Ignazio Silone

Benito Mussolini

(1938)

 



Nota

Silone ci offre un ritratto di Mussolini totalmente al di fuori della mitologia fascista. Ne emerge un uomo di limitata cultura, un po' sbruffone, tra il timido e il temerario secondo le opportunità, con i piedi in varie scarpe per non lasciarsi sfuggire le occasioni propizie. Un individuo qualunque che ha saputo sfruttare abilmente gli eventi (ad es. le debolezze degli altri) e che alla fine è stato travolto dagli eventi originati della sua intrinseca debolezza intellettuale e morale.

 


 

- Prof. Pickup. "Mussolini ha raccontato che quando, era ragazzo, il padre gli leggeva ogni sabato sera Il Principe."

- Tommaso il Cinico. "Quello che si conosce del padre di Mussolini porterebbe ad escludere che al sabato sera egli fosse in grado di leggere. Solo per necessità di pompa, allo stesso modo ch'egli usa uniformi medievali e monta a cavallo, Mussolini ha potuto accreditare una simile leggenda. Per sua fortuna, in tutta la sua vita egli ha letto e continua a leggere solo giornali. Da giornalista di talento, però, egli è fornito della facilità di parlare e di scrivere arrogantemente di cose che non conosce. Per documentare con quale disinvoltura egli si sia sempre comportato nel dominio dell'intelligenza, è da ricordare un particolare rivelatore riportato nella biografia ufficiale della signora Sarfatti. Dopo aver letto lo scritto di Nietzsche Così parlò Zarathustra, il primo libro quasi filosofico che gli capitasse sotto mano, Mussolini si era proposto di scrivere niente meno che una storia della filosofia universale. Egli credeva di saperne già abbastanza." (p. 16)

 

- Tommaso il Cinico. "Anche il nostro Mussolini ha tentato in gioventù la letteratura; in parte, certamente, anche lui, per elevarsi d'un gradino nella scala sociale, allo stesso modo come, pur essendo un semplice maestro di scuole elementari, usava biglietti da visita in cui si qualificava 'Benito Mussolini, professore'. I sui libri non hanno alcun valore estetico, ma ne hanno uno psicologico decisivo per renderci conto dello spirito del giovane Mussolini. Il capolavoro, per così dire, è rappresentato da un romanzo anticlericale-pornografico intitolata Claudia Particella ossia l'amante del Cardinale, che la stessa fascista Margherita Sarfatti, nella biografia ufficiale di Mussolini, definisce 'un polpettone senza capo né coda, un film a lungo metraggio e a fortissime tinte, un romanzettaccio d'appendice'. Si tratta ancora di eufemismi. Nello stesso spirito dell'Amante del Cardinale, Mussolini aveva concepito un altro romanzo, intitolato: La lampada senza luce; un racconto intitolato: Vocazione, il cui personaggio principale è una monaca, la notte di Natale; un dramma intitolato: Si comincia, signori, che si svolge nei bassifondi d'una città, tra teppisti; un altro dramma intitolato: Reparto tranquilli, che si svolge tra pazzi rinchiusi in un manicomio. La materia di questi componimenti è, nella sua goffaggine, sempre la stessa: violazioni del voto di castità da parte di ecclesiastici o di monache, rappresentazione sadistica di infermità e debolezze, passioni criminali; mentre la forma ricorda la prosa enfatica d'un giornalista di provincia. Questo non gli ha impedito di diventare dittatore nel paese di Leopardi e di Manzoni. Le circostanze che hanno favorito il suo successo sono state evidentemente d'ordine sociale e politico, e non estetico, ma è un fatto oltremodo significativo che, sulla base di quelle circostanze, un uomo con la psicologia dell'autore di Claudia Particella sia stato il più indicato a dirigere il movimento fascista." (pp. 40-41)

 

- Prof. Pickup. "In una biografia di Mussolini ... ho potuto leggere che fin da ragazzo egli udiva voci interne che dicevano: 'Roma, Roma', allusioni evidenti alla futura marcia su Roma."

- Tommaso il Cinico. " Queste cose le fa volentieri raccontare, ma lui stesso ha conservato tutt'altri ricordi dalla sua adolescenza. 'Non conobbi mai - egli ha narrato - la serenità e la dolce tenerezza di certe felici infanzie. Potete meravigliarvi, dopo ciò, che in collegio, a scuola, e in certa misura anche adesso, nella vita, io fossi aspro e chiuso, spinoso e quasi selvatico? Eppure, la mia storia vera è tutta in quei quindici anni. Da allora mi sono formato. Sento che quelle furono le risolutive influenze. Dentro di me c'era tutto in germe."

- Prof. Pickup. "Nei tempi in cui faceva il muratore, ho letto che Mussolini fu a lavorare anche qui, a Zurigo."

- Tommaso il Cinico. "Vivono ancora qui dei socialisti italiani che lo ricordano. A dire il vero, Mussolini fece il muratore per modo di dire. Durante pochi giorni della sua vita egli si provò a fare il manovale-muratore, smettendo subito e conservando di quei pochi giorni un ricordo indelebile di fatica fisica. Questo è bastato perché egli venga definito l'ex-muratore. Quelli che allora lo conobbero, raccontano ch'egli si accontentava di vivacchiare con i piccoli sussidi dei gruppi socialisti." (p. 46)

 

- Tommaso il Cinico. "L'attuale duce del fascismo, per quello che egli ora rappresenta nell'immaginazione di molti italiani e stranieri, ha ben pochi rapporti col signor Benito Mussolini di prima della guerra. Fu quel signore, è vero, a fondare i primi fasci, ma è stato il fascismo che ha poi creato il Duce, rivestendo la sua persona piuttosto banale con una quantità di virtù difetti aspirazioni dell'io-ideale di milioni di italiani. Se voi tentate di criticare il dittatore o di discutere "oggettivamente" la sua persona o la sua condotta con un italiano qualunque, è come se in chiesa diceste a una beghina: Non vi accorgete, buona donna, che la statua di S. Antonio di fronte alla quale state inginocchiata, non ha neppure un valore artistico ed è opera dozzinale in cartapesta? La buona donna vi caverebbe gli occhi dalla faccia. Criticare il capo presso un credente equivale ad attaccare la parte sublimata di lui stesso, nella quale egli attinge il conforto per sopportare le difficoltà della sua misera vita." (pp. 55-56)

 

- Tommaso il Cinico. "Torniamo dunque al Duce. Le sue qualità principali sono quelle forme inferiori dell'intelligenza che si chiamano fiuto e furberia. Di solito, pertanto, se la situazione è confusa e la prospettiva incerta, prima di impegnarsi in una chiara direzione, egli preferisce praticare il doppio giuoco. (Quando ha creduto di fare di testa sua per coerenza con i suoi principi, gli è andata sempre male.)  Nell'agosto del 1914, come direttore del giornale socialista Avanti!, egli sostenne la politica socialista di avversione alla guerra. Ma apparendogli già allora che l'Italia non avrebbe potuto alla lunga restare neutrale e ripugnando al suo spirito attivista la posizione passiva della pace, mentre sul giornale continuava a scrivere articoli contro la guerra, aveva cura di annodare approcci con elementi che lavoravano per far intervenire l'Italia accanto all'lntesa. Un giornale avversario denunciò quel doppio giuoco in un articolo intitolato "L'uomo dalla coda di paglia" e costrinse Mussolini a uscire dall'equivoco e a dichiararsi affrettatamente per la guerra. Nel dopoguerra, durante il periodo in cui tutti aspettavano in Italia una rivoluzione proletaria, egli speculò contemporaneamente, sulla sconfitta del socialismo e sulla sua vittoria. Quando nel settembre del 1920 gli operai metallurgici, seguiti dagli operai di altre categorie, occuparono le fabbriche e a molti sembrò che nulla potesse più arrestare il movimento rivoluzionario dei lavoratori, Mussolini, come ho già ricordato, non perdette tempo, chiese di poter conferire col comitato che dirigeva il movimento e ad esso dichiarò: "Seguo con simpatia l'occupazione delle fabbriche. Per me è indifferente se le fabbriche appartengono ai padroni o agli operai. L'importante è il rinnovamento morale della vita del paese". Quando però il movimento fallì e la paura delle classi possidenti si tramutò in arroganza, allora Mussolini insorse "contro il tentativo di precipitare l'Italia nel baratro del bolscevismo" e si offrì agli industriali come salvatore del paese "dalla minaccia asiatica del socialismo". Dopo la conquista del potere egli liquidò gradualmente tutti gli altri partiti, col doppio giuoco ch'egli stesso definì dell'ulivo e del manganello. Un esempio varrà per tutti. Cesare Rossi, capo dell'ufficio stampa del governo fascista, ha rivelata come nel luglio del 1923 Mussolini impartisse ordine ai fascisti di Firenze, Pisa, Milano, Monza e altre località minori di devastare durante la notte le sedi delle associazioni cattoliche. Nello stesso tempo, secondo un documento pubblicato dallo storico Salvemini, egli spedì un telegramma ai prefetti di quelle provincie perché esprimessero ai vescovi locali la più sincera deplorazione del governo fascista per le avvenute devastazioni. Quando Mussolini ha trasferito sul terreno internazionale questa tattica che gli aveva dato frutti copiosi in politica interna, è riuscito, facilmente a tenere in iscacco la Società delle Nazioni. Chiunque procede a un attento confronto tra la cronaca della guerra d'Abissinia, quale risulta dal libro del generale De Bono, e la politica temporeggiatrice del rappresentante fascista a Ginevra, si accorgerà che tutte le proposte avanzate a Ginevra, coincidevano sempre con l'adozione di nuove misure di guerra. Nessuno può negare che il giuoco non sia ben riuscito e, se non vi fossero andati di mezzo i poveri abissini, nulla m'impedirebbe di rallegrarmi che i governanti inglesi, così prodighi di aiuti ed elogi a Mussolini finché egli ha esercitato la sua arte di governo sui poveri democratici italiani, abbiano avuto occasione di sperimentarne a proprie spese la lealtà." (pp. 110-111)

 

- Tommaso il Cinico. "Mussolini fu, nel 1914-1915, tra i più attivi promotori della campagna per l'intervento dell'Italia a fianco dell'Intesa; mentre però molti, convertiti dalla sua propaganda, allo scoppio della guerra si arruolarono volontari, egli attese che la sua classe fosse richiamata. La sua permanenza al fronte durò esattamente trentotto giorni. Rimase ferito in un incidente banale, durante un corso di esercitazioni per il lancio delle bombe e appena guarito se ne tornò a Milano, dove rimase al sicuro fino alla fine della guerra." (p. 123)

 

(da: Ignazio Silone, La scuola dei dittatori, 1938)

 

 


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