Presentazione  (^)

Uno scontro ideologico e materiale tra il socialismo e l'antisocialismo  ha caratterizzato la maggior parte dei secoli 19° e 20°.
Questo contrasto può anche essere qualificato come il conflitto storico tra destra e sinistra, che molti ritengono ancora in corso all'inizio del secolo 21°.
Lo scopo di questo saggio consiste nel presentare la tesi che la contrapposizione socialismo / antisocialismo è stata ed è tuttora, nella maggior parte dei casi,

-  illusoria sotto il profilo teorico
-  insostenibile nella realtà dei fatti.

Questo perché i movimenti e i partiti sia socialisti che antisocialisti, anche quando si combattevano tra loro, stavano in realtà proponendo e realizzando un programma molto simile se non identico. Esso consisteva nell'assumere il controllo dello stato e nell'amplificarne il ruolo e le funzioni, perché ciò costituiva, a parole, il mezzo migliore per attuare il loro programma, ma, nei fatti, per mantenersi al potere il più a lungo possibile.
La tesi che si intende avanzare è che lo statismo, vale a dire la realizzazione del dominio completo da parte dello stato sugli individui e sulle comunità, ha rappresentato la tendenza e l'obiettivo implicito o esplicito di entrambi i campi, al di là della cortina fumogena delle loro conclamate differenze abissali.
Lo scopo di questo saggio è di presentare affermazioni teoriche ed eventi storici che, con riferimento ai due schieramenti, indirizzano fin dall'inizio a questo comune intento.

 

Le fondamenta teoriche e pratiche  (^)

Il dibattito politico e sociale moderno, al meno a partire dal 19° secolo, è scaturito da due principali modelli concettuali di come la società dovrebbe essere organizzata. Essi vanno sotto il nome di liberalismo e socialismo.
È necessario sottolineare fin dall'inizio che esse non rappresentavano visioni opposte. Il socialismo dovrebbe essere inteso come la radicalizzazione e la generalizzazione a tutti delle premesse contenute nel liberalismo. Infatti, il pensiero socialista più robusto e coerente, come ad esempio quello di Marx ed Engels, emerge dallo sviluppo, condotto fino alle sue estreme conseguenze, delle loro idee liberali. Un testo accademico sugli scritti giovanili di Marx ed Engels porta proprio il titolo "Marx ed Engels, dal liberalismo democratico al comunismo." (1958, Auguste Cornu).
Il sociologo americano C. Wright Mills ha messo in luce la stretta relazione tra socialismo e liberalismo quando ha affermato:

"Gli aspetti di maggior valore del liberalismo classico sono stati incorporati nel modo più convincente e più fecondo nel Marxismo classico."
"Karl Marx rimane il pensatore che ha articolato nella maniera più chiara - e anche più ardita - i principi di base che il liberalismo condivide." (1962, C. Wright Mills)

Oltre ad un comune retroterra teorico, entrambe le concezioni si prefiggono le stesse finalità di base. Il liberalismo e il socialismo sono entrambi per:

l'internazionalismo. L'abolizione dei vincoli feudali alla libera circolazione delle persone e dei beni è da ascrivere al pensiero e all'agire liberale. Questa posizione è stata assunta dal socialismo e integrata in affermazioni forti quali "I lavoratori non hanno patria" o in esortazioni vigorose del tipo: "Proletari di tutti i paesi, unitevi!" (1848, Karl Marx e Friedrich Engels) nelle quali le divisioni/opposizioni nazionali o culturali sono eliminate come rimasugli di epoche preistoriche.

il pacifismo. Lo sviluppo a livello mondiale del libero scambio ha significato, nella mente dei liberali, il fatto che la guerra era divenuta praticamente impossibile data l'ampiezza degli interessi comuni, condivisi da individui sparsi su tutta la terra. Per i socialisti, l'idea che i lavoratori di regioni geografiche differenti si potessero combattere tra di loro era semplicemente inconcepibile. Già verso la metà del secolo 19° veniva sottolineato il fatto che "le differenze e i contrasti nazionali stanno svanendo sempre più, con lo sviluppo della borghesia, la libertà di commercio, il mercato mondiale, la similarità del modo di produzione industriale e delle condizioni di vita che ne conseguono." (1848, Karl Marx e Friedrich Engels)

- la società civile. La concezione generale del liberalismo e del socialismo si basa sul primato della società civile formata da individui che si erano liberati o si stavano liberando delle servitù e delle restrizioni imposte da poteri politici ed economici, appartenenti ad un ordine sociale precedente in rapida dissoluzione.

A queste concezioni comuni non hanno sempre corrisposto azioni comuni a causa di differenze esistenti riguardo:

-  il ritmo dei cambiamenti: aggiustamenti lenti e continui o trasformazioni rapide e rivoluzionarie;
-  la natura dei cambiamenti: libertà politica o uguaglianza economica;
-  gli attori dei cambiamenti: individui illuminati o classi lavoratrici;
-  i modi dei cambiamenti: ordine che si genera spontaneamente o che si consegue attraverso una deliberata pianificazione.

Se queste differenze, talvolta più apparenti che reali, fossero state appianate, la nascita e l'evoluzione di una società civile universale, composta da individui liberi e cosmopoliti e da comunità autonome federate tra loro, avrebbe potuto essere questione di una o due generazioni.
Questo avrebbe richiesto la elaborazione e attuazione libera e personale di una molteplicità di esperimenti nell'area della produzione e della distribuzione e nella organizzazione delle attività sociali e dei rapporti umani. In realtà questo è ciò che stava iniziando ad avvenire nella fase creativa e prammatica del liberalismo e del socialismo. Il risanamento dei quartieri operai, la fondazione di centri per l'educazione, gli stabilimenti industriali e comunitari di Robert Owen, erano alcuni dei segni, tra gli altri, della volontà di dar vita ad un Nuovo Mondo Morale che aveva coinvolto in imprese concrete un numero crescente di individui di orientamento liberale e socialista.

Sfortunatamente questo periodo si concluse ben presto. Qualificato successivamente, un po' in termini spregiativi, come la fase del liberalismo caritatevole e del socialismo utopico, era destinato ad essere soppiantato da nuove idee e nuovi protagonisti che affermavano di poggiare il loro discorso e le loro attività su basi più scientifiche e di essere capaci di far conseguire risultati migliori e di più vasto raggio.

 

Le illusioni teoriche e pratiche  (^)

Il progresso dell'industrializzazione durante il 19° secolo, con imprese industriali più grandi che prendevano il posto di piccole officine artigianali, iniziò a produrre nella mente di alcuni osservatori critici l'idea che la società stesse marciando verso una concentrazione e centralizzazione del potere nelle mani di un ristretto numero di esponenti dell'industria nei diversi settori della produzione. Questa piccola cerchia avrebbe spinto lo sviluppo industriale fino ai suoi limiti estremi, lottando gli uni contro gli altri per il controllo del mercato mondiale e introducendo, nel corso del processo concorrenziale, ogni sorta di miglioramento tecnologico che avrebbe incrementato enormemente l'ammontare dei beni prodotti.

Comunque, essendo l'attenzione rivolta totalmente alla produzione, situazioni di crisi sarebbero regolarmente apparse dovute alla impossibilità di assorbire una così crescente quantità di merci, a causa dello sfruttamento dei lavoratori e del loro ridotto potere d'acquisto. La presenza contemporanea di abbondanza e di indigenza avrebbe infine portato al collasso del sistema e all'avvento del socialismo.
Questa dinamica è raffigurata in maniera chiara in uno dei testi di maggiore diffusione della letteratura socialista: il Manifesto dei Comunisti.
In quelle pagine, Marx ed Engels pongono le basi per quella che sarà la teoria e la strategia dei futuri partiti socialisti. Nel Manifesto essi formulano convinzioni teoretiche, suggeriscono misure pratiche di intervento e mostrano quello che è destinato ad avvenire nel corso della storia. Sfortunatamente, nel fare ciò essi hanno generato alcune illusioni che avranno conseguenze disastrose per la realizzazione effettiva del socialismo.
L'analisi e le indicazioni contenute nel Manifesto vertono sui seguenti punti:

La subordinazione del potere politico al potere economico. La convinzione che il potere politico è sottomesso al potere economico è catturata al meglio dall'affermazione di Marx ed Engels che "il potere esecutivo dello stato moderno non è altro che un comitato per gestire gli affari comuni della borghesia nel suo complesso." (1848, Karl Marx e Friedrich Engels)

L'intervento dello stato per favorire la transizione al socialismo. Il progresso dell'industria è visto come caratterizzato dall'emergere di imprese di grandi dimensioni che dominano e assorbono le piccole unità produttive. Questo processo sarebbe andato avanti fino al momento in cui sarebbero esistiti solo complessi giganteschi, ognuno dei quali avrebbe monopolizzato un settore specifico della produzione. A quel punto lo stato sarebbe intervenuto per espropriare gli espropriatori. Marx ed Engels raccomandano alcune misure specifiche per il periodo di transizione, prima dell'instaurazione del socialismo. Tra queste abbiamo:
-  "La centralizzazione del credito nelle mani dello Stato, attraverso una banca nazionale con capitale statale e con un monopolio esclusivo."
-  "La centralizzazione dei mezzi di comunicazione e di trasporto nelle mani dello Stato."
-  "La estensione del numero di imprese e degli strumenti di produzione di proprietà dello Stato."
(1848, Karl Marx e Friedrich Engels)

La estinzione dello stato e l'attuazione del socialismo. Dopo un breve periodo caratterizzato dalla dittatura del proletariato, quando la grande maggioranza della popolazione assume il potere e lo usa per neutralizzare i nemici del socialismo, ogni potere politico scompare a seguito della scomparsa delle classi. Questo significa che lo stato è reso inutile e non svolge più alcun ruolo. Nelle parole di Engels, che appaiono in uno scritto posteriore, "il governo delle persone è sostituito dall'amministrazione delle cose e dalla gestione dei processi di produzione. Lo stato non è 'abolito'. Muore di morte naturale." (1878, Friedrich Engels)

Sfortunatamente, tutte queste convinzioni si rivelarono ben presto o incorrette o semplici desideri.

-  Innanzitutto, il fatto che il potere economico prevalesse su quello politico era forse vero solo in Inghilterra nell'epoca d'oro della industria. Nell'Europa continentale (Germania, Francia, Italia) questo non si è mai verificato come regola generale. In realtà, la tendenza è stata nella direzione opposta; dalla fine del 19° secolo e durante tutto il 20° secolo, il potere politico ha preso il sopravvento in ogni aspetto della vita, prevalendo nei confronti di vecchi rivali (la Chiesa) e di nuovi sfidanti (gli industriali), sottomettendoli o incorporandoli tutti.

-  In secondo luogo, mentre era vero che un certo incremento nelle dimensioni delle imprese industriali era in parte dovuto a ragioni storiche (quindi proprie dell'epoca) di natura tecnologica, vi erano anche interventi politici come le tariffe protezionistiche e le quote all'importazione che favorivano notevolmente la concentrazione e la cartellizzazione delle imprese a livello nazionale. Inoltre, invocare la monopolizzazione della produzione nelle mani dello stato come rimedio alla concentrazione del potere economico rappresentava una soluzione contraddittoria che si sarebbe ben presto rivelata peggiore del male.

-  Infine, l'idea che lo stato, cioè i detentori del potere statale e i loro agenti, sarebbero scomparsi spontaneamente, di loro propria volontà, dopo aver concentrato nelle loro mani tutto il potere, era e rimane tuttora una ingenuità totale, per non dire di peggio. Come vedremo, Marx ed Engels cercarono di correggere nei loro scritti posteriori questa loro convinzione del 1848. Nella Prefazione alla Edizione Tedesca (1872) del Manifesto dei Comunisti essi si preoccuparono di avvertire i lettori che "nessun rilievo speciale va posto sulle misure rivoluzionarie proposte alla fine della Sezione II. Quel passaggio sarebbe ora formulato, in molti aspetti, in maniera assi differente"; dopo l'esperienza della Comune di Parigi "questo programma è diventato antiquato in taluni dettagli" soprattutto, come dirà altrove Marx, per quanto riguarda l'utilizzo puro e semplice della macchina statale a fini socialisti.

Nonostante ciò, il messaggio che il Manifesto dei Comunisti ha lasciato in eredità a tutti i futuri attivisti socialisti, quello che è stato ripetuto più di sovente e che è rimasto nella mente delle persone è il seguente:

"il proletariato utilizzerà la sua supremazia politica ... per centralizzare tutti gli strumenti della produzione nelle mani dello Stato"  (1848, Karl Marx e Friedrich Engels).

Sulla base di una tale affermazione, le organizzazioni socialiste di ogni paese hanno accettato ed utilizzato la politica (cioè la lotta tra partiti) e lo stato (cioè l'apparato statale) come la strada appropriata e lo strumento indispensabile per il socialismo.
L'idea che la politica e lo stato possano essere forze di progresso e di liberazione è sorta e si è consolidata anche per il fatto che alcune misure di protezione sono state prese dai Parlamenti a vantaggio dei lavoratori (limitazione della giornata lavorativa, interventi per l'istruzione dei fanciulli, ecc.). Per cui, non era affatto una posizione irragionevole quella che vedeva con favore l'attività politica svolta nei confronti e nell'ambito dello stato.
Inoltre, una serie di leggi elettorali iniziarono a garantire un suffragio maschile universale o quasi universale in molti paesi Europei (Inghilterra 1867 e 1884, Germania 1871, Francia 1875, Spagna 1890, Belgio 1894, Norvegia 1898). E questo fatto diede alle masse lavoratrici la possibilità di eleggere al Parlamento nazionale rappresentati che fossero inclini a introdurre ulteriori provvedimenti legislativi a loro favorevoli.
L'apertura di questa nuova via per l'emancipazione dei lavoratori e il miglioramento delle loro condizioni di vita spinse ancor più verso la formazione e il rafforzamento di partiti socialisti nella maggior parte dei paesi Europei. Questi partiti si appropriarono la tattica utilizzata dai partiti liberali (la partecipazione al processo elettorale, le promesse di miglioramenti attraverso la legislazione) per catturare il favore popolare. Essi ottennero un successo tale che una corrente consistente di pensatori socialisti cominciò a credere che la realizzazione di una società socialista potesse avvenire attraverso misure di legge che trasferissero progressivamente il potere da una élite alle masse.
Per non essere messi in disparte i partiti liberali e conservatori si sono adeguati alla corrente, introducendo dappertutto misure che potevano essere ritenute socialiste. In altre parole, essi copiarono a loro volta alcuni punti dei programmi dei partiti socialisti, utilizzando lo stato come uno strumento per distribuire risorse e per resistere ad una ulteriore avanzata dei socialisti.
Di modo che, mentre proclamavano in astratto la preminenza degli individui e della società civile, sia i liberali che i socialisti divennero sempre più statisti e promotori attivi dello statismo. In altre parole, mentre parlavano ancora di libertà e di uguaglianza, essi stavano introducendo in realtà il controllo e l'uniformità.
In uno dei suoi scritti, Marx avverte che

"come nella vita privata facciamo distinzione tra quello che una persona pensa e dice di sé stessa e quello che essa realmente è e fa, così nelle lotte politiche occorre distinguere ancor più le enunciazioni e i bei discorsi dei partiti da quello che è il loro reale essere e i loro reali interessi, la loro concezione di sé stessi dalla loro realtà." (1852, Karl Marx)

È quindi necessario sottolineare i punti principali di revisione del pensiero socialista e antisocialista perché essi appariranno come tendenze e azioni nel comportamento quotidiano di attivisti di partito e capi politici in molti paesi.

 

Le revisioni teoriche e pratiche  (^)

Durante il 20° secolo il socialismo è divenuto socialismo nazionale di stato. Con questa caratterizzazione si intende dire che i partiti socialisti di ogni paese hanno adottato e promosso un programma in cui la società è stata identificata con lo stato nazionale e assunta sotto l'apparato statale, all'interno di un dato territorio.
Questo processo di nazionalizzazione e di statizzazione del socialismo (e cioè, nazionalizzazione delle masse e statizzazione della società) è stato reso possibile perché gli esponenti socialisti più avidi di potere e con meno scrupoli morali sono riusciti a far passare idee che avrebbero reso accettabile espropriare o minimizzare i lavoratori riguardo alla loro:

capacità di agire. La ferrea legge dei salari, sostenuta da Ferdinand Lassalle (il capo dell'Associazione dei Lavoratori Tedeschi), raffigura la lotta dei lavoratori per miglioramenti salariali come una impresa impossibile, in quanto essi sono condannati a rimanere sempre al livello di sussistenza o di esservi ricacciati a causa di ragioni intrinseche al mercato del lavoro (ad es. un numero maggiore di lavoratori entra nel mercato del lavoro dopo un aumento dei salari, contribuendo ad abbassare le rimunerazioni al loro livello originario).
capacità di pensare. La concezione della rivoluzione, sostenuta da Vladimir Lenin (capo della corrente bolscevica), raffigura le masse come incapaci di concepire una strategia per la loro emancipazione a meno di non essere guidate da una ristretta cerchia di rivoluzionari di professione, totalmente dedicati alla causa.

Per effettuare una trasformazione di tale portata nei confronti del socialismo classico, due nuovi principi dovevano essere introdotti nella concezione socialista tali da modificarla in maniera fondamentale. Essi erano:

- l'emancipazione economica proviene da un ente esterno: lo stato "socialista";
- la coscienza di classe proviene da un agente esterno: il partito "rivoluzionario".

È quasi superfluo dire che queste due revisioni sono in totale contraddizione con il pensiero socialista classico che afferma che l'emancipazione dei lavoratori è compito degli lavoratori stessi e che essa va realizzata attraverso lotte con la classe dominante, in un processo che conduce non solo a miglioramenti materiali ma anche all'emergere della capacità di auto-organizzazione e di auto-governo.
Una volta che queste due revisioni sono state accettate (consciamente o inconsciamente) dal movimento socialista, non c'è da stupirsi che lo stato e il partito siano stati ritenuti le entità indispensabili per il successo del socialismo. La convinzione comune divenne che il socialismo sarebbe stato raggiunto una volta che il partito rivoluzionario avesse occupato il potere statale, proclamando l'instaurazione dello stato socialista. Chiaramente, per "socialismo" si intendeva socialismo di stato, o, più correttamente, statismo. I lavoratori venivano alla fine sottomessi, per la loro (presunta) emancipazione, ad un nuovo padrone: l'élite statale e di partito.
Per questo motivo, queste due espropriazioni sono molto più serie e distruttive per l'emancipazione dei lavoratori che non qualsiasi altro esproprio o sopruso compiuto in passato dai grandi proprietari terrieri e industriali.
Con queste nuove riformulazioni delle idee e delle pratiche socialiste, si aprivano le porte ad ogni sorta di future manomissioni di principi, e per individui senza principi di passare dalla cosiddetta sinistra alla cosiddetta destra (o viceversa) tenendo conto solo delle loro personali ambizioni. In realtà, questi individui mostravano una certa loro coerenza in quanto essi miravano sempre al potere statale agendo sotto qualsiasi etichetta politica.
In ogni società nazionale questo corso di eventi ha trovato una schiera nutrita di promotori e sostenitori in campi che si supponevano opposti. È quindi utile tratteggiare per alcuni paesi l'itinerario storico che ha fatto sì che le tendenze e le politiche sia socialiste che antisocialiste convergessero sotto il segno dello statismo.

 

I pilastri Francesi  (^)

L'idea che la diffusione del progresso è identificabile con la crescita del potere statale può essere fatta risalire alla Rivoluzione Francese.
Questo assunto giacobino e i relativi atteggiamenti di ordine teorico e pratico hanno origine in filosofi e critici sociali (Morelly, Rousseau, Mably) per i quali lo stato, in quanto rappresentante dell'interesse generale, è la somma di tutto ciò che è buono nell'ambito della società. Per questo motivo, essi riservavano allo stato un ruolo sempre più importante.
Morelly prefigurava una situazione in cui

"ogni cittadino sarà uomo pubblico, sostentato, mantenuto e occupato a spese del pubblico." ["Tout Citoyen sera homme public sustenté, entretenu et occupé aux dépens du Public."] (1755, Morelly)

Per Mably,

"lo stato proprietario di tutto distribuisce ai privati le cose di cui hanno bisogno" ["l'état proprietaire de tout distribue aux particuliers les choses dont ils ont besoin."] (1768, Mably)

Nel corso della Rivoluzione Francese, gli agitatori e i simpatizzanti di stampo socialista incorporarono nei loro piani questa visione di uno stato onnipotente, capace di raddrizzare i torti e di redistribuire la ricchezza.

Ad esempio, Gracchus Babeuf (1760-1797) voleva che il governo controllasse il commercio e che gli fosse riservato il compito di ripartire il lavoro e il reddito tra tutti.
L'idea che è dovere dello stato risolvere i problemi del popolo, e la fiducia nelle capacità dello stato di assolvere a questa funzione, divennero bagaglio di molti pensatori e attivisti socialisti durante e dopo la Rivoluzione.

Louis Blanc (1811-1882), definito da Proudhon come il rappresentante del socialismo governativo ["socialisme gouvernamental"] (1850, Pierre Joseph Proudhon) produsse un piano in base al quale

"il governo verrebbe considerato come il regolatore della produzione, e gli sarebbe attribuito un grande potere al fine di realizzare il suo compito". "Nel nostro sistema, lo Stato si porrebbe a poco a poco a capo di tutto il complesso industriale." ["Le gouvernement serait considéré comme le régulateur de la production, et investi, pour accomplir sa tâche d'une grande force." "Dans notre système, l'État se rendrait maître de l'industrie peu à peu."] (1839, Louis Blanc)

Un altro importante esponente del socialismo francese è stato Louis-Auguste Blanqui (1805-1881). Egli è considerato il propagandista massimo della conquista del potere politico da parte di un ristretto gruppo di rivoluzionari che attuerebbe la dittatura del proletariato, confiscando le proprietà della Chiesa e delle ricche famiglie, installando lo Stato come educatore delle masse. (1869-1870, Auguste Blanqui)
Quindi, fin dall'inizio, il socialismo francese si era indirizzato sul cammino dello statismo, individuando nello stato il mezzo indispensabile per la sua realizzazione.
In presenza di questa situazione, non è un caso che, riferendosi soprattutto alle vicende francesi, Marx iniziò a rivedere le sue idee sullo stato, che aveva precedentemente espresso nel Manifesto dei Comunisti (1848).
Nel "Diciotto Brumaio di Luigi Bonaparte" egli stigmatizzò

"... quella malattia particolare, che a partire dal 1848 ha imperversato su tutto il Continente, il cretinismo parlamentare che imprigiona di colpo coloro che ne sono infettati in un mondo fantastico e li priva di ogni conoscenza, di ogni ricordo, di ogni comprensione del mondo esterno nella sua realtà effettiva" (1852, Karl Marx).

Marx intuì che i socialisti stavano cadendo nell'errore di credere che il socialismo fosse una liberazione sociale e personale che potesse essere realizzata attraverso leggi e interventi statali. Coloro che erano affetti da cretinismo parlamentare (tra cui vi erano i socialisti e i liberali) stavano presentando i mezzi tattici per conquistarsi il favore politico e l'ascendenza sopra le masse, come strumenti strategici per l'emancipazione delle persone.
Questo è apparso in piena evidenza nell'esperienza francese.
I Francesi, attraverso Napoleone III, hanno dato un contributo originale alla politica moderna quando hanno mostrato come utilizzare lo stato per guadagnarsi l'appoggio della gente, catturandone e corrompendone la maggior parte in una rete di grandi prebende e di piccoli favoritismi. È in questo senso che vanno intesi i primi provvedimenti di legge che introdussero la prima assicurazione sociale statale, emanati in Francia sotto Napoleone III nel 1850 e nel 1868; essi erano soprattutto una polizza di stato contro sommovimenti rivoluzionari.
Analizzando l'ascesa al potere di Napoleone III, Marx modificò anche la sua precedente concezione riguardante il posto e il ruolo occupati dallo stato nella società, da uno di sottomissione ad uno di compenetrazione con l'élite economica. Egli scrisse:

"è precisamente con la conservazione di quella estesa macchina statale nelle sue numerose ramificazioni che si intrecciano gli interessi della borghesia francese nella maniera più stretta. Qui essa trova gli impieghi per le sue schiere eccedenti e supplisce con retribuzioni statali a quello che non può intascare sotto forma di profitti, interessi, rendite, onorari." (1852, Karl Marx)

In questa nuova versione lo stato non è più un utile giocattolo attualmente a disposizione della borghesia industriale, di cui il proletariato si deve in seguito appropriare per il passaggio al socialismo, ma un

"parassita disgustoso, che avviluppa l'intera società francese e ne soffoca tutti i suoi pori" con "il suo enorme apparato burocratico e militare, con la sua vasta e astuta macchina statale, con una schiera di mezzo milione di funzionari, oltre ad un esercito composto da un altro mezzo milione di persone." (1852, Karl Marx)

Questa visione dello stato porterà alla convinzione, espressa dopo l'esperienza della Comune (1870) che

"la classe lavoratrice non può semplicemente impossessarsi della macchina statale bella e pronta, e piegarla ai propri fini." (1871, Karl Marx)

L'analisi storica, specialmente riguardo la guerra civile in Francia e la disfatta della Comune di Parigi, spinse Marx a dichiarare:

"Mentre il progresso dell'industria moderna sviluppava, ampliava ed intensificava l'antagonismo di classe tra capitale e lavoro, il potere statale assumeva sempre più il carattere di un potere nazionale del capitale sul lavoro, di una forza pubblica organizzata per l'asservimento sociale, di una macchina per il dispotismo di classe. Dopo ogni rivoluzione che marca una fase progressiva nella lotta di classe, il carattere puramente repressivo del potere statale appare sempre più chiaro ed evidente."
"Il potere dello Stato, apparentemente librato al di sopra della società, era esso stesso lo scandalo più grande di quella società e al tempo stesso il vero e proprio focolaio di ogni corruzione." (1871, Karl Marx)

Nella sua fase più matura Marx espresse con estrema chiarezza la posizione che lo stato si era trasformato da un corpo neutrale subordinato in un organismo parassitico dominante, ma questa posizione è stata ignorata da successivi studiosi e attivisti politici, presumibilmente perché mal si adattava al loro programma statista.
Ad ogni modo, secondo Marx, quello che la Comune ha reso chiaro è la necessità, fin dall'inizio della rivoluzione, di

"distruggere le due più grandi fonti di spesa - l'esercito e la burocrazia statali." (1871, Karl Marx)

Con questa affermazione, l'idea di utilizzare lo stato nella fase di transizione al socialismo è praticamente messa da parte e sostituita dalla necessità di disfarsi immediatamente di esso. Infatti, una volta che l'esercito e la burocrazia siano stati smantellati, è difficile vedere che cosa rimarrebbe in vita dello stato.
Sottolineando questa esigenza, Marx sembra aver previsto quello che sarebbe avvenuto, sempre più, in Francia (come in ogni altro paese) durante i decenni a venire, con l'impegno di tutti i partiti, socialisti e antisocialisti, nella ricerca di posizioni, impieghi e protezione all'interno dello stato.
Alcuni anni dopo, un osservatore anticonvenzionale come Georges Sorel notò questa tendenza intrinseca ad ogni partito e che si stava sviluppando anche nell'organizzazione socialista.

"Il partito ha per obiettivo, in tutti i paesi e in tutti i tempi, di conquistare lo Stato e di utilizzarlo a vantaggio degli interessi del partito e dei suoi alleati. Fino ad epoca recente, i marxisti insegnavano, contrariamente a ciò, che essi volevano sopprimere lo Stato. Le cose hanno naturalmente preso un'altra forma allorché i successi elettorali hanno condotto i capi socialisti a scoprire che l'occupazione del potere offre notevoli vantaggi."  ["Le parti a pour objet, dans tous les pays et dans tous les temps, de conquérir l'État et de l'utiliser au mieux des intérêts du parti et de ses alliés. Jusqu'à ces dernières années, les marxistes enseignaient, au contraire, qu'ils voulaient supprimer l'État. Les choses ont naturellement changé d'aspect lorsque les succès électoraux ont conduit les chefs socialistes à trouver que la possession du pouvoir offre de grands avantages."] (1908, Georges Sorel)

Con parole estremamente chiare e semplici, Sorel continua descrivendo quale indirizzo stava prendendo il socialismo, dopo essere stato assorbito e monopolizzato da un partito che si proponeva, come tutti gli altri, la conquista del potere statale.

"Per ben comprendere la trasformazione che si è operata nel pensiero socialista, occorre esaminare da chi è composto lo Stato moderno. Esso è un corpo di intellettuali che è investito di privilegi per difendersi contro gli attacchi che gli vengono portati da altri gruppi di intellettuali avidi di possedere i profitti derivanti dagli impieghi pubblici. I partiti si costituiscono per lanciarsi alla conquista di questi impieghi ed essi sono analoghi allo Stato. Si potrebbe dunque precisare la tesi che Marx ha posto nel Manifesto dei comunisti: 'Tutti i movimenti sociali fino al giorno d'oggi sono opera di minoranze a vantaggio di minoranze'; noi diremmo che tutte le nostre crisi politiche consistono nel sostituire gruppi di intellettuali con altri intellettuali; esse hanno dunque sempre per risultato di conservare lo Stato, e talvolta persino di rafforzarlo, aumentando il numero dei co-interessati." ["Pour bien comprendre la transformation qui s'est opérée dans la pensée socialiste, il faut examiner ce qu'est la composition de l'État moderne. C'est un corps d'intellectuels qui est investi de privilèges pour se défendre contre les attaques que lui livrent d'autres groupes d'intellectuels avides de posséder les profits des emplois publics. Les partis se constituent pour faire la conquête de ces emplois et ils sont analogues à l'État. On pourrait donc préciser la thèse que Marx a posée dans le Manifeste communiste : «Tous les mouvements sociaux jusqu'ici, dit-il, ont été accomplis par des minorités au profit de minorités»; nous dirions que toutes nos crises politiques consistent dans le remplacement d'intellectuels par d'autres intellectuels; elles ont donc toujours pour résultat de maintenir l'État, et parfois même de le renforcer, en augmentant le nombre de co-intéressés."] (1908, Georges Sorel)

La realtà ha confermato l'analisi di Sorel. Lo stato in Francia, per taluni aspetti prima e in misura maggiore che altrove, è diventato il campo di battaglia dei partiti, tutti votati alla conquista del potere statale, manipolando le masse e comperandone il sostegno.
Come già precedentemente indicato, Napoleone III è stato un anticipatore e un maestro in questo gioco.
Uno dei suoi discepoli, che supererà di gran lunga il maestro, era l'allora Ambasciatore prussiano a Parigi, Otto von Bismarck, che vi apprese i rudimenti dell'interventismo statale al fine di ottenere il favore popolare.
Ed è quindi all'esperienza tedesca che ci volgiamo come uno degli esempi migliori della impressionante similarità delle posizioni socialiste e antisocialiste e della loro sostanziale equivalenza in quanto statismo.

 

L'esperienza Tedesca  (^)

La Rivoluzione Francese ha avuto una notevole influenza su molti pensatori tedeschi. Tra questi, Wilhelm Friedrich Hegel, il cui sistema e metodo concettuali eserciteranno una autorità estesa e profonda sui sostenitori del socialismo. Attraverso la Rivoluzione Francese (nella sua fase Giacobina) e il pensiero di Hegel (quando occupava la cattedra di filosofia a Berlino) le fondamenta del socialismo come statismo sono state poste teoricamente (anche se non in maniera diretta).
Per Hegel lo stato è

"la realizzazione dell'etica" ; il "supremo dovere [dell'individuo] è di essere membro dello stato." (1821, W. F. Hegel).

Questa sopravvalutazione dello stato rappresenta un filo comune che accomuna, nella storia tedesca, socialisti e antisocialisti.
Un caso al riguardo è rappresentato da Johan Karl Rodbertus, "un conservatore monarchico [che] era anche un propugnatore di un certo tipo di socialismo di stato che era gradito a un largo settore di opinione pubblica." (1954, Joseph A. Schumpeter).
Rodbertus propugnava l'intervento dello stato per il miglioramento delle condizioni dei lavoratori che, altrimenti, lasciati a sé stessi, sarebbero stati incapaci di rivendicare la loro parte degli incrementi produttivi.
La figura centrale nello sviluppo del socialismo come statismo è stata Ferdinand Lassalle.  La sua idea centrale (condivisa con Rodbertus) era la cosiddetta "legge ferrea dei salari".  Secondo Lassalle esiste una tendenza inevitabile a tenere i salari al livello di pura e semplice sussistenza a causa della competizione tra i lavoratori; infatti, una crescita del salario avrebbe solo l'effetto di attrarre un maggior numero di lavoratori verso il mercato del lavoro, riportando inevitabilmente i salari al precedente livello di sussistenza. L'operare di questa legge rende necessaria la introduzione di un agente esterno alla classe lavoratrice, il quale possa introdurre misure favorevoli ai lavoratori. Questo agente è lo stato che diventa quindi il motore per l'avanzata verso il socialismo. L'impostazione mentale di Lassalle è notevolmente orientata verso lo stato; egli si considerava come l'interlocutore e l'alter ego di Bismarck, in una gara per ottenere l'appoggio del popolo e per conquistare il potere dello stato.
Dopo la morte di Lassalle (1864), i due rami principali del movimento socialista tedesco si riunirono a Gotha nel 1875 e diedero vita al Partito Socialdemocratico di Germania (Sozialdemocratische Partei Deutschland). Il programma che emerse da quel congresso era di chiara impronta Lassalliana e quindi sotto il segno dello statismo.
Nella sua "Critica del programma di Gotha" Marx si prenderà gioco di queste tendenze statiste che equiparavano il socialismo ad una lotta nell'ambito nazionale per il potere politico (cioè statale).

"Lassalle, in contrasto con il Manifesto dei comunisti e con tutto il pensiero socialista precedente, concepì il movimento dei lavoratori dal punto di vista più grettamente nazionale" (1875, Karl Marx).

A causa di ciò, sottolinea Marx,

"l'internazionalismo del programma è infinitamente inferiore persino a quello del Partito del Libero Scambio" (1875, Karl Marx).

Riferendosi all'obiettivo programmatico di uno Stato Libero, Marx chiarisce che

"non rientra affatto nelle finalità dei lavoratori, che si sono scrollati di dosso la mentalità meschina di umili sudditi, quella di rendere lo stato libero. Nell'Impero Tedesco lo 'stato' è 'libero' quasi come in Russia. La libertà consiste nel mutare lo stato da organo sovrapposto alla società in organo completamente subordinato ad essa, ed anche al giorno d'oggi, le forme dello stato sono più o meno libere nella misura in cui limitano la 'libertà' dello stato" (1875, Karl Marx).

Marx critica anche il ruolo dominante assegnato, nel programma, allo stato in materia educativa:

"È assolutamente da respingere una 'educazione del popolo ad opera dello stato'." "Il Governo e la Chiesa dovrebbero essere ugualmente esclusi dall'esercitare ogni influenza sulla scuola." (1875, Karl Marx)

L'inclinazione statista del programma spinge Marx a dichiarare:

"Il partito tedesco dei lavoratori - almeno se fa proprio il programma - mostra che le sue idee socialiste non sono neanche a livello epidermico; perché, invece di trattare la società presente come base dello stato esistente (o dello stato futuro in caso di società futura), tratta piuttosto lo stato come una entità indipendente che possiede le sue proprie basi spirituali, morali e di libertà." (1875, Karl Marx)

In conclusione, secondo Marx,

"l'intero programma ... è infettato alla radice dalla fiducia servile nello stato propria della setta di Lassalle." "Invece di sorgere dal processo rivoluzionario di trasformazione della società, la 'organizzazione socialista del lavoro' 'sorge' dall' 'assistenza statale' concessa dallo stato alle cooperative di produttori che nascono ad opera dello stato e non per iniziativa diretta dei lavoratori. È degno della creatività di Lassalle immaginare che con i prestiti dello stato si possa edificare una nuova società come si costruisce una nuova ferrovia." (1875, Karl Marx)

Se la posizione di Marx fosse stata debitamente esaminata dai conclamati sostenitori del socialismo e presunti discepoli del marxismo, forse molte assurdità e ambiguità sarebbero state evitate. Sfortunatamente, lo statismo come socialismo venne presentato come la strada necessaria e ragionevole, e fu imboccata prima dagli intellettuali e successivamente dalle masse.
Non si può certo dire che essa non sia stata politicamente appagante. Il richiamo elettorale del nuovo Partito Socialdemocratico era così forte da convincere Bismarck della necessità di introdurre, con l'appoggio dei Nazional Liberali, le leggi Anti-Socialiste (1878) che vietavano qualsiasi riunione e pubblicazione di impronta socialista.
La battaglia tra il socialismo e l'antisocialismo per catturare l'appoggio delle masse, al fine di conquistare il controllo dello stato, era iniziata per davvero.
L'anno successivo (1879) la politica di libero scambio fu abbandonata con l'appoggio di alcuni rappresentanti del partito Nazional Liberale. Nel corso degli anni '80 il governo tedesco guidato da Bismarck introdusse una serie di provvedimenti sociali che vennero tenuti in alta considerazione all'estero e furono successivamente ampiamente imitati. Tra questi: l'assicurazione malattia (1883), l'assicurazione incidenti (1884), l'assicurazione di invalidità e di vecchiaia (1889).
Quello che appare chiaro da tutto ciò è che i Liberali e i Conservatori avevano, a quel punto, capito molto bene che il peso crescente delle masse nella vita politica ed economica del paese richiedeva che si utilizzasse lo stato come un provvido padre per soddisfare un po' alcuni figli alquanto indisciplinati e, soprattutto, tenerli sotto tutela e sotto controllo. Se questo significava ampliare la sfera di intervento dello stato, i liberali e i conservatori non esitarono molto a compiere questo passo anche se ciò significava andare contro i loro conclamati principi.
Quando le leggi Anti-Socialiste vennero abrogate nel 1890, il Partito Socialdemocratico si trovò la strada aperta per partecipare, su un piano di parità, al gioco statale e diventare una macchina politico-elettorale impressionante. In ogni elezione dal 1890 al 1912, il partito Socialdemocratico incrementò i consensi (da 1.427.298 a 4.250.401 voti) e l'elettorato socialista venne ripagato attraverso un consolidamento dello stato assistenziale. Già nel 1913 "15 milioni di tedeschi godevano di una assicurazione malattia, 28 milioni avevano una assicurazione contro gli incidenti, e 1 milione riceveva una pensione." (2001, Adrian Shubert)
L'entusiasmo nei confronti dello stato e la trasformazione del socialismo in statismo avevano già spinto Engels a sottolineare, nella premessa alla terza edizione de "La Guerra civile in Francia" datata 18 Marzo 1891, che

"è proprio in Germania che la fede superstiziosa nello stato si è trasportata dalla filosofia nella coscienza generale della borghesia e persino di molti operai. Secondo la concezione filosofica, lo stato è 'la realizzazione dell'Idea' o il Regno di Dio sulla terra ... .  Da tutto ciò deriva una superstiziosa venerazione per lo stato e per tutto ciò che ha relazione con lo stato che si radica tanto più facilmente in quanto gli individui sono abituati fin da bambini ad assumere come un fatto scontato che gli affari e gli interessi comuni alla società nel suo insieme non possano venir curati e salvaguardati in un modo diverso dal passato, e cioè senza lo stato e la sua burocrazia." (1891, Friedrich Engels)

Ed Engels continua la sua analisi dichiarando, con parole estremamente chiare per tutti coloro che vogliono prestare ascolto, che

"lo stato non è altro che uno strumento per l'oppressione di una classe da parte di un'altra, nelle repubbliche democratiche non meno che nella monarchia. Nel migliore dei casi è un male ereditato dal proletariato uscito vincitore nella lotta per il dominio di classe; il proletariato vittorioso non potrà fare a meno di eliminare i lati peggiori di questo male fino al giorno in cui nascerà una generazione che, cresciuta in condizioni sociali nuove, libere, sarà capace di gettare tutto il ciarpame dello stato in un mucchio di rifiuti." (1891, Friedrich Engels)

Questo passaggio è notevole soprattutto per il fatto che è stato scritto nel 1891, quando il Partito Socialdemocratico tedesco era impegnato a riformulare il socialismo come statismo, vale a dire a presentare lo stato come lo strumento necessario per introdurre e gestire il socialismo.
Il tono intellettuale della socialdemocrazia tedesca era dato, tra i vari studiosi, da Gustav Schmoller (esponente dei "Kathedersozialisten" o socialisti della cattedra) che qualificò lo stato come "la sublime istituzione morale della storia" e da Adolf Wagner che formulò la legge della espansione dello stato in relazione al progresso della civiltà.
Il partito socialdemocratico era così ben integrato nello stato e si era identificato a tal punto con lo stato che non sarebbe dovuto giungere come uno shock il fatto che il gruppo parlamentare del partito votasse, quasi all'unanimità, per i crediti di guerra.
L'esperienza tedesca mostra in maniera molto chiara la contraddizione i cui si ritrovano i socialisti una volta che hanno adottato l'opzione statista. Mostra inoltre la vacuità dell'alternativa socialismo/antisocialismo una volta che lo statismo è stato recepito come piattaforma di base da parte di tutti i partiti.
La perfetta identificazione del socialismo con lo statismo giunse con la fondazione nel 1919 del Partito Tedesco dei Lavoratori ad opera di Anton Drexler, un fabbro di Monaco di Baviera e di cui divenne membro un certo Adolf Hitler con la tessera n°7. Nel 1921 il partito cambiò di nome e divenne il Partito Nazional-Socialista dei Lavoratori Tedeschi (National-Sozialistische Deutsche Arbeiterpartei) passando sotto la guida dell'ex-caporale Adolf Hitler.
Nel frattempo, mentre i nazional socialisti si addestravano e si preparavano per l'occupazione del potere statale, le menti e i cuori erano ancora sotto l'influsso di una esperienza che veniva presa, da alcuni settori del movimento socialista, come un esempio da seguire: la Rivoluzione Russa.

 

L'esempio Russo  (^)

La Rivoluzione Russa del novembre 1917 è stata raffigurata dai protagonisti e dai sostenitori come l'annunzio di una nuova speranza e di una nuova era per i socialisti di tutto il mondo, dopo il tradimento della socialdemocrazia tedesca passata nel campo del nazionalismo e del militarismo.
Alcune delle premesse della rivoluzione sembravano di buon augurio per il futuro, in particolare la posizione contro la guerra da parte delle masse e la concezione contro lo stato espressa dal maggiore artefice della rivoluzione, Vladimir Ilic Lenin, in uno dei suoi scritti più famosi redatto proprio alla vigilia della rivoluzione di novembre.
All'inizio del luglio 1917, Lenin lasciò la Russia per rifugiarsi in Finlandia a seguito di un mandato di arresto emesso dal Ministro dell'Interno del governo Kerensky che lo sospettava di essere un agente dei tedeschi. In Finlandia, durante l'estate, egli scrisse "Stato e Rivoluzione".
Le idee portanti espresse in questo testo sono che:

-  "ogni stato è l'organizzazione speciale della forza per l'oppressione di classe. Di conseguenza, ogni stato è non-libero e non-popolare";
-  "la liberazione della classe oppressa è impossibile ... senza la distruzione dell'apparato del potere statale prodotto dalla classe dominante" (1917, Vladimir Lenin)

Una volta che questo apparato sia stato distrutto, esso viene sostituito dalla dittatura del proletariato per il breve periodo necessario a superare e definitivamente

"sopprimere la resistenza degli sfruttatori" che vogliono continuare a esercitare il loro sfruttamento "nell'interesse egoistico di una minoranza insignificante contro la grande maggioranza del popolo." (1917, Vladimir Lenin)

La dittatura del proletariato, nelle parole di Lenin e secondo le indicazioni espresse da Marx ed Engels, non è altro che il dominio temporaneo della maggioranza sfruttata contro la minoranza sfruttatrice. Il ruolo del proletariato e la funzione della dittatura è quella di porre fine a qualsiasi sfruttamento e di portare alla realizzazione della società socialista. Lenin non si prefigge certo la formazione di uno stato libero o popolare; questa è una proposta a cui egli fa riferimento solo per respingerla con totale sarcasmo. Egli è molto chiaro al proposito:

"La nozione che il proletariato ha bisogno di uno stato è reiterata da tutti gli opportunisti, social-sciovinisti e seguaci di Kautsky, che affermano essere questo l'insegnamento di Marx, 'dimenticandosi' di aggiungere, in primo luogo, che al proletariato (secondo Marx) occorre uno stato in via di disparizione, vale a dire organizzato in maniera tale che inizi subito a scomparire. E, in secondo luogo, che lo 'stato' di cui ha bisogno la classe lavoratrice consiste nel 'proletariato organizzato come classe dirigente'." (1917, Vladimir Lenin)

Se la parte finale di questa affermazione può suscitare un qualche sconcerto per quanto riguarda la permanenza di uno stato proletario, Lenin chiarisce subito dopo che

"questo stato proletario comincia a deperire immediatamente dopo la vittoria del proletariato perché lo stato è inutile e incongruo in una società senza contraddizioni di classe."  (1917, Vladimir Lenin)

Certamente, sussistono passaggi in "Stato e Rivoluzione" in cui Lenin, il leader autoritario, prevale sul Lenin, il pensatore rivoluzionario. Ciò avviene quando egli identifica sé stesso e il partito con i lavoratori e proclama:

"Noi ... organizzeremo la produzione su larga scala, ... stabilendo una disciplina di ferro sostenuta dal potere statale dei lavoratori armati, riducendo i funzionari statali al ruolo di semplici esecutori delle nostre direttive."

Al tempo stesso egli è convinto che

"tale inizio, sulla base della produzione su larga scala, porterà inevitabilmente alla scomparsa graduale di qualsiasi burocrazia." (1917, Vladimir Lenin)

Riferendosi al dibattito tra Marx e gli anarchici, Lenin sottolinea il fatto che

"Marx in maniera deliberata insiste sulla 'forma rivoluzionaria e passeggera' dello stato di cui ha bisogno il proletariato. Al proletariato occorre lo stato solo temporaneamente. Noi non siamo in disaccordo con gli anarchici sul fine dell'abolizione dello stato. Noi sosteniamo che, per conseguire questo fine, dobbiamo fare un uso transitorio degli strumenti delle risorse e dei metodi del potere statale contro gli sfruttatori, così come una dittatura temporanea delle classi oppresse è necessaria per l'abolizione delle classi." (1917, Vladimir Lenin)

Nel suo insieme, "Stato e Rivoluzione" è uno scritto potente contro lo stato. Non molti testi, nemmeno nell'ambito della letteratura anarchica, contengono affermazioni così forti contro lo stato e a favore della sua distruzione.
Nonostante ciò, l'opportunismo, e cioè la deformazione e l'asservimento dei principi teorici alla pratica politica, appare, ancora una volta, come caratteristica intrinseca a coloro che occupano posizioni di potere statale o sono vicini al potere statale. Questo è stato vero per l'anti-militarismo dei rappresentanti parlamentari della socialdemocrazia tedesca che appoggiarono la guerra; questo è di nuovo vero per l'anti-statismo del compagno Lenin non appena ebbe conquistato il potere statale. Da quel momento in poi lo stato divenne lo strumento indispensabile della rivoluzione, da difendere a tutti i costi. La sopravvivenza della rivoluzione, contro nemici esterni ed interni, rappresentò, nel complesso, un pretesto molto comodo per la glorificazione e il rafforzamento dello stato. Il termine "rinnegato" che Lenin impiegò così di sovente (ad esempio contro Bernstein e Kautsky) si applica molto appropriatamente al "compagno" Lenin se si confronta ciò che egli scrisse in "Stato e Rivoluzione" e quello che egli fece durante la sua permanenza al potere.
Infatti, nonostante la sua posizione teorica sulla estinzione dello stato per la realizzazione di una società socialista, non vi è un'altra rivoluzione che abbia accresciuto così tanto il potere dello stato, fino al punto di soffocare l'intera società. Al tempo stesso, gli artefici della rivoluzione Russa hanno continuato a pretendere di aver portato a compimento una rivoluzione socialista, pur non essendo ciò affatto vero. Il loro vero straordinario successo è consistito nell'avere instillato nella mente delle persone l'equazione stato=società=socialismo. Dopo la loro rivoluzione, la maggior parte delle persone in tutto il mondo ha iniziato a credere che il socialismo non fosse altro che statismo, cioè lo stato che tutto possiede, dirige e controlla.
La tragedia dell'esperienza Russa non risiede solo nel fatto che milioni di esseri umani che hanno preso parte (con o contro la loro volontà) all'esperimento sono stati brutalizzati e sono morti per una illusione e per un inganno, ma anche nel fatto che questa illusione e questo inganno sono diventati la via la seguire e hanno rappresentato la verità da accettare senza esitazione per milioni di persone che credevano di dedicare la loro vita lottando per il trionfo del socialismo.
Come già precedentemente sottolineato, l'unico vero trionfo della Rivoluzione Russa è stato produrre la convinzione (ingiustificata) che quanto più grande e più esteso fosse il controllo esercitato dallo stato, tanto meglio fosse per il socialismo.
Tutto il resto non contava nulla.
Persino la riduzione nelle disparità di rimunerazione (celebrata da Marx in riferimento alla Comune di Parigi e sostenuta anche da Lenin) doveva diventare, nelle parole di Stalin, "una deviazione piccolo-borghese" (Giugno 1931).  Durante gli anni '30, sotto il "compagno" Stalin "i salari dei direttori, ingegneri capo e amministratori di livello superiore [erano] fino a cento volte più elevati del salario medio e fino a trecento volte più alti del salario minimo" (1945, Arthur Koestler).  In generale, nella Russia "socialista" i lavoratori dell'industria e delle campagne dovettero sopportare condizioni molto peggiori di quelle condannate da Marx con riferimento alla Rivoluzione Industriale.
Persino l'internazionalismo era qualcosa di cui diffidare nel caso non significasse sottomissione alla politica dettata dall'Unione Sovietica. Uno dei culmini dell'assurdità, da un punto di vista socialista, venne raggiunto quando Stalin accusò gli Ebrei del crimine di cosmopolitismo.
Alcune voci avvertirono che l'esperimento russo non aveva nulla a che fare con il socialismo, ma le loro parole caddero praticamente nel vuoto. Infatti, era molto comodo, anche agli oppositori del socialismo, qualificare l'occupazione del potere statale da parte dei Bolscevichi come una rivoluzione socialista. Se questo potere terroristico e totalitaristico era equiparato al socialismo, allora coloro che si opponevano ad esso potevano agevolmente diffondere il messaggio che essi dovevano essere alla guida dello stato in modo da costituire un argine contro il socialismo. A questo punto era sufficientemente chiaro che realizzare il socialismo e contrastare il socialismo erano solo lo stesso e identico pretesto per conquistare il potere dello stato. Per questo motivo, come vedremo tra breve, la lotta politica all'indomani della rivoluzione Russa, non dovrebbe più essere qualificata con i termini di socialismo e antisocialismo essendo diventati entrambi puro e semplice statismo.
In un paese arretrato come la Russia lo statismo era dominato da una élite di partito che si qualificava comunista e che aveva avuto successo facendosi paladina della distribuzione delle terre ai contadini e della fine immediata della guerra con la Germania.
In un paese più avanzato e più industrializzato, in presenza di una classe media di un certo peso, la crisi politica avrebbe consegnato il potere statale al partito che si mostrasse più capace di catturare il favore della piccola borghesia in espansione. Questo è ciò che accadde in Italia.

 

La ricetta Italiana  (^)

Il movimento dei lavoratori italiani iniziò ad organizzarsi verso la metà dell'ottocento dapprima nella forma di società di mutuo soccorso e di fasci operai. Alla fine, nel 1892, il Partito Socialista dei Lavoratori Italiani venne fondato nel Congresso di Genova. Una spinta in quella direzione venne quando alcuni protagonisti di primo piano (primo fra tutti Andrea Costa) decisero che una lotta politica di lunga durata per miglioramenti progressivi prometteva di più di una rivolta sociale per una emancipazione immediata.
Molti aspetti stavano inoltre operando a tal fine. Innanzitutto, la nuova legge elettorale (1882) che consentiva un allargamento del diritto di voto ai cittadini maschi in rapporto diretto con l'incremento dell'alfabetismo.  Nel 1912 il suffragio universale maschile venne introdotto definitivamente, aumentando il peso della politica condotta attraverso le elezioni e il parlamento.
In maniera simile a quanto stava avvenendo in altri paesi, lo stato italiano retto da governi conservatori o liberali, varò i primi provvedimenti di legislazione sociali quali l'assicurazione malattie (1886), l'assicurazione incidenti e le pensioni sociali (1898). Misure ulteriori furono adottate sotto i governi guidati dal liberale Giovanni Giolitti, in particolare la disciplina del lavoro minorile e la protezione delle donne sul posto di lavoro (1907).
Questo non rappresenta nulla di nuovo. I liberali, in Italia come altrove, sono stati i veri propagatori del seme dello statismo, considerando che essi sostituivano lo stato al posto delle società di mutuo soccorso e degli esperimenti di autotutela (1996, Lorenzo Gaeta e Antonio Viscomi) che già esistevano e che avrebbero potuto crescere fino a diventare la struttura portante dell'assistenza personale e sociale.
Inoltre, essi non si limitarono ad introdurre regole più umanitarie nel posto di lavoro ma continuarono il loro intervento estendendo la presenza dello stato nell'economia; un esempio di ciò è rappresentato dalla nazionalizzazione del settore assicurativo compiuta sotto Giolitti nel 1912.
Un commentatore critico di questa evoluzione, caratterizzata anche da scandali finanziari di origine politica, notò che

"il liberismo diventa socialismo di Stato"; e che "Giolitti ha avuto l'eroico cinismo di presentare come liberale questa politica di saccheggio dello Stato." (1924, Piero Gobetti)

Nella realtà dei fatti, lo stato italiano è intervenuto nella vita economica e sociale fin dal suo sorgere, garantendo tariffe protezioniste ad agricoltori e produttori industriali, promuovendo poi avventure imperialiste, per arrivare infine alla partecipazione nella prima guerra mondiale. Queste sono state tutte politiche promosse da governi cosiddetti borghesi o liberali.
La situazione nel campo socialista non era molto diversa se accettiamo ciò che Engels ebbe a scrivere nel 1873 sul movimento italiano. Secondo lui

"tutte le sezioni Italiane che si autoproclamano facenti parte dell'Internazionale sono gestite da avvocati senza cause, medici senza pazienti, studenti di biliardo, venditori di commercio e piazzisti vari, e, in special modo, giornalisti della stampa minore di fama più o meno dubbia." (1873, Friedrich Engels).

Questa affermazione non dovrebbe distrarci dal fatto che esistevano anche nuclei di lavoratori e società di mutuo soccorso non collegate all'Internazionale che operavano per la realizzazione del socialismo e per l'emancipazione sociale.
Ad ogni modo, molti anni più tardi, a conferma delle parole di Engels, un altro acuto osservatore, Antonio Gramsci, riferendosi ai partiti politici, alcuni dei quali erano gli eredi dell'Internazionale, sottolineò

"la deteriorità dei partiti politici, che nacquero tutti sul terreno elettorale (al congresso di Genova la quistione fondamentale fu quella elettorale." (1929-1935, Antonio Gramsci)

Nel giudizio di Gramsci

"i partiti non furono una frazione organica delle classi popolari (un'avanguardia, un'élite), ma un insieme di galoppini e maneggioni elettorali, un'accolta di piccoli intellettuali di provincia, che rappresentavano una selezione alla rovescia." (1929-1935, Antonio Gramsci)

Con questo retroterra umano e in presenza delle nuove opportunità offerte dalla competizione politica di guadagnare potere e influenza attraverso lo stato, non c'è da stupirsi del fatto che il Partito Socialista Italiano sviluppasse una forte inclinazione verso lo statismo, condivisa in vario modo sia da coloro che dicevano di voler trasformare lo stato pacificamente e gradualmente (i riformisti) che da coloro che sostenevano la necessità di sovvertirlo e conquistarlo con la violenza e in tempi brevi (i massimalisti). L'unico risultato che venne fuori da questa lotta interna fu l'incapacità di prendere decisioni effettive di alcun genere (riformiste, rivoluzionarie) per paura di produrre divisioni permanenti.
Nonostante ciò, l'inevitabile scissione ebbe luogo nel 1921 con la fondazione del Partito Comunista Italiano.
Nel giro di un breve periodo, il socialismo in Italia sarebbe stato obliterato da un altro movimento capeggiato da un ex-socialista che avrebbe preso dal socialismo di stato molte delle sue idea e, soprattutto, la maggior parte del suo elettorato: il  Fascismo.
Se teniamo presente che il Partito Socialista Italiano ricevette il 32,4% dei consensi elettorali solo tre anni prima della instaurazione del fascismo, ci rendiamo conto dell'enorme spostamento di consenso politico che ebbe luogo in così breve tempo. Questo poteva avvenire solo in quanto i due movimenti proponevano, in linea di massima, le stesse ricette, vale a dire l'occupazione del potere statale. Il fascismo trionfò perché appariva più moderno, più dinamico, più nazionale.
Il fascismo era un miscuglio socialista e populista condito con altisonanti (e per questo rassicuranti) dichiarazioni nazionalistiche e patriottiche. Il prodotto finale, che verrà condensato più tardi nello frase ad effetto "Italia proletaria e fascista", risultò accettabile ad un larghissimo strato di popolazione e, alla fine, persino alla monarchia e all'aristocrazia.
Il fascismo è, in altre parole, un nazional socialismo in grado di attrarre una larga schiera di elettori (otterrà il 65% di voti nelle elezioni del 1924) dall'industriale e dal proprietario terriero al ribelle e all'emarginato e, soprattutto, all'uomo comune ansioso di tranquillità e di sicurezza, e che i treni arrivassero in orario. Si trattava del classico minestrone all'italiana che ricevette l'appoggio del principale giornale di impronta liberale (il Corriere della Sera), dei circoli nazionalisti e patriottici, della piccola borghesia che lavorava per lo stato o che aspirava ad un posto fisso all'interno dell'apparato statale, e, alla fine, ottenne anche l'assenso e la consacrazione da parte dello stesso re.
Nelle ricostruzioni e nelle interpretazioni posteriori, il fascismo è stato dipinto come un movimento reazionario in opposizione totale al socialismo. Questo è vero se per socialismo intendiamo una concezione ed una prassi che attribuisce un ruolo di primo piano alla società civile e agli individui. Ma, con il socialismo deformato e ridotto a statismo, non si dovrebbe dare un peso eccessivo alla contrapposizione fascismo - socialismo se non in quanto una lotta (dura e violenta) tra due formazioni che perseguivano l'identico obiettivo, e cioè, come già detto, l'appropriazione e l'occupazione del potere statale.
Le somiglianze tra i due movimenti erano visibili fin dall'inizio, se Karl Radek, un attivista e propagandista comunista, già in un articolo scritto nel 1923, definiva il fascismo come una sorta di "socialismo delle classi medie." (1923, Karl Radek)
Mussolini utilizzò molti aspetti dell'analisi socialista, derivati soprattutto dal Blanquismo e dal primo Marxismo. Per lui, la concentrazione dei mezzi di produzione in poche mani richiedeva la centralizzazione delle decisioni politiche, e cioè l'intervento dello stato centrale, organismo etico a difesa delle masse sfruttate e cervello pianificatore della vita economica e sociale contro l'ingordigia dei capitalisti e il (presunto) disordine ingenerato dal capitalismo.
Inoltre, egli recuperò il tema della lotta di classe che, nell'era dello stato nazione, veniva trasformato nel conflitto portato avanti dalle nazioni proletarie contro le potenze plutocratiche. (1910, Enrico Corradini).
Mussolini riconobbe anche apertamente le affinità tra fascismo e comunismo quando in un intervento davanti alla Camera dei deputati (1/12/1921) affermò: "fascisti e comunisti, sottoposti quotidianamente ad un martellamento di polizia, potrebbero finire anche per intendersi salvo a combattersi energicamente dopo per la ripartizione del bottino, anche perché io riconosco che fra noi e i comunisti non ci sono affinità politiche, ma ci sono affinità intellettuali. Noi, come voi, riteniamo che sia necessario uno Stato accentratore ed unitario, che imponga a tutti i singoli una ferrea disciplina; con questa differenza, che voi giungete a questa conclusione attraverso il concetto di classe, e noi vi giungiamo attraverso il concetto di nazione." (1950, Angelo Tasca)
La ricetta fascista portò, come era quindi prevedibile fin dall'inizio, a un programma massiccio di intervento dello stato come regolatore della vita economica e sociale della nazione, e cioè dell'individuo. Grandi enti statali vennero costituiti per controllare l'allocazione del credito (IMI) e per salvaguardare la base industriale (IRI). Uno storico moderno ha definito Mussolini "il grande sacerdote del collettivismo di stato." (1997, Denis Mack Smith)
Finalmente, un ex-socialista aveva realizzato nell'Europa occidentale il sogno di molti socialisti di stato e cioè quello di innalzare lo stato a supremo regolatore della società; per questo motivo, il fascismo italiano non dovrebbe essere caratterizzato come antisocialismo ma come una versione moderna, rispetto all'esperienza russa, del socialismo statista proprio del 20° secolo.

 

Il percorso Inglese  (^)

Il popolo Inglese è stato quello che in maniera più coerente e più a lungo è rimasto immune da uno statismo generalizzato.
In Inghilterra, la libera iniziativa di individui illuminati e filantropi, e l'attività del movimento organizzato dei lavoratori furono responsabili dell'avvio di un processo di miglioramenti continui delle condizioni di vita che, nel corso di alcuni decenni, avrebbe davvero potuto condurre ad una società in cui lo sfruttamento, la povertà e le privazioni fossero un ricordo del passato.
Questa dinamica sociale fu alterata dalla introduzione dei Reform Acts del 1867 e 1884. Questi Acts, garantendo il diritto di voto ai lavoratori, resero possibile la rappresentanza politica dei loro interessi, spianando la via all'introduzione di una serie di provvedimenti legislativi in loro favore.
Tutto ciò ebbe l'effetto di trasferire gradualmente la lotta per l'emancipazione degli individui dalla scena sociale a quella politica e dai movimenti sociali ai partiti politici.
In Inghilterra, il Partito Liberale era quello che, fino all'inizio del secolo 20°, aveva rappresentato anche gli interessi dei lavoratori. Il partito aveva subito una trasformazione nei suoi principi di base secondo i quali la sola giustificazione per un intervento dello stato nella vita degli individui consisteva nell'evitare abusi e danneggiamenti alle persone.
Nel Regno Unito, meglio che altrove, possiamo osservare la traiettoria del Partito Liberale, prima a favore della società civile e poi incline a introdurre sempre più misure di intervento statale per regolare e, si proclamava, per migliorare la vita sociale. Sydney Webb, un sostenitore dell'intervento statale, notò con una punta di soddisfazione che

"la Federazione Liberale Nazionale adotta la tassazione straordinaria dei suoli urbani come punto centrale del suo programma elettorale nonostante che questa proposta sia definita dai liberali di vecchio stampo come un puro esproprio di una parte consistente della ricchezza della proprietà terriera." (1889, Sidney Webb, The Basis of Socialism  - Historic)

A questo riguardo, il Partito Conservatore appariva ancora più favorevole all'intervento statale:

"Mr. Chamberlain e i giovani conservatori spingono apertamente per grandiosi progetti di riforma sociale attraverso lo Stato e le municipalità, come mezzo per ottenere il sostegno popolare." (1889, Sidney Webb, The Basis of Socialism  - Historic)

Essi si erano tutti posti sulla scia delle esperienze francesi e tedesche. Il programma assistenziale di Bismarck ebbe una notevole influenza sull'introduzione della legislazione sociale tra il 1908 e il 1911.
Tutto ciò porta a concludere che, prima che lo statismo divenisse il punto di riferimento del partito socialista, la strada verso lo statismo era già stata ben preparata e imboccata da altri partiti (il liberale e il conservatore) che si pensava stessero marciando nella direzione opposta.
Grazie a questa inclinazione verso lo statismo di tutti i partiti politici, Sydney Webb non poteva fare a meno di sottolineare (già nel 1889) l'onnipresenza dello Stato e il suo considerevole potere:

"Lo Stato nella maggior parte delle operazioni industriali di grande portata detta regole riguardo l'età del lavoratore, le ore di lavoro, la quantità di aria, luce, spazio, calore, la sistemazione dei servizi igienici, i giorni di vacanza, e l'orario dei pasti; dove, quando, e come i salari debbano essere pagati; come debbano essere recintati e protetti contro incidenti i macchinari, le scale, i montacarichi, i pozzi e le miniere; come e quando l'impianto complessivo debba essere sottoposta a pulizia, riparazione e attività. Persino il tipo di confezionamento con cui alcuni articoli devono essere venduti è debitamente prescritto, di modo che il singolo capitalista non riceva alcun vantaggio dalla sua posizione. Sotto ogni punto di vista egli viene registrato, ispezionato, controllato, e alla fine rimpiazzato dalla comunità; e nel frattempo egli è costretto a cedere a fini pubblici una porzione crescente delle sue rendite e dei suoi guadagni." (1889, Sidney Webb, The Basis of Socialism  - Historic)
"Persino nei campi ancora lasciati all'impresa privata, il suo operato è ogni giorno sempre più ristretto, in modo che la concorrenza anarchica che sorge dall'avidità di guadagno, concorrenza che all'inizio del secolo 19° era stata considerata come il solo principio infallibile e benefico dell'azione sociale, non possa distruggere del tutto lo Stato. Tutto ciò è stato fatto da persone 'pratiche', all'oscuro, per così dire, di ogni sociologia scientifica, che credono che il Socialismo sia il più sciocco dei sogni, e che non si curano affatto, così essi credono, di tutte le richieste grandiose di rigenerazione sociale. Tale è la forza irresistibile delle tendenze sociali, che in ogni loro atto queste persone hanno operato per realizzare proprio il Socialismo che essi disprezzano così tanto; e per distruggere la fede nell'Individualismo che essi ancora professano. Essi hanno costruito meglio di quanto sapessero." (1889, The Basis of Socialism  - Historic, by Sidney Webb)

Non c'è nulla da obiettare a questa analisi e a questa raffigurazione della realtà se non chiarire che, ciò che Sidney Webb definisce come socialismo altro non è che statismo, con la società identificato con e inclusa sotto stato. Una conferma di questa posizione proviene, indirettamente, dalle parole stesse di Sydney Webb quando stigmatizza la concorrenza economica come totalmente dannosa per lo Stato, senza che egli faccia alcun riferimento alla società e agli individui, probabilmente inclusi nella voce stato.
L'attrazione verso lo statismo si stava dimostrando irresistibile in ogni schieramento politico soprattutto perché produceva risultati in termini di consenso elettorale.
Dovrebbe quindi apparire come una evoluzione del tutto normale e scontata il fatto che il pensiero socialista, anche in Inghilterra, stesse orientandosi sempre più verso lo statismo, principalmente ma non solo, grazie alle attività e agli scritti del Fabian Group.
Una delle figure di maggior spicco del gruppo era George Bernard Shaw. Nel 1889 egli aveva contribuito alla redazione dei "Fabian Essays" con uno scritto sull'economia del socialismo, nel quale egli si faceva propugnatore di

"una qualche entità che abbia il potere e la buona volontà di distribuire [le risorse] in maniera equa in base al lavoro eseguito da ognuno nel corso della ricerca collettiva delle risorse stesse. Questo desiderio costituisce il Socialismo; e, come mezzo per la sua realizzazione, i Socialisti hanno dato vita alle comunità, ai regni, ai principati, alle chiese, ai feudi, e finalmente, quando tutte queste formazioni hanno ceduto al vecchio spirito speculativo, allo Stato Socialdemocratico, che ancora non è stato messo alla prova" (1889, The Basis of Socialism - Economic by G. Bernard Shaw)

Nel 1927 Shaw espresse la sua visione politica in "The Intelligent Woman's Guide to Socialism." Questo divenne un testo molto noto e popolare e per questo, la nozione di socialismo raffigurata in quelle pagine esercitò un forte influsso sulla connotazione futura del termine. Ciò che emerge da quelle pagine è una immagine del socialismo in quanto realtà basata sulla distribuzione del reddito e sull'amministrazione dei servizi da parte di un ente paternalistico e burocratico, lo Stato.
Per Shaw

"fino a quando il Governo non abbia concentrato nelle sue mani tutto il potere occupazionale che adesso risiede nei datori di lavoro privati" ... "esso non può distribuire il reddito in maniera egalitaria" e perciò " non può mettere in pratica il Socialismo." (1928 - 1937, George Bernard Shaw)

Shaw era convinto che per realizzare il socialismo, lo Stato

"deve esso stesso diventare il proprietario terriero, il finanziere e il datore di lavoro della nazione." (1928 - 1937, George Bernard Shaw)

Egli quindi guardava con particolare favore all'esperimento dei Bolscevichi (cambiando di idea solo più tardi) al punto da dichiarare nel 1931, in un pubblico discorso, dopo il suo viaggio in Russia:

"Ho predicato il Socialismo durante tutta la mia vita politica e qui finalmente vi è un paese che ha realizzato il Socialismo, ne ha fatto la base del suo sistema politico, abolendo la proprietà privata, e voltando le spalle al Capitalismo." (G. B. Shaw in Michael Holroyd, Biography of Shaw, vol. III, 1992).

L'ironia del caso è che, in quello stesso anno (1931) Stalin stava bollando come "deviazione piccolo borghese" proprio quell'egualitarismo economico che Shaw riteneva potesse essere conseguito attraverso lo Stato una volta che esso fosse divenuto proprietario di tutti i mezzi di produzione.
Un altro simpatizzante e sostenitore del socialismo era H. G. Wells. Per Wells il socialismo è "lo stato mondiale organizzato e civilizzato" (1908, H. G. Wells, First and Last Things). Con questa frase egli condensa le visioni e le attese del tuo tempo, e cioè l'idea del socialismo non solo come un sistema mondiale ma anche basato su uno stato mondiale.
L'idea liberale che la società è un organismo autoregolantesi attraverso le libere scelte degli individui, e la visione socialista di una società che

"organizzando la produzione sulla base di una associazione di produttori liberi ed uguali, consegnerà l'intera macchina statale ... al Museo delle Antichità, accanto al telaio a mano e all'ascia di bronzo" (1884, Friedrich Engels)

sono state quindi definitivamente messe da parte e sostituite dalla concezione statista imperniata sulla necessità imprescindibile di un centro di controllo. In Wells siamo oltre il nazional socialismo di stato ma siamo ancora del tutto all'interno del socialismo di stato, e nel suo caso, del socialismo centrato sul Super Stato.
Nel complesso, le idee che Shaw e Wells espressero e qualificarono come socialiste sono sintomatiche di un periodo storico in cui lo stato era il punto di riferimento indiscusso per tutti, che si definissero socialisti o antisocialisti.
A questo riguardo, non sussisteranno molte differenze tra le idee del liberale Keynes e del liberale Beveridge da una parte e quelle di molti dirigenti e attivisti laburisti. Quando l'esponente politico liberale Sir William Harcourt in un discorso pronunciato nel 1888 fece la famosa dichiarazione "Adesso siamo tutti socialisti" egli stava solo esprimendo una convinzione comune.Egli avrebbe potuto dire in maniera più appropriata: "Adesso siamo tutti in favore dell'intervento statale" ma la sostanza non sarebbe stata diversa in quanto per socialismo si intendeva già allora il socialismo di stato o statismo.
Il percorso inglese di continuo abbandono del liberalismo e del socialismo classici verso lo statismo avrebbe, tra le altre cose, esercitato una certa influenza sugli Stati Uniti d'America i quali rappresentano una eccezione in tutto questo discorso, ma solo per quanto riguarda l'attrazione e la circolazione del termine socialista.

 

L'eccezione Americana  (^)

Caratterizzare l'esperienza americana riguardo a socialismo e antisocialismo come una eccezione, deriva dal fatto che negli Stati Uniti non è mai esistito un partito socialista con un notevole seguito e con chiare inclinazioni statiste, come in Europa. Comunque, questo non significa che lo statismo non vi sia apparso e non abbia prosperato, ma solo che coloro che hanno introdotto provvedimenti di stampo statista lo hanno fatto proclamando, al tempo stesso, il loro anti-statismo e il loro credo individualista. (2000, Cato Policy Report). Un segno di ciò è dato dal fatto che, negli Stati Uniti, coloro che sono favorevoli all'intervento statale si sono definiti liberali, capovolgendo del tutto il significato storico del termine ed evitando il rischio di utilizzare qualifiche più appropriate alla realtà ma anche meno attraenti.
Fin dall'inizio, il governo federale e i governi statali sono stati ben disposti a far credere al popolo e il popolo è stato molto desideroso di credere che la presenza dello stato nella società americana fosse minima.
La storia americana mostra quanto ciò sia lontano dal vero.
Già nel 1821 John Taylor era impegnato a scrivere il suo "Tyranny Unmasked" per opporsi all'introduzione di misure protezionistiche; sfortunatamente esse vennero adottate nel 1826. Questo è uno degli indizi che la collusione tra affari e governo si stava diffondendo e consolidando sempre di più.
Inoltre, fin dai tempi di Andrew Jackson (1829) se non prima, la cattura del bottino statale e la sua distribuzione tra sostenitori e simpatizzanti del partito vincitore era considerato lo sbocco naturale della conquista del potere statale. A questo riguardo, l'introduzione della rappresentanza democratica avveniva in sintonia con la democratizzazione della corruzione politica.
Verso la fine del secolo, il fenomeno era così evidente che Engels si soffermò su di esso in un lungo brano dell'introduzione del 1891 a "La guerra civile in Francia" di Marx. Egli scrisse:

"In nessuna parte del mondo i 'politici' formano un settore della nazione così separato e così potente come nell'America del Nord. Là, ciascuno dei due partiti maggiori che si succedono alternativamente al potere è controllato a sua volta da gente per cui la politica è un affare, che speculano sui seggi nelle assemblee legislative dell'Unione come pure dei singoli stati, o che ricavano il loro sostentamento dal fare propaganda per il loro partito e, al momento della vittoria, sono ricompensati con posti. È noto come gli americani abbiano cercato per trent'anni di scrollarsi di dosso questo giogo che è diventato intollerabile, e come, nonostante ciò, essi continuino a sprofondare sempre più in questa palude di corruzione. È proprio in America che si vede meglio come abbia luogo questo processo del potere statale che si rende indipendente dalla società, di cui in origine doveva essere un mero strumento. Qui non esiste dinastia, nobiltà, esercito permanente, a parte un manipolo di uomini per tenere sotto controllo gli Indiani, non vi è una burocrazia con impieghi permanenti o il diritto alla pensione. E nonostante ciò vi troviamo due bande di speculatori politici che si alternano nel possesso del potere statale e che lo sfruttano nella maniera più corrotta per le più corrotte delle finalità - e la nazione è impotente contro questi due grandi cartelli di politicanti che sono apparentemente al suo servizio ma che in realtà la dominano e la saccheggiano." (1891, Friedrich Engels)

Accanto a questo statismo predone, vi erano anche individui ricchi di buone intenzioni ed emersero correnti di pensiero che propugnavano ciò che taluni avrebbero considerato provvedimenti di stampo socialista, e cioè l'intervento dello stato per regolare la maggior parte degli aspetti della vita sociale.
Nel 1888 Edward Bellamy diede alle stampe il suo racconto futuristico "Looking Backward 1888-2000" nel quale sognava una società totalmente amministrata da un ente che egli chiamava, la nazione.
In questa anticipazione del futuro troviamo tutti i semi che formano lo spirito dell'epoca:

 -  il rifiuto dell'individualismo e l'esortazione al suo superamento: "l'eccessivo individualismo che prevaleva allora era incompatibile con buona parte del pubblico sentimento";
 -  la spinta irresistibile verso la concentrazione e la centralizzazione: "il movimento in direzione della gestione degli affari da parte di aggregazioni sempre più grandi di capitale, la tendenza verso i monopoli, a cui si era disperatamente e vanamente resistito, veniva finalmente riconosciuta come un processo che occorreva solo portare a compimento nella sua logica evoluzione per schiudere all'umanità un futuro glorioso";
- la necessità di un intervento crescente da parte del governo: "l'idea di una tale estensione delle funzioni del governo è, per non dire oltre, piuttosto schiacciante." (1888, Edward Bellamy)

Per tutti questi motivi,

"l'apparato industriale e commerciale del paese ... vennero affidati ad un unico sindacato in rappresentanza del popolo, per essere gestito nell'interesse comune per il comune profitto. La nazione ... divenne ... l'unico datore di lavoro, ... un monopolio di cui tutti i cittadini godevano i profitti e le economie." (1888, Edward Bellamy)

Non vi è alcuna menzione di socialismo o di collettivismo nel testo di Bellamy ma la schiera di "socialisti" europei che si mostravano sempre più ben disposti nei confronti dello stato avrebbe concordato con lui sia nell'analisi che nella soluzione.
Nel 1891 Ignatius Donnelly scrisse un racconto politico in cui prefigurava l'arrivo del 20° secolo, quando tutte le scuole private sono abolite e lo stato

"è proprietario di tutte le linee stradali, telegrafiche e telefoniche, delle ferrovie e delle miniere, e assume il controllo esclusivo di tutti i servizi postali." (1891, Ignatius Donnelly).

In questo testo lo stato era visto, ancora una volta, come l'agente principale di un futuro stupendo di progresso.
Al tempo stesso, nei circoli accademici, Lester Ward stava rivolgendo i suoi attacchi al principio del laissez-faire e a favore di un attivo intervento dello stato in molti settori sociali. Per sottolineare ulteriormente la situazione eccezionale e paradossale degli USA, va detto che i messaggi di Ward a favore dello statismo incontravano, apparentemente, meno successo degli scritti contro lo statismo di William Graham Sumner; comunque, mentre "Ward era dimenticato e Sumner esaltato, il governo e l'economia si stavano muovendo lungo le linee tracciate dal primo piuttosto che dal secondo." (1950, Henry Steele Commager)
Inoltre, come rimarcato pungentemente dallo stesso Ward "coloro che denunciano l'interferenza dello stato sono coloro che poi la invocano più di frequente e con maggior successo." (1895, Lester Ward)
Nel 1884, un gruppo di giovani economisti si ritrovarono per fondare la "American Economic Association". Tra di loro vi era Richard T. Ely, che preparò una bozza del manifesto dell'associazione nel quale egli espresse delle idee molto forti, che con tutta probabilità erano condivise da un certo numero dei suoi colleghi, riguardo il ruolo dello stato nella società: "Noi consideriamo lo stato come una entità educativa ed etica la cui assistenza positiva rappresenta una condizione indispensabile per il progresso umano." (in 1950, Henry Steele Commager)
All'inizio del 20° secolo, l'elezione di Theodore Roosevelt segnò un punto importante sulla strada dell'estensione del potere dello stato federale. Un altro fu la partecipazione nella prima e nella seconda guerra mondiale. Durante il periodo tra le due guerre gli Americani accettarono un livello di interferenza nella loro vita che non molti avrebbero sopportato. Il proibizionismo, la segregazione razziale sostenuta dagli stati, l'intrusione negli affari personali da parte del dipartimento delle imposte, tutto ciò testimonia la presenza diffusa e dominante dello stato.
Per questa ragione, nella storia degli Stati Uniti più che altrove, l'opposizione contro il socialismo, presentata come la protezione della libertà dell'individuo contro l'assoggettamento da parte dello stato, è, per molti aspetti, un fenomeno totalmente inventato, il frutto dell'inganno e della presa in giro politica, a cui certamente nessuno serio osservatore della società dovrebbe prestar fede.
La peculiarità della posizione americana consiste quindi nel fatto che, appellandosi alla teoria e ai principi, i maggiori uomini politici di diversa estrazione proclamano tutti di essere contro il socialismo identificato con lo statismo; in realtà, una volta arrivati al potere, essi fanno di tutto per attuare lo statismo e lo chiamano liberalismo.
Nonostante ciò, gli storici e i sociologi, in generale, sono stati quanto mai restii a separare dichiarazioni propagandistiche da realtà di fatto, probabilmente perché essi erano più interessati a sostenere posizioni politiche che verità scientifiche. Questo è evidente soprattutto durante lo scontro tra socialismo e antisocialismo nella prima metà del 20° secolo. Comunque, prima di esaminare i periodi successivi, è necessario soffermarsi brevemente a considerare le esperienze precedentemente descritte.

 

Alcune considerazioni sulle esperienze di socialismo e di antisocialismo  (^)

Le esperienze esaminate portano a sottolineare alcuni aspetti della quasi irresistibile marcia verso lo statismo delle idee e delle politiche cosiddette socialiste e antisocialiste.
Lo statismo è stato il virus letale che ha infettato sia il liberalismo che il socialismo e li ha condotti ad una fine inevitabile. Il virus è stato incubato da uomini di stato di stampo populista e conservatore (Napoleon III, Bismarck), inoculato da politici e intellettuali che si proclamavano liberali (Lloyd George, Sydney e Beatrice Webb), diffuso e reso accettabile alle masse da "socialisti" autoritari e nazionalisti come Lenin, Mussolini, Hitler. Lo statismo è diventato alla fine una realtà indiscussa per qualsiasi simpatizzante politico il quale ignora che, per i pensatori e gli attivisti di un'epoca anteriore, era un dato di fatto quasi scontato che lo stato fosse un ente con un ruolo molto limitato da svolgere (liberali) o che fosse destinato a scomparire con l'avanzata del progresso (socialisti).
Il successo dello statismo è quindi in relazione diretta con il tracollo e la disfatta non solo del liberalismo classico ma anche e soprattutto del socialismo autentico. Infatti, è necessario sottolineare quanto più possibile il fatto che lo statismo è totalmente incompatibile con il socialismo essendo basato su:

 -  nazionalismo invece di internazionalismo
 -  militarismo invece di pacifismo
 -  apparato statale invece di società civile.

La morte del liberalismo prima e del socialismo poi, unitamente al successo dello statismo, sono dovuti principalmente a tre motivi che hanno reso la teoria e la pratica dello statismo:

 -  Politicamente corretta. L'ampliamento del suffragio elettorale e l'avanzata della democrazia rappresentativa hanno reso accettabile che lo stato regoli e controlli la vita degli individui.  Il semplice fatto che il popolo elegga i propri governanti sembrava, e tuttora sembra, a molti una ragione plausibile e sufficiente per accettare l'esistenza di individui con poteri più estesi della maggior parte dei sovrani non eletti del passato. Chiaramente non vi è nulla da eccepire nei confronti di una servitù volontaria se essa non coinvolgesse, a causa della regola della maggioranza e del principio della sovranità territoriale, persone che non sono affatto favorevoli a questo trasferimento di potere.

 -  Economicamente conveniente. L'allargamento della sfera di intervento dello stato ha gonfiato in maniera incredibile il numero dei burocrati statali, degli impieghi connessi allo stato, e dei favori distribuiti dallo stato. A un certo punto la scelta non è stata più tra partiti a favore o contro lo stato ma quale partito aveva più probabilità di conquistare il potere statale e quindi conveniva appoggiare per non essere lasciati fuori o indietro quando la divisione del bottino aveva luogo.

 -  Moralmente accattivante. Lo statismo ha presentato lo stato come il solo vero difensore e protettore delle masse, di solito dopo aver precedentemente distrutto o cancellato le esistenti istituzioni autonome di aiuto e di protezione reciproca. Il fattore morale è stato usato, ad esempio, dai socialisti di stato contro i capitalisti sfruttatori e i presunti nemici del popolo, e dagli "antisocialisti" (ad esempio, i nazional socialisti) contro le nazioni "plutocratiche" e gli Ebrei "profittatori". Queste campagne contro i ricchi e i potenti, oltre la brutalità e l'orrore con cui sono state condotte, non dovrebbero farci chiudere gli occhi sul fatto che esse hanno creato nuove figure di ricchi e potenti, e cioè coloro che hanno assunto il controllo delle casse dello stato e delle leve del potere statale.

Il tradimento dei principi e la elaborazione di giustificazioni gratificanti furono entrambi possibili perché i partiti, e soprattutto quelli socialisti che stavano emergendo in Europa negli ultimi decenni del secolo 19°, assumevano tutti, in diversi modi e forme, la caratteristica di:

 -  una setta nazionale. I partiti socialisti, fondati in ogni paese, divennero partiti nazionali con interessi nazionali da proteggere a tutti i costi in modo da attrarre l'elettorato nazionale. L'idea che una entità nazionale possa promuovere l'internazionalismo è una pura illusione. A questo riguardo, il solo internazionalismo concepibile è quello rappresentato da un centro (Berlino o Mosca) sul quale tutti gli altri partiti si modellano (il partito social democratico tedesco) o da cui prendono gli ordini (il partito bolscevico russo).
 - una setta militante. La fede nel potere rigenerativo della lotta di classe e nella giustezza delle loro posizioni spinsero i componenti più militanti della setta ad una serie di scontri interni per il controllo del partito (ad es. tra massimalisti e riformisti in Italia) o per il controllo del movimento (ad es. tra comunisti ed anarchici nella guerra in Spagna, o tra comunisti e social-democratici, chiamati social-fascisti, in Germania prima dell'avvento al potere di Hitler). I militanti assomigliavano sempre più a militari, in lotta contro oppositori ed eretici.
 - una setta burocratica. Il rinomato Partito Social-democratico tedesco modellò la sua struttura organizzativa sullo stato prussiano e sulla sua burocrazia. A causa dello straordinario successo elettorale, altri partiti socialisti europei si conformarono al modello della socialdemocrazia tedesca. Questa assimilazione e ripetizione di forme autoritarie e burocratiche di organizzazione ha prodotto partiti socialisti la cui pratica quotidiana era in contraddizione totale con i fini professati di una società socialista.

  Già nel 1911 un membro ed un acuto osservatore della socialdemocrazia tedesca come Roberto Michels riscontrò che

"il partito dei lavoratori ha finito per acquisire i caratteri propri di un notevole accentramento del potere, avendo per base gli stessi principi cardinali di autorità e di disciplina che contraddistinguono l'organizzazione dello stato. È quindi diventato un partito governativo, vale a dire, un partito che, organizzandosi come un governo a scala ridotta, spera di assumere un giorno le redini del governo a grande scala."  [1911 e 1925, Roberto Michels]

Egli aggiunse:

"Nel lungo periodo ... l'organizzazione di partito, per quanti progressi faccia nel futuro, non sarà mai altro che una riproduzione esatta e in miniatura dell'organizzazione statale." [1911 e 1925, Roberto Michels]

Ed egli concluse la sua valutazione del partito social-democratico tedesco con parole che non avrebbero potuto essere più chiare e più sarcastiche:

"siamo adesso arrivati ad avere un bel partito conservatore che continua a sfoggiare una terminologia rivoluzionaria." [1911 e 1925, Roberto Michels]

All'interno della fraseologia rivoluzionaria vi era la parola d'ordine della dittatura del proletariato. Nel pensiero di Marx ed Engels ciò significa semplicemente il predominio della maggioranza (gli sfruttati) sulla minoranza (gli sfruttatori). E questo è anche ciò che vogliono i sostenitori della democrazia rappresentativa e ciò che un acuto e critico osservatore della realtà ha definito come "la tirannia della maggioranza." (1835, Alexis de Tocqueville).
Potremmo aggiungere che la dittatura del proletariato divenne, in un paese arretrato come la Russia, il dominio brutale del partito sulle masse, e che la tirannia della maggioranza è, nei paesi più avanzati, il dominio soffuso del governo (o della maggioranza parlamentare) sulle masse. La differenza, per quanto notevole, consiste solo nei livelli e nelle forme della costrizione ed è più in relazione con lo stadio di civiltà raggiunto dai sudditi che non con una presunta natura moderata del potere. Non rappresenta quindi una distinzione nella concezione del potere in quanto entrambi (dittatura del proletariato e dominio della maggioranza) sono il risultato della corrente di idee che ha in Rousseau uno dei suoi esponenti e che è culminata nel giacobinismo della Rivoluzione Francese.
Questo è un aspetto ulteriore del fatto che l'opposizione socialismo-antisocialismo è ingannevole, essendo più artificiale che reale per quanto riguarda idee e comportamenti pratici alternativi. Ciò emerge molto chiaramente durante gli anni di guerra quando lo scontro tra le due fazioni raggiunse il suo livello più alto.

 

Socialismo e antisocialismo durante gli anni di guerra  (^)

La prima metà del 20° secolo è stata caratterizzata come un periodo di lotta totale tra reazione e rivoluzione, la prima rappresentata da fascisti e nazisti e la seconda da socialisti e comunisti.
In realtà, nessuna fase storica ha assistito ad un così ampio mescolamento di ideologie e di individui che passavano da un campo all'altro, conservando nonostante tutto la stessa fede nello statismo ma sotto una diversa bandiera e formazione politica. Infatti, in molti casi, ciò che ad un osservatore più preoccupato con la forma che non con la sostanza appare come slealtà e incoerenza, ad un esame più attento si rivela solo uno spostamento tattico attraverso il quale la concezione politica viene mantenuta mentre il guscio esteriore (vale a dire il partito originario di appartenenza) viene abbandonato.
Troppi casi si sono verificati in troppi paesi per accontentarsi di qualificare questo fenomeno come un tradimento di ideali o, ancor peggio, accantonarlo e passarlo sotto silenzio come episodi sgradevoli e infamanti.
Eppure, questo è ciò che è avvenuto. Alla maggior parte di noi è stata presentata a scuola una ricostruzione degli eventi che cerca di cancellare ambiguità e aspetti controversi per trasmettere solo l'immagine attraente e di comodo di una lotta tra il bene e il male. Con il bene che, alla fine, riesce a prevalere.
Purtroppo questa immagine è molto lontana dal vero.
Una esposizione ed una spiegazione più esaustiva degli avvenimenti mette in luce il fatto che, dal socialismo di stato, già ben sviluppato nella teoria e nella pratica all'inizio del 20° secolo, con i suoi tratti nazionalistici e burocratici, dapprima sorse il comunismo autoritario di stato (Russia), e, di lì a poco, il socialismo autoritario di stato nelle forme del fascismo italiano e del nazional socialismo tedesco. Essi derivavano tutti dalle stesse radici e cioè dal socialismo di stato. Per questo motivo un partecipante ed un osservatore attento degli eventi di quegli anni ha definito lo scontro tra fascismo e socialismo in Europa come "una guerra civile all'interno del socialismo." (1938, Ignazio Silone)
La quantità di dati a sostegno di questa interpretazione è imponente. Il fatto è che per molti storici e studiosi di scienze sociali parecchi di questi dati risultavano scomodi, o perché essi volevano dimenticare il loro stesso coinvolgimento nella fazione perdente o perché mandavano in pezzi l'immagine di purezza dell'altra fazione alla quale essi appartenevano o a cui avevano aderito di recente.
Vediamo alcuni episodi e protagonisti di quel periodo.
Quello che caratterizza gli esponenti principali della lotta politica durante gli anni turbolenti che prepararono e videro il disastro della guerra mondiale (1914-1945) è la loro ossessione per un unico e solo scopo: conquistare e mantenere il potere dello stato.
In Russia, a partire dal Novembre 1917 e nel corso dei successivi anni fino alla sua morte, Lenin gettò via il suo marxismo e impose la sua personale dittatura come un nuovo zar che, meglio di qualsiasi altro, è capace di spingere verso l'industrializzazione forzata, chiamandola al tempo stesso emancipazione socialista. Egli era impegnato anche a promuovere un ruolo di supremazia della Russia sul movimento operaio europeo facendolo passare per internazionalismo comunista.
In Italia, Mussolini, il rivoluzionario socialista che era stato arrestato in passato (1911) per aver manifestato violentemente contro la guerra imperialista condotta dallo stato italiano in Libia e che aveva sottoscritto il manifesto contro la guerra del Partito Socialista Italiano (Luglio 1914), si era spostato (Ottobre 1914) su una posizione favorevole all'intervento nel conflitto.
Dietro questa decisione vi era, come sempre, la necessità di essere al centro dell'azione e dell'attenzione. La stessa esigenza comune a molti individui dopo la guerra, i quali si sentiranno non solo sconcertati e scoraggiati a causa della vacuità del socialismo burocratico e parolaio, ma anche dimenticati e abbandonati nelle loro aspirazioni e passeranno al movimento fascista.
Anche dopo essere stato espulso dal partito e licenziato dalla direzione dell'organo di partito (L'Avanti) Mussolini riaffermò le sue radici socialiste caratterizzando il nuovo giornale che fondò e diresse (Il Popolo d'Italia) con il sottotitolo "quotidiano socialista."
Comunque, non fu solo il capo del movimento che era un socialista - ex-socialista. Dal socialismo provenivano anche figure di primo piano come Roberto Farinacci, colui che venne definito "il prototipo del fascista" e alcuni sindacalisti rivoluzionari (come Edmondo Rossoni) oltre la grande maggioranza degli attivisti e sostenitori. Ricco di motivi e di finalità socialiste era il programma originale del partito, quel "Programma dei fasci italiani di combattimento" (1919) di cui non un singolo punto venne attuato durante i venti anni in cui il partito fu al potere.
In Germania, la rivendicazione del Nazional Socialismo di essere parte del socialismo è affermata apertamente persino nel nome del partito; il fatto che poi sia stato abbreviato dagli avversari con la qualifica di nazismo potrebbe essere solo un modo geniale per nascondere associazioni sgradevoli, vere o pretese.
Nella realtà dei fatti, il programma originale del National-Sozialistische Deutsche Arbeiterpartei adottato nel 1920 si basava, come il programma originale dei fascisti, su quelle che erano considerate richieste di stampo socialista, incentrate sull'intervento esteso dello stato nell'attività economica (vedi articoli 7 e 13) e nella vita degli individui (vedi articoli 20 e 21). (1920, Programma del Partito Tedesco dei Lavoratori)
Per questo motivo, a partire da un certo momento, molti socialisti e comunisti iniziarono ad indirizzare le loro simpatie verso il nuovo partito nazional socialista.
Le masse, che erano state indottrinate ad aspettare dallo stato la soluzione ai loro problemi, allorché si trovarono in una situazione disastrosa e dovettero scegliere tra l'internazionalismo parolaio dominato da Mosca e le promesse del nazional socialismo di stampo tedesco, si mostrarono disposte, alla fine, ad allinearsi sotto la bandiera nazional socialista. All'improvviso, molti attivisti, delusi dall'immobilismo e dall'inconcludenza del loro partito, gettarono via le vecchie tessere e bandiere e marciarono con i nazional socialisti. Come descritto da uno dei fondatori del Partito Comunista Italiano, "fu una vera sorpresa per i berlinesi di vedere un giorno le caratteristiche 'Schalmeienkapellen' dei comunisti sfilare per la strada in uniforme bruna." (1938, Ignazio Silone).
Questo sbocco era stato preparato attraverso l'organizzazione e la partecipazione comune di comunisti e nazional socialisti a scioperi e manifestazioni (ad esempio, lo sciopero dei trasporti pubblici a Berlino nel 1932), attraverso il comune disprezzo di qualsiasi traccia ancora esistente di liberalismo e di pensiero liberale, e, soprattutto, attraverso la comune esaltazione dello stato come la sola e vera entità rappresentativa della società.
Oltre a ciò, l'idea che lo stato fosse un guscio vuoto che potesse essere riempito da chiunque e per qualunque finalità, si stava dimostrando irresistibile. Persino quando, nel Marzo 1933, il Partito Nazional Socialista conseguì una vittoria elettorale strepitosa (più di 17 milioni di suffragi, vale a dire il 44% dell'elettorato), i comunisti rimanevano fiduciosi del fatto che il loro momento era quasi giunto, considerando quei risultati come "un grande passo in avanti verso la vittoria finale del proletariato." (1938, Ignazio Silone).
Il loro grido di battaglia era: "Dopo i Nazisti - Noi." (1982, Lewis A. Coser)
Le esperienze in Italia e in Germania potrebbero essere considerate come due degenerazioni abnormi del "socialismo" se non fosse per il fatto che, dappertutto in Europa, assistiamo alla stessa evoluzione di "socialisti" che diventano "socialisti nazionali" e quindi "antisocialisti" pur rimanendo, sempre, alla ricerca di una entità (il capo, il partito, lo stato) capace di guidarli verso una rigenerazione totale o, talvolta più concretamente, di garantire loro la quotidiana sicurezza.
L'aspirazione ad un rinnovamento totale sfociato in una totale illusione e delusione, è riassunta, ad esempio, in Francia, dal tragitto esistenziale di Georges Sorel. Un conservatore liberale, egli divenne poi il massimo teorico del sindacalismo rivoluzionario; dopo il disincanto con il sindacalismo, aderì al movimento monarchico di "Action Française," e, alla fine della sua vita, si dichiarò a favore della rivoluzione bolscevica. L'esperienza di Sorel, per quanto straordinaria, non è unica. (vedi 1976, Zeev Sternhell)
Uno degli esempi più noti di un individuo in cerca di un cammino politico è quello di Pierre Laval, eletto nel 1914 come deputato socialista (di estrema sinistra), che subì il fascino del socialismo nazionale e fu, per un certo periodo, primo ministro durante l'occupazione tedesca della Francia. Ancora più interessante è il caso di Marcel Déat, una delle menti più brillanti del socialismo europeo.  Uscito dalla École Normale, iniziò ad insegnare filosofia e fu poi eletto deputato socialista nel 1926. Dopo aver contribuito allo sviluppo del pensiero socialista, fu, durante gli anni trenta, tra i fondatori del "Parti Socialiste de France," una organizzazione nazionalista in opposizione al partito socialista di Léon Blum. Egli divenne il più dichiarato ammiratore di Hitler e un attivo sostenitore del nazional socialismo come capo del "Rassemblement National Populaire."
L'attrazione tra socialismo e nazionalismo non si limita a persone che si dichiarano socialiste. Jacques Doriot, un comunista espulso (1934) dal partito per le sue posizioni Trotskyiste, fondò il "Parti Populaire Français" (1936), che coopererà strettamente con i tedeschi durante il periodo dell'occupazione.
In Belgio troviamo Hendrik de Man, il presidente del Partito Belga dei Lavoratori e "uno dei pensatori socialisti più originali del 20° secolo" (1976, Zeev Sternhell) il quale nel 1940 accolse favorevolmente il crollo delle democrazie plutocratiche come preludio di una nuova era per la classe operaia e per il socialismo. Egli collaborò con il nazional socialismo tedesco convinto che il futuro del socialismo appartenesse a loro.
In Olanda, il movimento fascista di Anton Mussert si chiamò "Nationaal-Socialistische Beweging" e questo fatto ribadisce, ancora una volta, che il fascismo era essenzialmente socialismo statale di stampo nazionale.
Anche nei paesi del Nord Europa il richiamo del nazional socialismo è stato forte per molti socialisti e comunisti. Il più famoso tra di essi è stato Vidkun Quisling in Norvegia. Simpatizzante della rivoluzione russa e dei bolscevichi, egli sviluppò legami con i maggiori esponenti del movimento operaio ed era in contatto con i comunisti norvegesi. Alla fine, le sue idee di una fusione del nazionalismo con il socialismo lo indirizzarono verso l'esponente più dinamico ed energico del socialismo nazionale, Adolf Hitler.
In Svezia il partito socialdemocratico che giunse al potere nel 1932 durante un periodo di crisi economica, guardò con interesse e simpatia al nazional socialismo tedesco e agli esperimenti di intervento dello stato nell'economia, i quali avrebbero offerto una conferma alla costruzione dello statismo già da essi avviata.
In Inghilterra, la crisi economica seguito al crollo del '29 portò sulla scena individui che erano alla ricerca di nuove soluzioni per far fronte alla crescente disoccupazione. Il più brillante fra questi era Sir Oswald Mosley, un deputato socialista.
Nel 1930 con la carica di ministro del governo laborista egli propose un vasto piano di intervento statale e di lavori pubblici per promuovere l'occupazione, il controllo dello stato sulla fornitura del credito e la regolamentazione statale del commercio con l'estero. Il piano venne rigettato ed egli abbandonò il partito. Dopo un fallito tentativo di costituire un partito socialista alternativo ai laboristi, nel 1932 fondò la "British Union of Fascists."
Mosley venne progressivamente emarginato dalla vita politica e, alla fine, imprigionato a causa delle sue simpatie per il nazional socialismo tedesco; al tempo stesso le sue idee di intervento e di regolamentazione da parte dello stato sopravvissero e ricevettero una attestazione accademica da John Maynard Keynes e una attuazione pratica dalla amministrazione americana di Franklin Delano Roosevelt .
Le stesse idee erano state precedentemente adottate e applicate dall'amministrazione Hitler in Germania. In quegli anni, un esperto di problemi finanziari vicini al presidente americano Roosevelt espresse la convinzione che i nazional socialisti tedeschi avevano sviluppato alcune idee di gestione economica eccellenti (vedi 1949, Benjamin M. Anderson), sottintendendo con ciò che esse potevano essere impiegate anche negli Stati Uniti.
Gli intellettuali americani (economisti, sociologi, esperti di questioni giuridiche, ecc.) si diedero da fare per promuovere questo atteggiamento favorevole a un intervento statale massiccio. Esso significava nuove possibilità di impiego per loro e per i loro figli. Se facciamo riferimento agli impiegati del governo federale, includendo anche il personale militare, abbiamo i dati seguenti:
-  Giugno 1916 : 480.327 occupati (1910 pop. 91.972.266)
-  Giugno 1946 : 2.748.545 occupati  (1940 pop. 131.669.275).
Pur considerando l'aumento di personale causato dalla guerra e l'incremento della popolazione, siamo pur sempre in presenza di una crescita più che notevole. La semplice spiegazione è che avendo imboccato la strada verso lo statismo, la schiera del personale statale doveva necessariamente infoltirsi. La visione nazional socialista di uno stato invadente e onnipresente aveva dunque ricevuto la sua consacrazione nel luogo più impensato.
L'elenco delle compenetrazioni di idee e di pratiche politiche tra personalità e movimenti cosiddetti socialisti e antisocialisti potrebbe continuare.
Il fatto che alcune delle figure precedentemente elencate si siano trovate su fronti bellici opposti non è la prova che essi stessero perseguendo percorsi differenti. La guerra ha posto in essere strani accoppiamenti (ad es. il conservatore Churchill con il "comunista" Stalin) e strane contrapposizioni (il fascista Mussolini contro il fascista Metaxa). Per questo motivo dovremmo evitare di usare categorie antitetiche come socialismo e antisocialismo o libertà e totalitarismo per interpretare e raffigurare gli eventi di quel periodo.
Sarebbe meglio parlare di un fenomeno di generalizzato socialismo di stato o, più precisamente, statismo. All'interno di questo comune atteggiamento e comportamento statista potremmo distinguere tra coloro che erano spinti da calcolato cinismo e coloro che erano animati da mal posto idealismo, perché è facendo riferimento a questi due aspetti che potremmo capire, almeno sotto il profilo psicologico, il fenomeno del socialismo di stato durante il periodo della lunga guerra europea e mondiale (1914-1945).
Un esempio di calcolato cinismo è il patto Molotov-von Ribbentrop, quando gli emissari di due bande statali criminali si sono incontrati per accordarsi e programmare le future razzie (spartizione della Polonia). Il nazional socialista von Ribbentrop decorato con l'ordine di Lenin, esemplifica con il suo collega Molotov, una volta per tutte, che non vi è alcuna differenza tra "socialismo" e "antisocialismo" allorché essi sono entrambi diventati socialismo di stato, vale a dire statismo. (vedi 1934, Voline; 1939, Otto Rühle).
Un caso di mal posto idealismo è rappresentato da Nicola Bombacci. Rivoluzionario di professione, egli si trovava con Lenin quando le guardie bianche avanzavano verso San Pietroburgo e i comunisti si stavano preparando per la ritirata. Egli si trovava con Mussolini quando gli Anglo-americani stavano arrivando a Milano e i fascisti erano costretti a ritirarsi verso Como. Morì fucilato, colpevole di essere nel momento sbagliato al posto sbagliato di una linea divisoria inesistente perché tutti erano e continueranno ad essere esaltatori dello stato, accomunati dallo stesso mito.

 

Socialismo e antisocialismo dopo gli anni di guerra  (^)

L'ideologia statista era a tal punto radicata nella mente delle persone (grazie anche all'indottrinamento perpetrato dal sistema scolastico statale) che, anche dopo la guerra e dopo l'esperienza diretta di che cosa lo stato fosse capace (massacri, campi di concentramento, soppressione della libertà, manipolazione delle menti, ecc.) vi erano ancora molti che non avevano perso la loro fiducia nello stato e che ancora propugnavano l'intervento dello stato per la rinascita della società.
In Italia, la mentalità statista che era presente nel periodo pre-fascista, era stata portata ad un tale grado di automatismo cerebrale che essa era condivisa dagli esponenti di tutti i partiti che emersero nel dopo-fascismo. Essi continuavano ad idealizzare lo stato e ad attendere dallo stato la soluzione ad ogni problema.
Carlo Levi, un medico e scrittore che le autorità fasciste avevano inviato al confino in un piccolo centro dell'Italia Meridionale, dopo aver incontrato a Torino amici e conoscenti di diverso orientamento politico, riassunse la situazione con queste parole:

"Erano uomini di varie opinioni e temperamenti: dagli estremisti più accesi ai più rigidi conservatori. ... Erano, in fondo, tutti (mi pareva ora di vederlo chiaramente) degli adoratori, più o meno inconsapevoli, dello Stato; degli idolatri che si ignoravano. Non importava se il loro Stato fosse quello attuale, o quello che vagheggiavano nel futuro: nell'uno e nell'altro caso era lo Stato, inteso come qualcosa di trascendente alle persone e alla vita del popolo; tirannico o paternamente provvidente, dittatoriale o democratico, ma sempre unitario, centralizzato e lontano." (1945, Carlo Levi)

Fortunatamente, dopo la caduta del fascismo e del nazional socialismo i due stati più totalitari (l'Italia fascista e la Germania nazional socialista) dovettero abbandonare uno statismo così estremo e furono costretti ad imboccare, quasi necessariamente, la strada di una relativa liberalizzazione e apertura economica e sociale. Inoltre, in Germania, il ricordo di una spaventosa inflazione causata dalle autorità politiche portò alla concessione dell'autonomia alla Banca Centrale (Bundesbank), e cioè alla libertà da interferenze politiche. Sia i Tedeschi che gli Italiani vennero ripagati con un miracolo economico che fece dell'economia tedesca, a quindici anni dalla fine della guerra, la più forte d'Europa mentre in Italia avveniva una trasformazione eccezionale che segnava il definitivo passaggio da una società relativamente arretrata e stagnante ad una più avanzata e dinamica.
Pur tuttavia, tracce del passato profonde e diffuse rimanevano ancora come, ad esempio in Italia, una istituzione statale come l'IRI (Istituto per la Ricostruzione Industriale) promossa dal fascismo per il salvataggio di industrie più o meno dissestate.
Ma questo era nulla in confronto a ciò che stava avvenendo in altri paesi.
In Inghilterra, una massa notevole di consensi elettorali portò al potere il Partito Laborista nel 1945 e questa fu vista come una opportunità storica per trasformare la società inglese secondo le linee già tracciate dal liberale Beveridge nel suo famoso rapporto del 1942 e prefigurate dai membri della socialista Fabian Society (vedi 1943, Plan for Britain). L'illusione che un governo potesse risolvere in maniera generalizzata, attraverso un intervento magico, problemi personali di povertà e di ignoranza, non era mai stata così forte, irrobustita anche dal risorgente mito di una Unione Sovietica socialista, vittoriosa contro il fascismo. Nelle parole di Harold Laski, uno dei maggiori docenti di scienze politiche, l'Unione Sovietica sotto la guida di Stalin era

"il paese in cui audacemente era stata scoperta una nuova idea - l'idea di una libertà pianificata. " (1943, Plan for Britain).

Un altro intellettuale famoso, G. D. H. Cole, la pensava in maniera simile quando esprimeva la speranza che

"il vasto e concreto esempio dell'Unione Sovietica possa imprimersi nell'immaginario di massa del popolo inglese come qualcosa di rilevante per la qualità futura delle loro esistenze." (1943, Plan for Britain).

Noi possiamo accettare la buona fede di questi intellettuali e perdonare la loro totale ignoranza di tutti i dati che mettevano in luce il carattere di sfruttamento e di illibertà proprio del regime stalinista; il fatto rimane che, diffondendo la loro fede nel potere taumaturgico dello stato, essi stavano imbarcando la società inglese in un viaggio trentennale fatto di crisi sociali ed economiche e di insostenibili deficit di bilancio che diminuiranno continuamente il valore della moneta. L'innalzamento del livello di vita che si è verificato nel dopoguerra è da vedersi come conseguenza del progresso tecnologico determinato dalla tenacia e dalla creatività delle persone; di certo non il risultato dell'assistenzialismo statale e della gestione statale delle imprese.
Nella Francia del dopoguerra non vi era bisogno di "socialisti" al potere per spingere nella direzione di un intervento e di una direzione statale della società. Era già nella costituzione mentale dei francesi, sin dal tempo di Colbert, poi  attraverso i Giacobini e Napoleone (il I° e il III°), per giungere al Fronte Popolare e al governo di Vichy. Verso la fine degli anni '50, con il ritorno al potere del generale de Gaulle, il ruolo dello stato venne sottolineato ancora di più, la qual cosa mette nuovamente in luce il fatto che la crescita del potere statale rappresenta un punto caratterizzante la piattaforma politica sia dei "socialisti" che degli "antisocialisti".
Negli Stati Uniti, l'elezione nel 1952 di un presidente repubblicano, il generale Dwight Eisenhower, portò ad una estensione ed espansione dei programmi di assistenza sociale gestiti dal governo federale. Come rilevato da un esponente di primo piano del socialismo americano,

"questo presidente repubblicano, nemico riconosciuto del 'socialismo che avanza furtivamente,' ha introdotto il programma di assistenza statale più vasto mai proposto da una alta autorità governativa." (Norman Thomas in 1967, Charles I. Schottland ed.).

Il culmine di questa attrazione verso lo statismo venne raggiunto quando un altro presidente repubblicano, Richard Nixon, l'anticomunista e l'antistatista per eccellenza, dichiarò, all'inizio degli anni settanta: "Siano tutti Keynesiani," intendendo dire con ciò che gli esponenti, gli esperti e i commentatori politici erano tutti, quasi senza eccezione, a favore dell'intervento statale.
Quello che gli uomini politici, gli esperti e i commentatori erano incapaci di notare, al tempo stesso, era che in ogni paese dopo la guerra la tenacia e la creatività delle persone lasciate libere di agire, anche se in misura parziale e circoscritta, avevano prodotto un progresso tecnologico, sociale ed economico che aveva contribuito, più di tutti gli interventi statali messi assieme, a ridurre la povertà e l'insicurezza.
Comunque, vi era un caso esemplare a cui facevano riferimento alcuni, affascinati dall'intervento statale, quando essi volevano lodare le meraviglie apportate dal socialismo di stato. Ci riferiamo al caso svedese.
In Svezia fin dall'inizio del 20° secolo la pratica di assistere i poveri e gli anziani esercitata dalle antiche comunità locali venne codificata in leggi ed esercitata sotto l'egida dello stato. Come al solito, un governo liberale diede l'avvio all'introduzione dello stato assistenziale con l'approvazione nel 1913 della legge per la pensione di anzianità. Questo conferma, ancora una volta, che lo stato assistenziale non è di certo una invenzione socialista.
Quando il partito socialdemocratico giunse al poter nel 1932, tutte le energie vennero indirizzate verso la ripresa produttiva e la distribuzione della ricchezza. Nel 1939 la produzione industriale risultava del 65% più elevata rispetto al 1929; e mentre gli altri paesi Europei si preparavano alla guerra, la Svezia li stava superando tutti in termini di benessere economico e di sicurezza sociale.
Tuttavia, questo modello ha rappresentato un successo (almeno sotto il profilo economico) solo durante il periodo della crescita produttiva. Quando la crescita si è interrotta, lo stato si è ritrovato in una situazione finanziaria rovinosa (il deficit del settore statale raggiungerà nel 1993 il 12% del Prodotto Interno Lordo), oltre ad essere incapace di mantenere tutte le sue promesse in termini di fornitura di servizi sociali. Con la disoccupazione che arriverà nel 1996 ad oltre il 12 % della popolazione attiva e con 3 rilevanti svalutazioni della moneta (nel 1976-1977, nel 1981-1982, e nel 1992) ognuna di circa o superiore al 20% (1997, SNS Economic Policy Group Report), appare chiaro il  ritratto di un socialismo di stato che ha finito la sua corsa.
Già all'inizio degli anni settanta un osservatore critico qualificava il modello svedese di socialismo come un esperimento totalitario che scoraggiava la creatività e aborriva l'individualità. (1971, Roland Huntford)
Fino a quel momento però la maggior parte dei commentatori di tendenza socialista affermavano che la Svezia non era abbastanza socialista perché molte industrie erano ancora di proprietà privata. Essi non tenevano per nulla conto del fatto che lo stato controllava l'economia nella maniera più sottile attraverso l'allocazione del credito, la concessione di permessi, la centralizzazione della contrattazione salariale e così via. Per questi motivi lo stato svedese non era certo interessato nella proprietà formale di qualcosa su cui già esercitava un dominio sostanziale.
Verso la fine degli anni settanta stava diventando sempre più chiaro che non solo la proprietà statale di tipo Sovietico era un incubo totalitario ma che anche il socialismo statale di tipo svedese era una realtà senza futuro.
All'inizio degli anni ottanta il modello svedese apparve finalmente per quello che era alla radice: inadatto per individui creativi e insostenibile per la società nel lungo periodo, basato com'era su un settore statale gonfiato che dichiarava di promuovere l'occupazione ma in realtà alimentava il parassitismo e l'inefficienza, con un processo decisionale centralizzato che minimizzava la flessibilità e incoraggiava la passività, con una tassazione crescente che aveva raggiunto i limiti della sopportazione personale.
Anche in altri paesi, durante gli anni ottanta, verrà abbandonata, nel campo socialista e in quello antisocialista, l'idea che lo stato possa gestire con successo l'economia e regolare in maniera appropriata la società. Nuovi governanti si resero conto che qualcosa andava fatto per salvare lo stato dal disprezzo e dalla bancarotta. Quello che essi misero in pratica fu un nuovo modello di statismo che sarà adottato, negli anni successivi, sia dai "socialisti" che dagli "antisocialisti."

 

Socialismo e antisocialismo verso la fine del 20° e l'inizio del 21° secolo  (^)

Nell'ultimo quarto del 20° secolo era oramai evidente che più lo stato interveniva, soprattutto nell'economia, appellandosi al socialismo o a qualsiasi altra concezione generale opposta al socialismo (keynesismo, assistenzialismo, dovere nazionale, interesse nazionale, mantenimento della legge e dell'ordine pubblico, ecc.) tanto più velocemente stava raggiungendo la fine della curva ascensionale e l'inizio della lunga discesa dal potere verso la decadenza e l'oblio.
Alcuni personaggi politici anticonvenzionali (Margaret Thatcher, Ronald Reagan) furono eletti avendo intuito e in parte promosso la necessità di un mutamento di atteggiamenti nei confronti dello stato.
In Inghilterra, la vendita di alcune imprese di proprietà dello stato e l'inizio della liberalizzazione del settore commerciale e finanziario, permisero al sistema economico di risorgere dopo decenni di stasi se non di vera e propria decadenza.
Contemporaneamente, anche gli Stati Uniti si stavano avviando verso un processo di liberalizzazione e di riduzione dell'intervento statale che, iniziato a dire il vero sotto la presidenza di Carter (partito democratico), venne ripreso con maggior vigore sotto la presidenza Reagan (partito repubblicano) e continuò sotto la presidenza Clinton (partito democratico).
Queste politiche di liberalizzazione e denazionalizzazione economica sono state definite, in genere, come politiche antisocialiste; ciò nondimeno esse hanno avuto abbastanza successo sotto il profilo dei risultati economici e della crescita delle entrate statali tanto che sono state adottate negli anni seguenti da molti governi, soprattutto da governi "socialisti."
In Francia, la breve esperienza di nazionalizzazioni vecchio stile intrapresa dal presidente Mitterand all'inizio degli anni ottanta giunse ad un fine improvvisa quando fu chiaro a tutti che la situazione economica complessiva si stava seriamente deteriorando. Alla crisi seguì una rapida ritirata e un cambiamento di politica economica che, a tempo debito, vedrà le nazionalizzazioni del "socialista" François Mitterand sostituite dalle denazionalizzazioni del "socialista" Lionel Jospin.
In Italia, la formazione all'inizio degli anni sessanta di una coalizione governativa che comprendeva il partito socialista, aveva segnato la ripresa delle nazionalizzazioni, un rafforzamento dell'intervento statale e, al tempo stesso, la fine del cosiddetto "miracolo economico" del dopoguerra. Nel corso degli anni novanta, l'arrivo al potere dei comunisti (o ex-comunisti) segnerà invece l'inizio delle denazionalizzazioni attraverso la vendita di imprese statali.
Solo in Germania, l'unificazione-annessione della Germania dell'est da parte della Germania dell'ovest ha introdotto in questo panorama una nota discordante. Gli anni novanta hanno visto una ripresa dell'intervento statale, caratterizzato soprattutto da scelte economiche dettate da ragioni politiche (ad es. la conversione alla pari tra le monete delle due Germanie). Gli uomini politici (in questo caso i democratico-cristiani sotto la guida del cancelliere Kohl) si stavano ancora immischiando in problemi di gestione monetaria con conseguenze negative. Il risultato è che la nuova Germania unita sta impiegando più tempo per risolvere i problemi creati dall'unificazione di quanto ne occorse alla sola Germania occidentale per risorgere dopo gli immani disastri e le distruzioni dell'ultima guerra. Questo è probabilmente dovuto al percorso differente adottato: libera iniziativa personale allora, intervento gestito dallo stato adesso.
Fuori dell'Europa, uno dei più interessanti casi di de-nazionalizzazione dell'economia si è prodotto in Nuova Zelanda sotto un governo laborista.
In generale si potrebbe dire che, mentre in passato i liberali avviarono l'intervento statale e si comportarono da "socialisti", adesso taluni socialisti stanno promuovendo il liberalismo economico e si stanno comportando da "liberali." In questo gioco delle parti ciò che, nonostante tutto, non dovrebbe mai essere trascurato è il fatto che lo stato è ancora là, con la sua presenza massiccia.
Infatti, anche se il socialismo di stato è crollato nell'Europa orientale e sta battendo in ritirata quasi dappertutto, sotto qualsiasi veste si sia mascherato (capitalismo, liberalismo, conservatismo), non dovremmo confondere il ritiro dall'ambito economico con la scomparsa politica.
Ciò che è avvenuto è che il declino del ruolo economico dello stato ha permesso il rafforzamento del suo ruolo politico. Questo significa che i governanti statali stanno concentrando il loro impegno meno sulla gestione diretta dell'economia e più sul fatto di lasciarla libera di crescere in modo da poter scremare risorse; meno sul fatto di dare lavoro (questo è ora un compito degli attori economici) e più sul fatto di controllare le persone attraverso l'apparato statale di sicurezza e manipolarle attraverso i mezzi di comunicazione di massa, di proprietà dello stato o alimentati da notizie provenienti da organi dello stato.
In altre parole, la nuova concezione del ruolo dello stato è quella di lasciare più spazio all'economia perché lavori (quasi) indisturbata in modo che produca beni e servizi in quantità crescente. L'obiettivo è quello di drenare risorse da un apparato produttivo più efficiente attraverso un elevato prelievo su beni e servizi (in Europa l'imposta sui consumi va mediamente dal 15 al 20% del prezzo finale). Le risorse così assorbite sono quindi utilizzate per pagare i servitori dello stato, per assistere, per quanto possibile, alcune categorie di sudditi dello stato, e per proteggere i governanti da quelle che sono ritenute minacce all'interno e dall'esterno (dissidenti, immigrati, minoranze).
Il nuovo ruolo assunto dallo stato alla fine del 20° secolo potrebbe essere assimilato a quello di un rentier a cui affluisce tra il 40 e il 50% di tutto il reddito generato in un paese, e che, non solo è incapace di spendere queste enormi somme in maniera accorta ed efficiente, ma che sta anche accumulando in continuazione debiti crescenti. Questo era una volta il ruolo e il comportamento dell'aristocrazia e della monarchia nella Francia pre-rivoluzionaria.
Nella campagna per le elezioni presidenziali del 2002 in Francia, il candidato del Fronte Nazionale caratterizzò la sua posizione politica come:
 -  socialement de gauche (socialmente di sinistra)
 -  économiquement de droite (economicamente di destra)
 -  nationalement français (nazionalmente francese).
Con tutta probabilità egli non era consapevole del fatto di avere evidenziato anche le caratteristiche del nuovo stato rentier, che gli uomini politici statali di tutti i colori e denominazioni stanno cercando di costruire, anche se con accenti diversi e con correzioni e ampliamenti di orizzonte (ad es. l'aggettivo francese sostituito dal termine europeo o francese in europa).
Per coloro che ancora credono nel messaggio originale del socialismo basato sulla scomparsa dello stato e che sono intenzionati ad operare perché ciò avvenga, questo pasticcio di stato nazionale di destra e di sinistra è solo l'ultima ricorrente assurdità di una entità inutile e pericolosa.
È tempo di andare al di là dello stato e quindi oltre l'idiota e falsa opposizione di socialismo e antisocialismo, maschere di convenienza che nascondevano e nascondono entrambe la disgustosa faccia dello statismo.

 

Oltre il socialismo e l'antisocialismo  (^)

L'andare oltre il socialismo e l'antisocialismo significa andare al di là di una falsa contrapposizione e di un inganno fabbricato.
Come rimarcato più volte, il socialismo e l'antisocialismo attuati nel corso della storia equivalgono entrambi allo stesso fenomeno: lo statismo.
Certamente, potrebbe essere ribattuto che non tutte le esperienze di statismo sono simili e che alcune di esse non dovrebbero essere respinte in maniera sommaria avendo contribuito parecchio a promuovere la sicurezza sotto il profilo sociale ed economico.
Ad esempio, il socialismo di stato come si è realizzato nei paesi nordici ha contribuito notevolmente al benessere della gente comune. Pur riconoscendo apertamente ciò e senza sminuire il risultato soprattutto quando e dove le condizioni di vita erano dure a causa di un ambiente poco ospitale come il Nord Europa, va però ricordato che vi sono popolazioni in altri paesi (ad es. la Svizzera) che hanno adottato un modello di sviluppo non centralistico e non dominato dallo stato, e che mostrano un risultato sociale ed economico positivo uguale o superiore, con condizioni di vita buone per la popolazione in generale.
Inoltre, il modello centralistico-paternalistico, pur  potendo conseguire dei successi nelle fasi iniziali dello sviluppo, corre il rischio di formare una persona irregimentata, inadatta non solo a dar vita a nuove realtà ma anche incapace di far fronte a nuove realtà.
E questo è il cuore del problema.
Nel modo di pensare e di agire sia dei socialisti che degli antisocialisti il tema centrale risulta la sicurezza economica della persona comune. Ma la sicurezza economica:

- non dovrebbe essere un fine in sé stesso ma una delle condizioni che facilitano il raggiungimento di una varietà di finalità personali e sociali;
- non dovrebbe costituire una richiesta alle autorità politiche ma una conquista personale che deriva dal e conduce al rafforzamento della personalità e allo sviluppo di relazioni sociali stimolanti.

Quando la sicurezza economica è presentata e diventa la preoccupazione dominante della gente, e quando essa è indotta e inizia a credere che tale sicurezza le possa essere procurata/garantita da una organizzazione politica superiore, a quel punto sono poste in essere le condizioni perché lo stato sostituisca la Chiesa come l'autorità che provvede ad una tutela paternalistica dell'uomo comune. Con lo stato raggiungiamo la forma di tutela più totalizzante mai realizzata nella storia, retta da rapporti che non sono più volontari ma che sono regolati in maniera obbligatoria da leggi e enti amministrativi che avvolgono e indirizzano (quasi) tutto e tutti, con dolce manipolazione o con dura persuasione. La libertà personale è condizionata e subordinata alla sicurezza politica ed economica, e l'individuo diventa in tutto e per tutto un soggetto statale (vale a dire una persona totalmente subordinata allo stato). Alla fine, la vita umana si riduce ad avere una occupazione a tempo pieno ed uno stomaco satollo, con l'individuo divenuto parte di un branco di esseri materialmente sazi ma moralmente vuoti.
In questo stato di cose ritroviamo la più completa attuazione del patto che è esistito durante tutta la storia tra un padrone e i suoi servi: la sicurezza e l'assistenza in cambio della libertà e dell'obbedienza.
Questo è ciò che costituisce l'essenza del socialismo e dell'antisocialismo: la riproposizione dei vecchi rapporti tra padrone e servi, propri ad esempio del feudalesimo, sotto le vesti moderne dello statismo.
Tutto ciò si sarebbe potuto evitare se sia il socialismo che l'antisocialismo avessero posto l'accento su aspetti e obiettivi totalmente diversi quali:

La dinamica sociale invece dello scontro politico
  La dinamica sociale non richiede capi politici permanenti e rappresentanti perché sorge da situazioni in movimento non rigidamente pre-ordinate. È solo quando la libera dinamica sociale è bloccata o manipolata (ad es. istituzionalizzata) che emergono i capi e i rappresentanti di professione. A quel punto è molto probabile che il dibattito e l'azione passino sul terreno del potere politico invece di avere luogo nel campo delle relazioni e delle possibilità sociali. Il potere politico consiste nella concentrazione e nell'esercizio del dominio da parte di un gruppo su di un  altro gruppo; le relazioni e le possibilità sociali si riferiscono all'ampliamento continuo di orizzonti e di opzioni per nuovi gruppi ed individui.

- L'emancipazione personale invece della tutela statale
Nelle esperienze socialiste e antisocialiste l'individuo è qualcuno da disciplinare e controllare, assistere e curare, in quanto l'essere umano è considerato sostanzialmente:
-  debole : insicuro e incapace
-  ignorante : sciocco e imprevidente
-  cattivo : vizioso e violento.
Molti individui, nel corso del tempo, assumono i tratti che sono stati loro attribuiti e si comportano esattamente come sono stati trattati; e quindi diventano deboli, ignoranti e cattivi come si era dato per scontato che fossero fin dall'inizio.
In passato alcuni socialisti classici hanno presentato il passaggio dal capitalismo al socialismo come il movimento dal regno della necessità al regno della libertà. Nella loro prospettiva, l'evoluzione del capitalismo (il progresso tecnologico) e le lotte sociali avrebbero prodotto un essere umano polivalente, pienamente sviluppato. Invece, quello che il modello socialista ha proposto e generato, anche nelle esperienze più promettenti, è un individuo sminuito e mutilato, tenuto al guinzaglio dallo stato per paura che possa recare danno a sé stesso e agli altri.

Il fatto che i socialisti e gli antisocialisti abbiano messo l'accento sullo scontro politico e sulla tutela statale è stata una scelta inevitabile una volta che essi hanno assunto come mezzo della loro attività il potere politico e come fine il potere statale.
Questo rappresenta, di nuovo, la riattualizzazione e modernizzazione di una realtà del passato. Nel mondo moderno, i conflitti politici hanno sostituito le guerre di religione. Ne consegue che l'imposizione o il tentativo, condotto più o meno vigorosamente, di convincere tutti della superiorità universale di una credenza politica ha preso il posto della conversione forzata o dell'indottrinamento morale concernente la supremazia di una fede religiosa e delle sue pratiche (1967, Henry Kamen). I risultati sono stati ancor più terrificanti e distruttivi per il corpo e per la mente. Nei casi più favorevoli, ciò che ne è scaturito a livello generale è stato un indebolimento delle energie morali mentali e materiali già preconizzato da Tocqueville molto tempo fa. (1840, Alexis de Tocqueville).
L'idea che le credenze politiche non possano coesistere come convinzioni personali ma che esse debbano combattersi l'un l'altra per conquistare il potere dello stato e, una volta raggiuntolo, imporre a tutti i propri dettami sotto forma di leggi dello stato, è come il credere che le religioni non possono vivere l'una accanto all'altra ma che una debba prevalere e sradicare o espellere tutte le altre presenti in un dato territorio, imponendo le proprie regole e i propri riti. Chiaramente, una credenza che cerca di far accettare le sue regole forzatamente da tutti attraverso entità potenti come la Chiesa e lo Stato, non è né una visione morale né una concezione politica ma semplicemente un giogo totalitario.
Le guerre di religione sono terminate quando la Chiesa ha perso gran parte della sua autorità morale e la religione è stata dissociata dal potere temporale; quando ciò avvenne, la religione diventò un fatto spirituale incentrato soprattutto sulla persona, e la libertà religiosa venne accettata quasi automaticamente come una realtà scontata.
Le lotte politiche per il potere finiranno quando la credenza politica sarà dissociata dal potere monopolistico dello stato imposto su tutte le persone che vivono in una data area (territorialismo) e che coinvolge tutti gli aspetti della loro vita sociale (totalitarismo). In quel momento lo stato non esisterà più come potere territoriale e totalitario e gli individui saranno liberi di professare e soprattutto, ciò che è importante e differente dal presente, mettere in pratica qualsiasi credo politico (o nessun credo politico) della loro organizzazione, seguendo le regole che hanno liberamente sottoscritto, senza alcuna imposizione su altri che non vogliono far parte di quella associazione o che hanno stipulato un contratto differente con regole differenti (1860, P. E. de Puydt). Certamente, il requisito essenziale per la validità di ogni contratto e la presenza di un libero volere tra i contraenti e l'assenza di qualsiasi aspetto coercitivo nei confronti delle persone esterne ad esso.
Inoltre, è molto probabile che, una volta che gli individui siano lasciati liberi di svilupparsi e di associarsi senza obblighi  e vincoli di fedeltà imposti ad essi dalla nascita, scopriremo che in ogni credenza politica o fede religiosa o convinzione agnostica, liberamente professata e praticata, sono presenti gli stessi principi di base propri di una natura umana libera e di rapporti sociali appaganti (fratellanza universale, cura e sostegno reciproci, giustizia e lealtà).
La libertà di praticare credenze politiche differenti, osservando regole differenti, richiede naturalmente la scomparsa di qualsiasi pretesa monopolistica da parte di qualsiasi organizzazione, come la Chiesa nel passato o lo Stato nel presente.
Solo a quel punto potremmo davvero considerarci persone civilizzate che sono andate non solo al di là di false convinzioni (come la contrapposizione tra socialismo e antisocialismo) ma anche al di là di fissazioni idiote e patologiche come quella di modellare e dominare la società.  Allora ognuno di noi si concentrerà sull'impegno più umile ma più necessario di diventare un essere umano reale, razionale e sinceramente relazionale, cioè sociale.

 


 

Riferimenti  (^)

[1689]  John Locke,  Concerning Civil Government. Second Essay

[1755]  Morelly, Code de la nature
http://www.taieb.net/auteurs/Morelly/Code.html

[1768]  Mably, Doutes proposés aux philosophes economistes sur l'ordre naturel et essentiel des sociétés politiques

[1813]  Robert Owen,  A New View of Society, Dent, London, 1927 [Per una nuova concezione della società, Laterza, Bari, 1971]

[1821]  G.W.F. Hegel,  Philosophy of Right, Oxford University Press, London, 1957

[1835]  Alexis de Tocqueville, De la démocracie en Amerique, vol. I°
(vedi: Tyrannie de la majorité: http://www.panarchy.org/tocqueville/tyrannie.1835.html)

[1836-1844]  Robert Owen,  The Book of the New Moral World [Il libro del nuovo mondo morale, Utet, Torino, 1882]

[1839]  Louis Blanc,  Organization du Travail

[1840]  Alexis de Tocqueville, De la démocracie en Amerique, vol. II°
(vedi: Quelle espèce de despotisme les nations démocratique ont à craindre: http://www.panarchy.org/tocqueville/democratie.1840.html)

[1845-1846]  Karl Marx and Friedrich Engels,  La concezione materialistica della storia, Editori Riuniti, Roma, 1973

[1848]  Karl Marx and Friedrich Engels, Manifest der kommunistichen Partei [The communist manifesto, Penguin, Harmondsworth, 1968]

[1850]  Pierre-Joseph Proudhon,  Confessions d'un révolutionnaire

[1852]  Karl Marx, Der achtzehnte Brumaire des Louis Bonaparte [The Eighteenth Brumaire of Louis Bonaparte, Lawrence and Wishart, London, 1977]

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