiono celate dietro i movimenti di massa che hanno issato sulle loro bandiere e hanno riempito le loro bocche con messaggi apparentemente nuovi ma ingannevolmente vecchi: lotta contro il capitalismo, contro il globalismo, contro il terrorismo, per la giustizia sociale. Se avessimo abbastanza acume e se la nostra memoria fosse sufficientemente forte per vedere oltre gli striscioni e leggere tra le righe, il vero messaggio risuonerebbe chiaro e potente: lo stato e lo statismo ora e sempre.
  Sappiamo già che simili messaggi, volti a giustificare e rafforzare il potere dello stato, hanno condotto, in passato, allo scoppio di guerre mondiali e ad una catena infinita e indescrivibile di sofferenze. E' quindi indispensabile interrogarci su dove questi messaggi, apparentemente nuovi, ci potrebbero portare con tutta probabilità. Questo è ciò che dobbiamo esplorare simulando nella nostra mente alcuni possibili scenari.
 

La strada a ritroso: il super statismo (^)

  Come è già stato sottolineato, non è un caso che taluni movimenti appaiano proprio in una certa fase storica
  La fine del 20° secolo ha visto:
    -  l'allentarsi del dirigismo economico nei paesi dell'Europa occidentale (a partire dal Regno Unito);
    -  Il crollo del comunismo (vale a dire del totalitarismo statale) nei paesi dell'Europa  orientale;
    -  la liberalizzazione e la conseguente crescita di alcune economie in Asia (dalle tigri asiatiche alla Cina e, più recentemente, l'India);
    -  la fine della segregazione razziale (Sud-Africa), la caduta di dittatori in molti paesi africani (Etiopia, Zaire, Nigeria, Uganda) e i primi timidi passi verso i diritti civili e la libertà di movimento e di scambio;
    -  lo sviluppo, dappertutto nel mondo, delle tecnologie di comunicazione che hanno messo nelle mani degli individui un considerevole potere di informazione e di organizzazione.
  Tutti questi fenomeni concorrono a indebolire il ruolo dello stato nazione che finisce per trovarsi nella posizione disagevole di essere attaccato dall'alto (organizzazioni internazionali e cittadini trans-nazionali) e dal basso (gruppi civici e individui).
  È esattamente a questo punto che le istanze di anti-capitalismo, anti-globalismo e anti-terrorismo appaiono (o ri-appaiono) con maggior forza sulla scena e, giustamente, il tutto ha inizio nel paese che più ha da perdere dall'emergere del villaggio globale: gli Stati Uniti.
  L'acquisizione di spazi di potere decisionale da parte di organizzazioni globali (ad es. il WTO, cioè l'Organizzazione Mondiale del Commercio), l'apparizione sulla scena di nuovi organismo globali (ad es. la Corte Criminale Internazionale, per crimini contro l'umanità) e di regole globali (il protocollo di Kyoto per la protezione dell'ambiente), le nuove e più vigorose domande e azioni per la libertà e l'autonomia portate avanti da piccoli gruppi e da individui (a Timor, in Palestina, in Cecenia, ecc.), tutti questi fenomeni, tra gli altri, hanno prodotto una serie di scosse o, quanto meno, di sorprese per le potenze statali. Ora esse, e in prima fila la superpotenza americana, potrebbero trovarsi ridotte in misura crescente a uno condizione simile a quella di ogni altro soggetto, sottoposte a sanzioni pecuniarie e ad ammonimenti come qualsiasi altra organizzazione (ad es. nell'Agosto del 2002 l'Organizzazione Mondiale del Commercio ha imposto al governo federale americano una multa di 4 miliardi di dollari per avere contravvenuto a norme internazionali sul commercio) senza che esse possano sempre contare, incredibile ma vero, sul potere di veto nei confronti di decisioni, per loro, spiacevoli.
  Non c'è dunque da stupirsi del fatto che il governo federale americano e il movimento contro la globalizzazione, quest'ultimo composto, in prevalenza, da abitanti dei paesi appartenenti alla vecchia cricca di stati dominanti, siano furiosi contro le organizzazioni internazionali. Alcune di esse, come Il Fondo Monetario Internazionale, meritano pienamente sia le critiche che lo sdegno per le sue politiche fatte di ricette in cui una austerità idiota (imposta alla società, cioè agli individui) si coniuga con prestiti irragionevoli (concessi allo stato cioè all'élite al potere). Ma la situazione è diversa, e dovrebbe essere trattata diversamente quando l'indirizzo è quello verso una liberalizzazione degli scambi.
  Invece, Seattle (Novembre 1999, manifestazione contro l'Organizzazione Mondiale del Commercio) è stato il luogo dove il governo federale americano, con l'aiuto della stampa americana e l'assistenza di individui e organizzazioni (ad es. i sindacati) timorosi di perdere occupazioni e redditi, indossando la maschera di coloro che sono schierati a favore del terzo mondo, hanno gettato la prima pietra per bloccare una dinamica di libertà che stava andando fuori del loro controllo (libertà di movimento, libertà di scambio).
  Le posizioni dei manifestanti e quelle dei governanti non sono sempre identiche. Alcuni manifestanti esprimono una visione di totale protezionismo e nazionalismo ed anelano ad un ritorno ai tempi in cui lo stato nazionale, vale a dire la burocrazia nazionale, era in pieno controllo della situazione, distribuendo lavori e favori alla popolazione locale.
  Per quanto riguarda i governanti statali, alcuni di essi hanno capito che l'attuale dinamica (tecnologica, economica, sociale, ecologica, ecc,) è troppo complessa per essere padroneggiata da un singolo stato. Essi hanno percepito il rischio di diventare insignificanti o subordinati allo stato o al gruppo di stati più forti. Per questa ragione, essi si sono impegnati per la creazione di Super stati o Blocchi di stati (l'Unione Europea, il Nafta, la Seato, l'Unione Africana).
  L'obiettivo è la formazione di super potenze, come super fortezze, che lottano l'una contro l'altra, come i vecchi stati nazionali, ma con maggior nerbo e con maggior possibilità di sopravvivenza e di successo.
  Questo è lo scenario Orwelliano che sta prendendo corpo davanti ai nostri occhi. Questo scenario appare progressivo, vale a dire maggiormente in sintonia con l'evoluzione corrente, se confrontato con lo scenario nazionalistico degli esponenti più reazionari del movimento anti-globalizzazione.
  Nonostante ciò, entrambi questi scenari, l'uno che postula lo stato nazionale e l'altro che promuove il super stato continentale, sono basati, in misura diversa, sugli stessi atteggiamenti e convincimenti di sciovinismo, protezionismo, illiberalismo, in una parola, statismo.
  Se non agiamo prontamente, è possibile che una strana coalizione di forze pseudo-socialiste, anti-capitaliste, anti-gobaliste e cosiddette anti-terroriste ci porti verso un mondo fatto di Super Stati Grandi Fratelli, impegnati a generare conflitti (la guerra infinita di orwelliana memoria) prendendo a pretesto il colore della pelle (nera, bianca, gialla, ecc.), la fede religiosa (cattolica, musulmana, induista, ecc.) o qualsiasi altro aspetto che possa apparire plausibile a menti che sono state, in precedenza, impaurite e eccitate dalla propaganda statale.
  Già ora, sotto la visione dello scontro di civiltà, la quasi inevitabilità di futuri conflitti è chiarita e resa quasi accettabile. I super stati stanno già approntando il terreno teorico e pratico per giustificare la loro esistenza nel corso del 21° secolo e per radunare, ancora una volta, i loro soggetti sotto le loro bandiere, indicando i segni usuali, e per questo più semplici, che distinguono il nemico: l'apparenza fisica (razza) e le convinzioni morali (religione).
  Se gli individui liberi e coscienti non iniziano a stabilire contatti visibili e relazioni aperte, al fine di esprimersi a favore del villaggio globale, ribellarsi all'imposizione di passaporti e alla loro condizione di bestiame in recinti nazionali, ridicolizzare le tariffe protezionistiche che forniscono copertura ad interessi parassitari; in altre parole, se gli individui non iniziano a fuoriuscire, mentalmente e materialmente, dallo statismo, la probabilità di un futuro fatto di Super Stati odiosi che si scontrano tra di loro non dovrebbe essere accantonata in maniera superficiale.
  Per questo motivo, per evitare la strada a ritroso verso il super statismo, occorre preparare con elaborazioni teoriche e azioni pratiche il cammino in avanti.
 

Il cammino in avanti: oltre lo statismo & il super statismo (^)

  Il cammino in avanti consiste in un (lungo) viaggio oltre lo statismo in tutte le sue forme, sia quelle sorte in passato che quelle probabili in futuro.
  Uno degli obiettivi principali dovrebbe essere la fine della sovrapposizione dello stato sulla società e il riemergere del concetto originale e autentico di società, in quanto insieme di comunità formate da individui in relazioni molteplici tra di loro.
  L'identificazione dello stato con la società ha portato all'idea che la società è una realtà a sé stante, una entità differente da e superiore a gli individui. Un portato ulteriore di questa identificazione è stato, prima, la trasformazione del socialismo in statismo, e poi, l'accettazione dello statismo in quanto socialismo. Nel suo insieme, questa concezione ha generato, in troppi casi, indifferenza e irresponsabilità (non è affar mio, non spetta a me intervenire, la società provvederà, quello che occorre è una nuova legge, ecc.). Per cercare di marcare la differenza con l'idea, ancora largamente accettata, di società = stato, nei paragrafi successivi il termine società sarà associato alla parola comunità. In ogni caso, qualunque siano i vocaboli impiegati, sia la società che la comunità sono sempre intesi come termini riferentisi ad esseri umani reali e alle loro relazioni (ad es. azioni, comunicazioni) e mai come entità aventi una realtà propria.
  Il primo passo oltre lo statismo e il super-statismo consisterà in uno sforzo teorico e pratico per la:

   -  de-statizzazione degli individui. Gli individui alla nascita non dovrebbero entrare a far parte dello stato come membri iscritti d'ufficio, alla stessa maniera in cui diventano parte di una famiglia. L'appartenenza ad una famiglia è una conseguenza naturale che non può essere oggetto di scelta; l'appartenenza a uno stato è una scelta personale che dovrebbe essere soggetta ad una decisione personale, come l'iscrizione ad una associazione o il prendere parte attiva in un progetto.

   - de-nazionalizzazione del territorio. Il territorio (le terre e i mari) non appartiene agli stati nazionali ma è posseduto e amministrato da individui e gruppi, per il godimento degli esseri umani delle generazioni presenti e future.

   - de-territorializzazione delle comunità. Tutte le comunità sono formate su base volontaria, che ha a che fare più con affinità culturali ed emotive condivise dai componenti che da fattori di localizzazione fisica. Molte comunità saranno quindi comunità virtuali, vale a dire formate da membri che vivono sparsi per il mondo ma, nonostante ciò, si sentono in stretto contatto come se vivessero vicini fisicamente.

  Una volta che questi passaggi siano stati in buona parte effettuati, vorrà dire che avremo abbandonato la maggior parte del nostro modo ingannevole e illusorio di pensare, parlare e affrontare la realtà. A quel punto, l'ulteriore cammino in avanti vedrà esseri umani che hanno sviluppato le loro qualità e che partecipano e agiscono nell'ambito di

   - società/comunità aperte
   - società/comunità interconnesse
   - società/comunità mondiali


Le società/comunità aperte (^)

  Le società aperte sono animate da comunità nelle quali gli individui non sono ostacolati, in alcun modo, nel loro diritto di andare a vivere e lavorare dappertutto nel mondo. Spostarsi, sistemarsi e iniziare una attività non sono di certo imprese criminali o nocive, che devono essere limitate e controllate, come i governanti degli stati nazionali vorrebbero farci credere al punto da istituire centri di detenzione in cui persone "colpevoli" di avere oltrepassato confini arbitrari sono tenute prigioniere fino a quando verrà deciso il loro destino.
  Una società chiusa è, invece, una società in cui esiste una organizzazione dotata di poteri monopolistici e abilitata a fissare dall'alto regole concernenti ruoli, ricompense e risorse, senza curarsi tanto di aspetti quali la libertà e la equità. Quello che conviene alla cricca al potere diventa legge dello stato, mettendo sotto i piedi e facendo a pezzi qualsiasi principio morale.
  La società aperta è quella nella quale non solo nessuno è al posto di comando ma, ciò che conta di più, nessuno può mai essere al posto di comando perché la ricchezza (quantità e qualità) delle variabili della realtà (individui, relazioni, scelte) è talmente elevata da rendere praticamente impossibile a chicchessia (gruppo monopolistico o oligarchico) dominare la situazione.
  Le società/comunità aperte sono animate da liberi flussi di individui, oggetti, messaggi, all'interno e verso l'esterno delle comunità, e per questo sono, in notevole misura, società/comunità interconnesse.
 

Le società/comunità interconnesse (^)

  Le società interconnesse sono basate su comunità e individui visti come piccoli nodi flessibili, aventi a disposizione molti collegamenti prontamente accessibili. Come le sinapsi di un cervello, gli individui in una società connessa agiscono e interagiscono liberamente da qualsiasi punto verso qualsiasi altro. E quanto maggiore è il numero dei nodi attivi della rete, tanto più probabile è l'esistenza di collegamenti soddisfacenti in quanto più elevata è la varietà  delle combinazioni e quindi le possibilità della realtà.
  Infatti, quello che conta in una rete di collegamenti, non è la dimensione del nodo ma la quantità/qualità delle interconnessioni. È questo ciò che conferisce forza al nodo. Inoltre, la fluidità nel muoversi, l'agilità nell'agire, la libertà nell'inventare, in una parola, la flessibilità nell'operare, questo è ciò che ha importanza in una società connessa affinché tutti possano svilupparsi e prosperare.
  E questo coincide con le necessità dell'essere umano sano. Un individuo efficiente vuole essere libero dal pensiero convenzionale, pronto a sperimentare nuove interessanti idee, flessibile nel rispondere a nuove pressanti domande.
  Con riferimento alle comunità, la libertà, la prontezza e la flessibilità sono, di solito, qualità associate con le piccole dimensioni o con una dimensione umanamente gestibile. Questo significa che in una rete aperta, le piccole componenti e le unità creative di dimensioni ridotte hanno un campo d'azione e un ruolo estremamente importanti.
  Al contrario, i grandi dinosauri (le burocrazie statali e le imprese burocratiche) dell'età dello statismo hanno raggiunto il termine della loro esistenza. Essi sopravviveranno in alcuni luoghi dove, per una ragione o per l'altra, occorrerà più tempo perché scompaiano i lasciti del periodo statista.
  Ma, nel lungo periodo, poiché è difficile che idee e aspirazioni possano essere bloccate da qualsiasi muro, gli individui soggetti al potere dei dinosauri si renderanno conto che una vita migliore può essere costruita smantellando il muro.
  A quel punto, società aperte e interconnesse si diffonderanno dappertutto nel mondo, di modo che coloro che lo desiderano possano essere partecipi a società/comunità mondiali.
 

Le società/comunità mondiali (^)

  Società mondiali non significa l'esistenza di un'unica gigantesca società retta da un governo mondiale (lo Stato-Mondo) come immaginato da H. G. Wells (1933, The Shape of Things to Come).
  L'espressione società mondiali fa riferimento all'esistenza di una miriade di comunità formate da individui che, in base ai loro desideri e alle loro inclinazioni, sono in grado di collegarsi e di utilizzare l'intero spettro delle culture e degli abitanti del mondo intero. E il tutto con la stessa estrema facilità, qualunque sia la distanza fisica o mentale.
  Con questa prospettiva teorica e pratica, l'antitesi molte volte ripetuta tra locale e globale dovrebbe finalmente apparire per quello che essa è: un rimasuglio di una età passata e di una visione obsoleta.
  La concezione del mondo in quanto villaggio globale è antica. Ad esempio, appare in quanto messaggio religioso di universale fratellanza e comunità; è presente nel concetto degli Stoici di una legge di natura comune a tutti gli esseri umani; si trova nell'etica Kantiana di una società cosmopolita. Più di recente, è stata incapsulata nell'immagine della navicella spaziale terra, nella quale siamo tutti componenti dell'equipaggio e siamo tutti responsabili perché il viaggio proceda nel migliore dei modi possibili [1966, Kenneth E. Boulding].
  Non c'è nessuna contrapposizione tra locale e globale. Infatti, questi sono concetti deboli che derivano da una concezione basata sul territorialismo. Ora che legami stretti, propri un tempo solo di gruppi locali, possono benissimo stabilirsi tra persone che vivono a grande distanza tra di loro, i concetti di locale e globale perdono gran parte della loro importanza e del loro significato come scelte contrastanti.
  Ciò di cui abbiamo bisogno sono società mondiali che accettano, conciliano e promuovono, contemporaneamente, tutti i tratti base e le inclinazioni dell'essere umano [1948, Clyde Kluckhohn e Henry A. Murray], vale a dire

universalizzazione (noi siamo come tutti gli altri: umanità)
specificazione (noi siamo come alcuni altri: comunità)
personalizzazione (noi siamo come nessun altro, cioè unici: individualità)

  Molti comportamenti e atteggiamenti dannosi e logori dovrebbero venir meno con la scomparsa dell'antitesi tra locale e globale. Quello che dovrebbe sopravvivere e diffondersi dappertutto, persino con maggior vigore, è l'amore e la cura della libertà. Perché la libertà è, al tempo stesso, non solo il mezzo indispensabile per qualsiasi sviluppo, ma anche un fine in sé stesso.
 

Conclusioni (^)

  Più di 2000 anni or sono, nell'antica Grecia, un uomo chiamato Esopo raccontava le sue favole a tutti coloro che volevano ascoltarlo. In quelle favole egli esaltava le virtù connesse con la libertà e i vizi derivanti dai despoti, ed è per questo motivo che Pisistrato, tiranno di Atene e nemico della libertà di parola, fece in modo che fosse condannato a morte nell'anno 560 prima di Cristo.
  Una delle sue storie, in particolare, è molto appropriata per raffigurare la vita quale potrebbe essere secondo la visione di coloro che si sono assunti la missione di proteggerci da ogni reale o presunto sfruttamento (il movimento anti-capitalista), rischio (il movimento anti-globalizzazione), insicurezza (il movimento anti-terrorismo) per garantirci il loro paradiso pseudo-socialista (nazional socialismo cioè statismo).
  Nell'apologo del cane pasciuto e soddisfatto e del lupo affamato e vagabondo, Esopo ritrae due stili di vita che potrebbero benissimo essere riferiti ai vari protagonisti dei saggi qui presentati.
  Uno stile di vita è quello in cui, cosiddetti esseri umani sono creature protette sotto le ali del cosiddetto stato assistenziale: nessun rischio, nessun sofferenza, nessuna sorpresa.  In altre parole, una vita che si suppone contenta, priva di qualsiasi contenuto e significato.
  L'altro approccio è quello che vede la vita come una avventura, ricca di nuove esperienze, entusiasmanti o scoraggianti. In altre parole, la vita vera, fatta di competizione e di cooperazione, di libertà e di responsabilità, di entusiasmi e di progetti, di gioie e di avversità.
  E allora, quando qualcuno cerca di arruolarci nella sua guerra per guadagnare una grigia protezione e una sicurezza idiota sotto la pesante cappa del Grande Fratello lo stato, anche se le promesse fossero mantenute e non fossero illusorie come sono state così di sovente, e anche se attraversassimo la più difficile e tumultuosa delle situazioni, dovremmo rispondere come Esopo avrebbe voluto:

"... un pezzo di pane secco con la libertà vale sempre mille volte di più che tutto il lusso che un re con una catena può mai garantire" [4° secolo A.C., Esopo].

 


 

Riferimenti (^)

[4° secolo A.C.] Esopo,  Favole

[1850] Charles Dickens,  David Copperfield

[1852] Karl Marx, The Eighteenth Brumaire of Louis Bonaparte, Lawrence and Wishart, London, 1977

[1894] Lev Tolstoy,  On Patriotism 
http://www.panarchy.org/tolstoy/1894.eng.html

[1906] John Hobson,  The Evolution of Modern Capitalism, The Walter Scott Publishing, London, new and revised edition 1916

[1921] Charlie Chaplin, Jackie Coogan, Edna Purviance,  The Kid

[1933] H. G. Wells,  The Shape of Things to Come

[1945] Elton Mayo,  The Social Problems of an Industrial Civilization, Routledge & Kegan Paul, London, 1957

[1948]  Clyde Kluckhohn and Henry A. Murray,  Personality formation: the Determinants, in Clyde Kluckhohn and Henry A. Murray editors, Personality in Nature, Society and Culture, Jonathan Cape, London, 1953

[1949] George Orwell,  Nineteen eighty-four, Penguin, Harmondsworth, 1999

[1966] Kenneth E. Boulding, The Economics of the Coming Spaceship Earth, in Beyond Economics, Ann Arbor Paperbacks, University of Michigan, 1970