Alfredo Rocco e Filipo Carli

I principi fondamentali del nazionalismo economico

(1914)

 



Nota

Questa relazione al III congresso dell'associazione nazionalista è un attacco totale all'individuo concepito come essere pensante e avente vita propria, al di là e al di sopra dello stato.
Sono attaccati sia il liberalismo che il socialismo, entrambe concezioni che propugnano ideali di cosmopolitismo e di liberazione dalle restrizioni del potere; al loro posto si esalta il nazionalismo statista, proprio quel fenomeno che stava portando l'Europa a cadere nel baratro di un conflitto sanguinoso che, con un intervallo di tregua, durerà più di trent'anni.

 


 

Il nazionalismo non è soltanto un movimento politico, la cui efficienza nella vita italiana va diventando ogni giorno più intensa, ma è, soprattutto, una concezione integrale della società e dello Stato, una nuova filosofia sociale e politica. Tutte le scienze sociali, dalla storia civile alla economia politica, dalla demografia alla scienza della finanza, dalla psicologia sociale alla giurisprudenza, ne usciranno rinnovate e trasformate. Nessuna meraviglia, perciò, che la concezione nazionalista dei fenomeni economici sia profondamente diversa da quella che ne porgono le dottrine economiche oggi dominanti. Sono queste, infatti, figlie legittime di quella filosofia eminentemente individualistica, che fu la filosofia della rivoluzione francese; a cui il nazionalismo contrappone tutta una nuova filosofia sociale, che considera gli individui non più come fine, ma come semplici strumenti ed organi della società, in cui vivono, la quale, pei popoli civili, è appunto la società nazionale.

Dicendo che le due dottrine economiche oggi dominanti, quella liberale e quella socialista, hanno comuni origini, noi affermiamo anche la sostanziale comunione di principi e di presupposti tra il liberalismo economico ed il socialismo, da cui deriva quella profonda armonia di intenti finali, che conduce spesso le due dottrine, malgrado i dissensi di forma e di metodo, a percorrere la medesima via.

Affermando ciò, non pretendiamo di dir cose peregrine, né nuove; ma vogliamo solo richiamare il pubblico, che si sofferma piuttosto sulle differenze accessorie che sulle identità sostanziali, a meglio valutare le cause di alcuni fenomeni, che altrimenti non s'intendono, o s'intendono a rovescio. Senza ricordare che liberalismo e socialismo hanno comuni origini, e che partono dai medesimi postulati, non si comprende, ad esempio, l'insanabile debolezza del liberalismo, politico ed economico, nella lotta che esso vuol combattere contro il socialismo che ne è la derivazione logica e più conseguente; non si comprende che il liberalismo economico è unitario, internazionalista e disgregatore al pari del socialismo; non si comprende infine perché il liberalismo dello Stato-Gendarme e il socialismo dello Stato-Provvidenza siano così concordi nel favorire la politica doganale, anarchica e cosmopolita.

L'economia liberale che, malgrado i travestimenti psicologici e matematici, è ancora oggi, nelle sue dottrine fondamentali, quale ce la tramandarono Adamo Smith e Davide Ricardo, è uno dei prodotti più diretti e genuini della concezione individualistica della società e dello Stato, che informò di sé tutto il movimento filosofico, politico, sociale e giuridico del secolo XVIII, al quale si suol dare il nome di filosofia della rivoluzione francese. In questa concezione, che trovò la sua formula più evidente, sebbene più ingenua nella teoria del Contratto sociale, l'elemento primordiale e fondamentale è l'individuo, scopo ultimo e ragion d'essere di tutta l'organizzazione sociale, che viene considerata come una somma di individui, riuniti insieme dallo scopo di meglio provvedere al benessere dei singoli; la società quindi e lo Stato, che ne è la giuridica organizzazione, non sono che derivazione dell'individuo e mezzo o strumento per il conseguimento dei fini essenzialmente individuali. Lo stato naturale e perfetto, in questa concezione, è lo stato di assoluta libertà, in cui si trovava l'uomo pre-sociale, e a cui, per certe necessità della sua vita, egli ha dovuto rinunciare parzialmente, entrando a far parte della società dei suoi simili. Ma questa rinuncia non deve andare più in là di quanto la stretta necessità lo esiga, perché solo nella libertà si svolge, in condizioni naturali, la vita dell'uomo. [...]

Poiché l'individuo è il fine, e la società il mezzo, anzi, poiché l'unica realtà è l'individuo, e la società non è qualche cosa di diverso dagli individui, ma è la somma degli individui, è una pluralità che solvitur in singularitates, si dà, necessariamente, all'individuo un valore universale, tutti gli individui costituenti l'umanità appaiono uguali, e i loro interessi degni di una ugual considerazione. Le leggi economiche non sono dunque soltanto leggi naturali e perpetue, sono anche leggi universali, che regolano la vita di tutta l'umanità, cioè di tutti gli uomini esistenti sulla terra in ciascun momento. Questa, anzi, è la società, a cui gli economisti si riferiscono; la società, in cui l'individuo vive, è la società di tutti gli uomini, l'umanità. L'economia liberale è, dunque, umanitaria, cosmopolita, internazionalistica. Dopo aver ridotto l'individuo allo schema ipotetico di una forza che agisce in una sola direzione già nota secondo il principio edonistico, essa riduce la società ad una somma di tante forze uguali quanti sono gli uomini viventi, e riduce tutto il suo studio a determinare in qual modo debbono tutte queste forze uguali agire per ottenere il massimo risultato utile per ciascuno di tutti gli individui, che costituiscono l'umanità, col minimo possibile sforzo individuale.

In ultimo, e qui si trova storicamente e concettualmente il punto di attacco tra l'economia liberale e l'economia socialista, essendo i bisogni, di cui l'economia si occupa, bisogni economici, e i beni, che essa considera, beni economici o materiali, il principio edonistico, che sta a base di tutta la dottrina, per il quale l'uomo si determina secondo il suo interesse, concretandosi analogamente, diviene il principio del tornaconto economico, donde l'ipotesi dominante tutta la scienza economica, che l'uomo agisca esclusivamente sotto la spinta del suo interesse materiale. L'utilitarismo individualistico, che è la base filosofica di tutta la economia liberale, è dunque, di necessità, anche un utilitarismo materialistico; dimodoché la scienza economica liberale contiene già in embrione quel movimento filosofico che doveva sorgere solo parecchi decenni più tardi per mettere capo alla teoria del materialismo storico.

A questo punto, erano maturi i tempi, perché dalla economia liberale uscisse la economia socialista. La critica della economia politica di Carlo Marx non colpisce tanto le dottrine economiche liberali quanto gli economisti liberali, che non avevano saputo esser conseguenti alle loro premesse, e si erano fermati a mezza strada. Perché è appunto dal pontefice massimo del liberalismo economico, David Ricardo, che Marx prese a prestito quello che costituisce il cardine di tutto il suo sistema, il principio che il lavoro e l'unica causa del valore. E dal liberalismo economico, il socialismo desume tutte le sue premesse filosofiche e sociali.

Anzitutto, anche il socialismo, al pari del liberalismo, è essenzialmente individualistico. Esso ha infatti, la stessa concezione atomistica della società, considerata come la somma degli individui attualmente viventi, e la stessa concezione individualistica dei fini della società e dello Stato, considerati come mezzo o strumento del benessere individuale. La filosofia sociale del socialismo è ancora quella della rivoluzione francese, che concepisce gli individui come l'elemento primordiale, la società e lo Stato come una derivazione da quelli, l'uguaglianza di tutti gli uomini come rispondente alle leggi di natura, e la disuguaglianza come un effetto artificiale e malefico della organizzazione sociale. La maschera di socialità sotto la quale il socialismo dissimula il suo carattere profondamente individualistico, anzi egoistico, non può ingannare che un osservatore superficiale. La trasformazione nella organizzazione della produzione, che il socialismo propugna, e da cui prende il nome, per cui dall'attuale regime di produzione libera si dovrebbe passare ad una produzione comunitativa, diretta e regolata dallo Stato o dal sindacato, non è che un mezzo, per ottenere quello che costituisce il fine e l'essenza vera del socialismo, l'attribuzione integrale al lavoratore dell'effetto utile della produzione, quindi uno scopo eminentemente individuale. Il problema, che il socialismo pone e vuol risolvere, è un problema di distribuzione del reddito collettivo fra i membri della collettività, quindi un problema che concerne essenzialmente gli individui.

Del resto, la stessa concezione materialistica della vita individuale e sociale, che sta a base del socialismo, è una riprova del suo carattere profondamente individualistico. Una dottrina che non ammette esistere altra conoscenza che quella empirica, che riduce tutti i beni a beni materiali, che nella necessità di soddisfare bisogni economici vede la spiegazione di tutta la storia dell'umanità, una simile dottrina non può essere che individualistica, non può vedere nulla al di la dell'uomo considerato come individualità corporea, perché solo le individualista fisiche hanno sensi per conoscere sperimentalmente, bisogni fisici da soddisfare, piacere da desiderare, dolore da evitare, beni materiali da conquistare.

Sappiamo bene che cosa si obietterà contro questa riduzione del socialismo all'individualismo. Si dirà che contro questa riduzione sta l'essenza del programma socialista che è la socializzazione degli strumenti di produzione, cioè la sostituzione della proprietà collettiva alla proprietà privata del capitale; sta l'essenza della tattica che il socialismo propugna per la realizzazione di quel programma che è la lotta di classe, in cui è implicito il riconoscimento di una entità collettiva, la classe, entro la quale deve operare il principio eminentemente sociale della solidarietà, sta, infine, lo stesso nome, in cui è scolpita la socialità della concezione socialista. Ma chiunque non si accontenti delle apparenze e vada un po' in fondo alle cose, si accorge ben presto che la socialità del socialismo è semplicemente nominalistica. La socializzazione degli strumenti di produzione, la lotta di classe, la solidarietà di classe, sono tutti mezzi di cui il socialismo si serve per conseguire un fine, che è indubbiamente individualistico: il maggior benessere materiale degli individui.

Ora le dottrine politiche e sociali non si giudicano dai mezzi che intendono di adoperare, ma dal fine che si propongono. La differenza tra l'individualismo liberale e l'individualismo socialista sta solo in ciò, che il primo attende il benessere degli individui principalmente dalla loro libera attività, e solo sussidiariamente dall'opera dell'organizzazione sociale, mentre il secondo, mettendosi più nettamente suI terreno della subordinazione della collettività agli individui, attende il benessere di questi principalmente dall'opera della collettività: il liberalismo vuol giungere al benessere dei singoli attraverso la limitazione della collettività, il socialismo attraverso l'asservimento della collettività. [...]

Ma un punto, in cui si rivela in modo appariscente la convergenza tra il liberalismo economico e il socialismo, è la concezione materialista della vita individuale e sociale, che sta a base dell'uno e dell'altro; il principio edonistico, che domina il liberalismo come il socialismo. Di fronte a questa sostanziale comunanza dei principi fondamentali il dissenso che separa il liberalismo economico dal socialismo, appare quello che è realmente: un dissenso di metodo. Il liberalismo ha fiducia nella sapienza regolatrice della natura, e chiede quindi che il benessere economico degli individui si ottenga nel massimo grado sensibile, lasciando ad essi la maggior libertà, e limitando perciò l'azione di quella causa estranea e perturbatrice che è l'organizzazione sociale. Il socialismo è meno ottimista: dice che, poiché l'organizzazione sociale c'è e non si può sopprimerla, bisogna farla agire a vantaggio della classe più numerosa, quella dei lavoratori, piuttosto che a vantaggio di una classe ristretta, quella dei capitalisti, come oggi accade; e che il benessere economico degli individui non si ottiene per mezzo di una libertà, del resto puramente illusoria, perché l'organizzazione sociale inevitabilmente agisce, e in regime capitalista agisce a vantaggio dei detentori del capitale; ma per mezzo di una organizzazione della produzione a base comunitativa.

La libertà della produzione, e quindi la proprietà privata del capitale; la disciplina della produzione, e quindi la proprietà collettiva del capitale, non sono che strumenti diversi per ottenere l'identico fine: il maggior benessere degli individui. È il medesimo spirito individualistico, che pervade le due dottrine, ed è lo stesso spirito, proprio della razza altamente geniale, ma profondamente individualista, da cui uscivano entrambi, che animava i due pontefici massimi del liberalismo e del socialismo: Davide Ricardo e Carlo Marx.

Orbene, il nazionalismo proclama altamente la propria incompatibilità con l'individualismo economico, e la completa falsità di tutti i principi su cui questo si basa.

Il primo e fondamentale atteggiamento dell'economia nazionalista deve essere quello di violenta, assoluta, irreconciliabile opposizione all'economia individualistica, liberale e socialista. [...]

 

(da: Il nazionalismo economico, Bologna, 1914)

 

 


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