Ugo Mazzola

L'aumento del dazio sul grano

(1892)

 



Nota

Questo articolo, redatto dal condirettore del Giornale degli economisti, esprime con estrema chiarezza la rapina economica e i guasti sociali prodotti dal dazio sul grano, ulteriore strumento di arricchimento e di potere del ceto politico, in alleanza con i settori più parassitari del ceto agrario.

 


 

Il prezzo del grano fuori dazio è minore di quello sdaziato appunto di Lire 5, ossia dell'ammontare del dazio stesso; su questo non v'è contestazione. Basta quindi moltiplicare per 5 le cifre ... [del] consumo annuo. Facendo tale operazione per le tre annate in cui il dazio a Lire 5 è stato riscosso, abbiamo l'ammontare di quanto i consumatori, come protezione o dazio di confine, hanno pagato in più:

anno 1888
Lire 161.129.730 
anno 1889
Lire 169.721.590
anno 1890
Lire 199.435.625
Totale per il triennio
Lire 530.286.945

Il che significa che in un triennio di dazio a 5 Lire i consumatori italiani hanno pagato una somma che sarebbero occorsi nove anni di macinato (la famosa tassa del 1868) per far pagare a loro. Ed ora ci vengono a dire che il dazio sul grano è un macinato più mite e senza angarie fiscali!

Ma non è qui tutto.
Chi guarda attentamente [le cifre] scorge in primo luogo che il consumo del grano del triennio 1882-1884 pari a 109.057.389 quintali era salito nel susseguente triennio 1885-1887 a quintali 117.353.368. Le ragioni di un tale fatto si comprendono facilmente: da un lato l'abolizione del[la tassa sul] macinato, dall'altro il ribasso benefico dei grani esteri, congiunti col naturale incremento della popolazione, avevan fatto aumentare il consumo di circa sette milioni e mezzo di quintali ossia 25 chilogrammi per abitante.

Il paese si sfamava di più, chi consumava pane di granoturco aveva potuto gustare un poco le delizie vietate del pane di grano!

Osserviamo ora il triennio 1888-1890 in cui si è svolta la "benefica" azione del dazio protettore: il consumo è disceso a 106.057.389 quintali, ossia a circa 11 milioni e mezzo di quintali di meno del precedente triennio; ossia circa trenta chilogrammi di meno per abitante. Il paese si è sfamato meno: chi consumava pane di grano è tornato al granoturco; alcuni non han potuto procurarsi neppure quello e son morti di fame; che ci si venga a negare anche questo.

E non solo si constata una diminuzione del consumo rispetto al precedente triennio 1885-1887, ma questo è anche minore di circa quattro milioni di quello del triennio 1882-1884 in cui c'era ancora [la tassa sul] macinato.

Abbiamo visto a quanti milioni ammonta l'aggravio che il dazio sul grano infligge al consumatore italiano; ma il calcolo è incompleto.

Occorrerebbe, per farlo completo, poter esprimere in cifre le sofferenze che causa la contrazione del consumo.

È evidente difatti che i molti milioni enumerati più sopra esprimono soltanto la pena di coloro che potettero continuare a pagare il prezzo del grano formatosi in seguito all'elevazione del dazio. Ma tali cifre non esprimono le sofferenze:

1° di coloro che dovettero ridurre il loro consumo,

2° di coloro che dovettero peggiorarlo, ricorrendo a mezzi di alimentazione più scadenti e meno igienici come il granoturco (si pensi alle relazioni tra il consumo di questo e la pellagra),

3° di coloro che soppressero addirittura il consumo emigrando o morendo di fame.

Se queste sofferenze fossero valutabili in cifre, l'ammontare dei danni del dazio sarebbe di molto, ma di molto più elevato.

La questione sarebbe esaurita se non ritenessimo opportuno fare alcune considerazioni sull'operato dei nostri protezionisti agrarii in rapporto agli interessi dell'agricoltura ed alla politica in generale.

E qui c'è da osservare in primo luogo che il dazio del grano non è una protezione dell'agricoltura in genere, ma soltanto di una determinata classe di agricoltori; che esso si risolve in un aggravio, per esempio dei viticultori o dei risicultori che ne sono colpiti come consumatori e come produttori, in quanto sopportano l'inevitabile aumento del salario dei loro lavoratori, e quando la traslazione dell'aggravio non avviene, l'imposta e la protezione restano a carico del povero lavoratore agricolo.

 

 


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