Antonio Gramsci

Un ritratto politico di Francesco Crispi

(1929 - 1935)

 



Nota

Antonio Gramsci offre qui un breve ritratto di Francesco Crispi, acceso statalista, fautore di una politica estera imperialista e di una politica interna repressiva, il tutto condito da un frasario altisonante. La sua carriera politica troverà il suo compimento e la sua fine a seguito del disastro militare di Adua (1896)

 


 

Il termine di « giacobino » ha finito per assumere due significati: uno è quello proprio, storicamente caratterizzato, di un determinato partito della Rivoluzione francese, che concepiva lo svolgimento della vita francese in un modo determinato, con un programma determinato, sulla base di forze sociali determinate e che esplicò la sua azione di partito e di governo con un metodo determinato che era caratterizzato da una estrema energia, decisione e risolutezza, dipendenti dalla credenza fanatica nella bontà e di quel programma e di quel metodo.

Nel linguaggio politico i due aspetti del giacobinismo furono scissi e si chiamò « giacobino » l'uomo politico energico, risoluto e fanatico, perché fanaticamente persuaso delle virtù taumaturgiche delle sue idee, qualunque esse fossero: in questa definizione prevalsero gli elementi distruttivi derivati dall'odio contro gli avversari e i nemici, più che quelli costruttivi, derivati dall'aver fatto proprie le rivendicazioni delle masse popolari; l'elemento settario, di conventicola, di piccolo gruppo, di sfrenato individualismo, più che l'elemento politico nazionale.

Così, quando si legge che Crispi fu un giacobino, è in questo significato deteriore che occorre intendere l'affermazione. Per il suo programma Crispi fu un moderato puro e semplice.
La sua « ossessione » giacobina più nobile fu l'unità politico-territoriale del paese. Questo principio fu sempre la sua bussola d'orientamento, non solo nel periodo del Risorgimento, in senso stretto, ma anche nel periodo successivo, della sua partecipazione al governo. Uomo fortemente passionale, egli odia i moderati come persone: vede nei moderati gli uomini dell'ultima ora, gli eroi della sesta giornata, gente che avrebbe fatto la pace coi vecchi regimi se essi fossero divenuti costituzionali, gente, come i moderati toscani, che si erano aggrappati alla giacca del granduca per non farlo scappare; egli si fidava poco di una unità fatta da non-unitari. Perciò si lega alla monarchia, che egli capisce sarà risolutamente unitaria per ragioni dinastiche, e abbraccia il principio dell'egemonia piemontese con una energia e una foga che non avevano gli stessi politici piemontesi.

Cavour aveva avvertito di non trattare il Mezzogiorno con gli stati d'assedio: Crispi invece subito stabilisce lo stato d'assedio e i tribunali marziali in Sicilia per il movimento dei Fasci, accusa i dirigenti dei Fasci di tramare con l'Inghilterra per il distacco della Sicilia (pseudo-trattato di Bisacquino).

Si lega strettamente ai latifondisti siciliani, perché è il ceto più unitario per paura delle rivendicazioni contadine, nello stesso tempo in cui la politica generale tende a rafforzare l'industrialismo settentrionale con la guerra di tariffe contro la Francia e col protezionismo doganale: egli non esita a gettare il Mezzogiorno e le isole in una crisi commerciale paurosa, pur di rafforzare l'industria che poteva dare al paese una indipendenza reale e avrebbe allargato i quadri del gruppo sociale dominante; è la politica di fabbricare il fabbricante.

Il governo della destra dal '61 al '76 aveva solo e timidamente creato le condizioni generali esterne per lo sviluppo economico: sistemazione dell'apparato governativo, strade, ferrovie, telegrafi e aveva sanato le finanze oberate per le guerre del Risorgimento.

La Sinistra aveva cercato di rimediare all'odio suscitato nel popolo dal fiscalismo unilaterale della Destra, non era riuscita che ad essere una valvola di sicurezza: aveva continuato la politica della destra con uomini e frasi di sinistra.

Crispi invece dette un reale colpo in avanti alla nuova società italiana, fu il vero uomo della nuova borghesia. La sua figura è caratterizzata tuttavia dalla sproporzione tra i fatti e le parole, tra le repressioni e l'oggetto da reprimere, tra lo strumento e il colpo vibrato; maneggiava una colubrina arrugginita come fosse stato un moderno pezzo d'artiglieria.

Anche la politica coloniale di Crispi è legata alla sua ossessione unitaria e in ciò seppe comprendere l'innocenza politica del Mezzogiorno; il contadino meridionale voleva la terra e Crispi che non gliela voleva (o poteva) dare in Italia stessa, che non voleva fare del « giacobinismo economico », prospettò il miraggio delle terre coloniali da sfruttare. L'imperialismo di Crispi fu un imperialismo passionale, oratorio, senza alcuna base economico-finanziaria.

L'Europa capitalistica, ricca di mezzi e giunta al punto in cui il saggio del profitto cominciava a mostrare la tendenza alla caduta, aveva la necessità di ampliare l'area di espansione dei suoi investimenti redditizi; così furono creati dopo il 1890 i grandi imperi coloniali. Ma l'Italia ancora immatura, non solo non aveva capitali da esportare, ma doveva ricorrere al capitale estero per i suoi stessi strettissimi bisogni. Mancava dunque una spinta reale all'imperialismo italiano e ad essa fu sostituita la passionalità popolare dei rurali ciecamente tesi verso la proprietà della terra: si trattò di una necessità di politica interna da risolvere, deviandone la soluzione all'infinito. Perciò la politica di Crispi fu avversata dagli stessi capitalisti (settentrionali) che più volentieri avrebbero visto impiegate in Italia le somme ingenti spese in Africa; ma nel Mezzogiorno Crispi fu popolare per aver creato il «mito» della terra facile.

Crispi ha dato una forte impronta a un vasto gruppo di intellettuali siciliani (specialmente, poiché ha influenzato tutti gli inteIlettuaIi italiani, creando le prime cellule di un socialismo nazionale che doveva svilupparsi più tardi impetuosamente); ha creato quel fanatismo unitario che ha determinato una permanente atmosfera di sospetto contro tutto ciò che può arieggiare a separatismo. Ciò però non ha impedito (e si comprende) che, nel 1920, i latifondisti siciliani si riunissero a Palermo e pronunziassero un vera ultimatum contro il governo « di Roma », minacciando la separazione, come non ha impedito che parecchi di questi latifondisti abbiano continuato a mantenere la cittadinanza spagnola e abbiano fatto intervenire diplomaticamente il governo di Madrid (caso del duca di Bivona nel 1919) per la tutela dei loro interessi minacciati dall'agitazione dei contadini ex combattenti.

L'atteggiamento dei vari gruppi sociali del Mezzogiorno dal '19 al '26 serve a metter in luce e in rilievo alcune debolezze dell'indirizzo ossessionatamente unitario di Crispi e a mettere in rilievo alcune correzioni apportatevi da Giolitti: poche in realtà, perché Giolitti si mantenne essenzialmente nel solco di Crispi; al giacobinismo di temperamento del Crispi, Giolitti sostituì la solerzia e la continuità burocratica; mantenne il « miraggio della terra » nella politica coloniale, ma in più sorresse questa politica con una concezione « difensiva » militare e con la premessa che occorre creare le condizioni di libertà d'espansione per il futuro.

 

da: Antonio Gramsci, I quaderni del carcere (Il Risorgimento)

 

 


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