Alfredo Rocco

Il programma politico dell'associazione nazionalista italiana

(1919)

 



Nota

Il nazionalismo utilizza e subordina tutto (individui, rapporti sociali, produzione economica) al fine della grandezza e della potenza dello stato nazionale.
Questo discorso di Alfredo Rocco, considerato il massimo giurista italiano, contiene passaggi aberranti su cui andrebbe la pena di riflettere perché sono tuttora, anche se non in termini così crudi ed espliciti, merce corrente del discorso politico.

 


 

[ . . . ] Oggi più che mai dobbiamo affermare che la Nazione non è una collettività amorfa di individui, una massa di atomi dispersi, ma è un organismo che funziona a mezzo di altri organi, i quali in una società economica a base industriale sono le collettività organizzate. Queste collettività trovano nel campo della produzione la loro espressione massima nel sindacato. Non dobbiamo dissimularci questa verità tanto più che forse l'abbiamo veduta prima di molti altri.

Questa è l'√®ra dei sindacati. L'individuo isolato, le masse amorfe ed inorganiche di individui, che pur dominano tuttora la nostra vita politica, sono nulla.

La disciplina interiore (intendiamoci) è più che mai necessaria perché è autorità e forza dello Stato; non bensì come sopraffazione ed ingerenza eccessiva, ma come affermazione della superiorità dei fini dello Stato su quelli delle collettività minori e degli individui. Il principio della disciplina non consiste tuttavia nella sola e necessaria subordinazione degli individui allo Stato, ma anche dell'individuo alla collettività di cui fa parte e della collettività allo Stato. È per mezzo di questa collettività che vive la Nazione: tale è la realtà dell'oggi che dobbiamo vedere, volere ed affermare.

Il principio comune che necessariamente deve regolare la vita delle Nazioni è il principio corporativo, principio che ha grandi tradizioni in Italia, principio che possiamo ricollegare a quanto di più splendido noi abbiamo nella nostra storia economica. Naturalmente le forme non sono più quelle del passato, che d'altronde l'evoluzione economica non permetterebbe; ma noi abbiamo un riallacciamento storico di cui dobbiamo tener conto, perché la forza presente risiede in buona parte nel passato, e il nostro Partito che ha una concezione eminentemente storica della società e dello Stato, e quindi assegna alla tradizione una forma molto importante negli elementi della vita collettiva, non può trascurare questi elementi che hanno una fondamentale importanza storica e morale.

Il principio corporativo nel campo della produzione si estrinseca nel sindacato. Questo oggi è ancora una organizzazione di classe e, purtroppo, una organizzazione che sta in buona parte sotto il dominio dei demagoghi professionisti. È per questo che da molti il sindacato è visto con diffidenza e con un certo timore, ma non bisogna considerare le cose unicamente sotto l'aspetto transeunte e da una situazione che non deve durare. La speculazione politica del fenomeno sindacale è destinata a cessare e noi dobbiamo adoperarci perché cessi; anzi in questa modificazione della mentalità dei gruppi professionalmente organizzati consiste la parte forse più importante del nostro programma e della nostra propaganda. Gli inizi di questa evoluzione, del resto, già appariscono. Anche il sindacato come pura organizzazione di classe inizia un periodo nuovo, in cui alla pura brutale lotta senza limiti e senza consapevolezza, e al puro brutale contrasto degli interessi di classe e di categoria, si comincia a sostituire l'idea della collaborazione.

Questo principio è vecchio come affermazione, ma è nuovo come realtà. E in Italia, possiamo dire con soddisfazione, questo principio della collaborazione si attua, sia pure in modo iniziale e tuttora incerto, ma si attua. In virtù di essa, riforme come quella delle otto ore di lavoro si sono attuate senza scosse eccessive.

Si è dunque [...] mutata la coscienza e l'organizzazione sindacale, ma vi e un altro fenomeno, di cui dobbiamo tener conto. Oggi, di fronte agli unici sindacati che tenevano il campo, quelli degli operai, e che dominavano per mezzo dei demagoghi politicanti, si cominciano a costituire organizzazioni industriali che faranno pendant alle organizzazioni proletarie e creeranno la possibilità di un avvicinamento.

Da questa coesistenza, da questa collaborazione che di giorno in giorno si affermerà, sorgerà una coscienza che supererà gli interessi di classe, e arriverà all'interesse globale della produzione e quindi agli interessi nazionali, i quali non possono scindersi dagli interessi della produzione.

Oggi siamo dunque ad una tappa dell'evoluzione fatale che noi crediamo necessaria, verso la formazione integrale della organizzazione sindacale. I sindacati dei lavoratori e degli industriali si riuniranno infine sotto organi comuni che certamente sorgeranno per tutelare gli interessi comuni, per dirimere controversie, per trovare dei contemperamenti che soddisfino non solo agli interessi particolari delle classi produttrici, ma a quelli generali della produzione. Avremo così un sindacalismo integrale, avremo così una organizzazione in ogni industria in forma unitaria, che comprenderà la tutela di tutti gli interessi e sarà una forma economica perfetta. Soltanto con questa organizzazione unitaria, ciascuna industria potrà affrontare, sui mercati internazionali, la concorrenza straniera, si potrà produrre di più e più a buon mercato, si eliminerà la concorrenza interna e si creerà una armonica fusione tra gli interessi degli operai e quelli degli industriali. Queste organizzazioni acquisteranno un alto valore morale e potremo utilizzarle nella vita pubblica.

Infatti, come nel campo economico alle masse disorganizzate ed amorfe succedono i gruppi organizzati collettivi, succede l'organizzazione del sindacato, così nel campo politico, alla dominazione delle masse disgregate ed amorfe, deve succedere l'azione dei gruppi organizzati.

Così sarà della Camera dei Deputati, che oggi non è se non l'espressione di questa massa inorganica che non rappresenta nulla, che non rappresenta che posizioni individuali e il dominio dei più furbi e dei demagoghi professionali.

Questa dominazione deve cessare e siccome noi crediamo che il mondo non possa mutarsi di un tratto, ma debbano le nuove istituzioni innestarsi sulle vecchie, modificandole, così crediamo vi sia un mezzo pratico per limitare il potere di questa Camera, creando vicino ad essa un Senato che sia veramente l'espressione della vita italiana, che riunisca tutte le forze vive della Nazione.

E perciò noi insistiamo non per motivi demagogici sulla riforma del Senato, e vogliamo sia una riforma che vada molto al di là di quella che comunemente si reclama.

Noi vogliamo fare del Senato l'espressione di queste collettività organizzate, di questi gruppi organici, economici, di questo corporativismo che è la base della nostra vita economica e che deve diventare la base della nostra vita politica. Il Senato così non sarà più soltanto un corpo che senza autorità e senza prestigio mette il polverino su tutte le deliberazioni della Camera, ma un corpo politico che parlerà più alto della stessa Camera, perché rappresenterà i corpi professionali, i sindacati, i comuni, gli enti locali, rappresenterà in sostanza tutto ciò che di vero e di vivo esiste nella Nazione.

Ed allora, senza avere sparato un colpo di fucile, avremo fatto una grande rivoluzione, perché avremo eliminato il potere politico oppressivo e demagogico della Camera dei Deputati. [ ... ]

Che cosa ha insegnato la guerra? Ha insegnato che nella organizzazione della produzione la piccola impresa e la media impresa sono destinate a scomparire per dar luogo a grandi aziende industriali e d'altra parte la guerra ha accelerato mirabilmente il ritmo della vita economica della Nazione. Noi abbiamo percorso nel campo dell'organizzazione della produzione negli anni di guerra il cammino per cui avremmo impiegato trenta anni di pace, in modo che i fenomeni che prima della guerra appena si intravedevano e si iniziavano, ora divengono realtà. La concentrazione della produzione si è manifestata in mirabile modo ed abbiamo visto costituirsi delle colossali imprese che non solo prima della guerra non esistevano in Italia, ma neppure in Europa. Abbiamo oggi delle organizzazioni industriali in Italia che non esistono in nessun paese del mondo, quali l' «Ansaldo» e la «Fiat».

Questo fenomeno della concentrazione della produzione è venuto a sovrapporsi a un altro fenomeno che prima della guerra aveva avuto importanti manifestazioni: le organizzazioni dei lavoratori. Da un canto le imprese si concentrano e dall'altro gli operai si organizzano sempre meglio. I produttori si riuniscono non per combattere i lavoratori, ma per produrre meglio a più buon mercato; ma per questo stesso fatto della loro organizzazione, essi vengono a trovarsi di fronte alle organizzazioni operaie. Noi abbiamo constatato che siamo in un periodo di transizione tra uno stato di cose ormai sorpassato e un altro che non è ancora, ma possiamo affermare che nello stato di transizione se si risentono gli inconvenienti del passato, vi sono già i germi dei vantaggi futuri. Gli inconvenienti del passato sono evidenti quando si pensi che le organizzazioni sindacali di lavoratori erano privilegio esclusivo, erano campo di sfruttamento preferito dei demagoghi professionali, e quindi i sindacati di necessità erano antistatali, rivoluzionari, socialisti, disgregatori.

Questo stato di cose non è ancora finito, ma vediamo i segni di una modificazione che si palesa oramai fatale, perché quando anche gli industriali per la necessità della loro produzione e per le ragioni della loro difesa saranno organizzati, allora cadrà la dittatura e gli operai comprenderanno che l'unico mezzo per ottenere miglioramenti effettivi sarà la leale collaborazione con gli industriali, sarà nel perfezionamento della produzione.

Qui viene in campo il nostro programma e il nostro punto di vista nazionale. Noi ci preoccupiamo soprattutto della produzione, perché senza di essa lo Stato moderno non esiste e non può vivere, perché senza una grande produzione l'Italia sarebbe schiacciata rapidamente e irrimediabilmente nella gara della concorrenza mondiale non per una concezione materialistica dello Stato o della Nazione o in omaggio ad un materialismo storico che abbiamo sempre ripudiato, ma perché nella vita moderna, fra gli strumenti necessari della grandezza della Nazione, è la ricchezza economica. I soli valori morali non bastano e noi abbiamo visto che per fare la guerra occorrono le grandi organizzazioni industriali, occorre resistere economicamente per poter resistere militarmente.

Come si prepara la conquista politica?  Mediante la conquista dei mercati, delle banche, delle industrie, mediante le conquiste economiche in sostanza.

È sotto questo punto di vista che noi crediamo alla necessità di un'alta produzione economica, alla necessità di una forte industria non soltanto manifatturiera, ma agricola. Si è detto che i sindacati sono un pericoloso strumento. Ora è certo che i sindacati che esistono sono organizzati bolscevicamente, da agitatori professionali, da demagoghi che speculano sulle necessità della classe lavoratrice, ma noi non intendiamo le cose in questo modo, noi intendiamo invece che il sindacato possa costituire la base di una organizzazione anche politica il giorno in cui il sindacato abbia perso il suo carattere antistatale e rivoluzionario. Si è detto che ciò non accadrà, ma ciò accadrà facilmente, perché affidare ai sindacati delle funzioni politiche significa riconoscerli giuridicamente e ciò vuol dire subordinare i sindacati allo Stato.

Volete una prova di quanto io dico? Vedetela nell'atteggiamento che hanno sempre tenuto i socialisti di fronte al riconoscimento giuridico dei sindacati, che hanno sempre respinto, mentre, invece, il riconoscimento giuridico dei sindacati significa farli entrare nella vita dello Stato come sono già nella vita sociale.

Rendendo il sindacato elemento della vita politica, vogliamo precisamente impedire che prevalgano gli interessi della massa amorfa di individui, che oggi costituisce il fondamento di ogni potere politico, questa folla anarchica che chiede soltanto favori individuali, aperta all'intrigo ed al procacciantismo politico.

Il principio corporativo non deve intendersi in senso ristretto come sinonimo di sindacalismo operaio. L'organizzazione sindacale, nel nostro concetto e nella realtà che diviene sotto i nostri occhi, deve comprendere anche gli imprenditori, anche i capi, i tecnici dell'industria. Ne si creda che il sindacalismo sia un fenomeno proprio solo della produzione industriale.

Il principio corporativo si applica anche alla produzione agraria, la quale rappresenta per l'Italia la fonte più cospicua dei suoi proventi. L'agricoltura sarà, attraverso i suoi sindacati, ammessa a far sentire la sua voce nel parlamento, nel quale ora praticamente non è rappresentata.

Il movimento corporativo rappresenta anche le organizzazioni dei professionisti liberi che sono una entità reale nella vita del paese. Intendo alludere alle organizzazioni degli avvocati, degli ingegneri. Esso comprende enti che rappresentano la vita effettiva del paese, quali i comuni, le provincie e gli enti morali di beneficenza.

Il prof. Parodi ha detto che il movimento corporativo può, come nel Medio Evo, determinare una disgregazione dello Stato. Ma non possiamo paragonare il movimento storico del Medio Evo all'epoca moderna. Nel Medio Evo lo Stato era solamente il Sacro Romano Impero, era un'ombra di Stato, e dall'altra parte vi era la Chiesa, altro potente elemento di disgregazione politica, e quindi si capisce che in quella società tutti questi elementi determinarono una disgregazione; ma d'altra parte erano elementi costitutivi di quella nuova società che si andava creando sulla base dei vecchi istituti. Oggi, invece, abbiamo lo Stato nazionale ed un'organizzazione abbastanza forte, per quanto ne facciamo la critica, tanto che ha condotto una guerra e, bene o male, l'ha vinta. C'è dunque una coscienza pubblica, che è ben altrimenti matura per un'idea dello Stato e della Nazione che non fosse la coscienza medievale; e se il movimento corporativo non era di vera disgregazione, nemmeno nel Medio Evo, oggi può essere una forma ricostitutiva dello Stato.

Oggi vi è una forza centrifuga più pericolosa: quella degli individui che fanno ciascuno il proprio interesse, senza curarsi dell'interesse del vicino, la mancanza, cioè, di coscienza sociale, che è pure un'eredità del Medio Evo e che la Rivoluzione francese ha rimesso in onore. Accostandoci alla concezione corporativa o sindacale della vita sociale, noi riaffermiamo la nostra ideologia che rappresenta il perfetto contrapposto di tutta l'ideologia della rivoluzione francese, individualistica ed amorfa, che considera la società come un insieme di individui disorganizzati, senza vincoli di solidarietà sociale.

Sono forse andato troppo in là in queste divagazioni storiche, ma credo in questa maniera di avere, se non totalmente dissipato, certo attenuato qualcuno dei dubbi che sopra il pericolo di una organizzazione politica a base sindacale sono stati affacciati da diversi oratori. Essi sono perfettamente giustificati di fronte specialmente a quello che era il sindacalismo fino a ieri e in parte fino ad oggi, ma poiché questa realtà non possiamo annullare dobbiamo cercare di incanalarla verso il fine che forma la base di tutto il nostro programma. Detto questo devo ancora brevemente rispondere ad altre obiezioni che sono state fatte.

Si è trattato dei danni a cui è esposta la vita economica italiana e non solo l'industria manifatturiera, ma anche quella agricola, per la pressione del movimento sindacale. Io non ho inteso dare un giudizio intrinseco sull'accordo circa le otto ore di lavoro. Certamente, quell'accordo offre pericoli che non disconosco; ma i suoi lati dannosi non derivano dal fatto che si siano avvicinati i sindacati operai a quelli industriali, bensì dal fatto che i primi erano robusti e sviluppati, i nuovi deboli ed appena costituiti.

Non dunque al sindacalismo, ma alle imperfezioni dell'attuale movimento sindacale si devono gli inconvenienti che tutti lamentiamo.

Gli industriali attualmente presentano il carattere di una enorme debolezza nelle loro organizzazioni e bisogna che siano più coscienti dei loro doveri ma anche dei loro diritti e facciano intendere all'opinione pubblica che le ragioni della loro prosperità si identificano con gli interessi della nazione. Del resto il problema dei miglioramenti agli operai, degli alti salari, delle otto ore, sono problemi connessi a quello fondamentale del rendimento tecnico della nostra produzione. [ . . . ]

L'ingegnere Lombardi rilevando il pericolo della concessione delle otto ore ha detto che non vi è altro rimedio che ottenere che questa concessione sia internazionalizzata. Questo è un pensiero eminentemente nazionalista, e noi dobbiamo anche allargarlo alla visione complessiva dell'azione che l'Italia, paese proletario, deve compiere all'estero. Noi dobbiamo fare all'estero una politica strettamente di classe, operaia, dal punto di vista internazionale.

(Una voce: È in contraddizione con le nostre dottrine).

No, perché la nostra concezione non è universalistica, ma nazionale. Né vogliamo la solidarietà tra i produttori in Italia, ma per l'interesse dell'Italia, e non ci spaventiamo di fare fuori d'Italia la lotta di classe, se ciò giova all'Italia. [...]

 

 


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