Piero Gobetti

Contro il monopolio statale della scuola

(1924)

 



Nota

Solo uno stato teocratico - afferma a chiare lettere Piero Gobetti - può rivendicare il diritto del monopolio scolastico." E con questo egli caratterizza molto bene il potere quasi sacrale che lo stato moderno si è arrogato, imponendosi e sostituendosi alla Chiesa quale manipolatore massimo delle coscienze e delle conoscenze.

 


 

Un terribile problema [poi] incombeva sul nuovo Stato: l'educazione di tutto il popolo; e a compiere questo dovere, secondo il Berti, bisognava che si unissero gli sforzi della nazione intera, senza distinzione di partiti: bisognava concedere la libertà di insegnamento a tutti, la libera concorrenza avrebbe permesso poi che solo le scuole migliori prendessero sviluppo completo: le scuole limitate; confessionali, non avrebbero avuto mai vita rigogliosa: si sarebbero affaticati i liberali al lavoro, a fondare anch'essi scuole private modello, e a dare l'esempio ci si era messo il Berti sin dal '50.

Ma un avversario della libertà scolastica poteva obbiettare per le stesse ragioni storiche: di fronte all'immensità del problema bisogna che da parte del governo venga una parola decisiva: lasciar la scuola alla libera concorrenza vorrebbe dire condannare le regioni più povere a non avere scuole, a non combattere l'analfabetismo: vorrebbe dire rendere impossibile l'unità. Bisogna dunque che il nuovo Stato affermi la sua laicità anche a costo di sovrapporsi alle iniziative private: bisogna che s'impegni a dare la scuola a tutti i comuni.

E se questo non fu il pensiero esplicito di Bertrando Spaventa diventò tuttavia il programma del governo, che non si accontentò di fare, ma volle, e continua a volere, strafare.

Nel momento presente un'attività scolastica troppo invadente dello Stato si riduce a sostituire alla coltura i pregiudizi della burocrazia. Del resto Augusto Monti ha dimostrato che la politica scolastica dello Stato italiano dopo il '70 è stata tutta organicamente diretta, con i pregiudizi della cultura generale, della neutralità del sapere scientifico, ecc., ad attuare una concezione di classe e a formare uno spirito borghese anzi, diremmo noi, piccolo-borghese. La lotta politica intensa del dopo-guerra preparando la formazione dei partiti capovolge invece tutto lo spirito della scuola italiana e instaura un nuovo equilibrio di forze, desiderose di combattere su ogni terreno. La formula dei popolari per la libertà scolastica in un ambiente siffatto non ha più nulla di clericale, ma diventa un caposaldo di libera lotta contro lo stato burocratico. D'altra parte l'esistenza di grossi nuclei organizzati e di precise tendenze psicologiche, dai socialisti ai popolari, ai combattenti, era, al tempo della lotta per la riforma Croce, la più sicura garanzia contro ogni possibilità di monopolio e di impostazione dogmatica-partigiana.

In sede speculativa i filosofi potranno anche teorizzare l'attività scolastica come funzione di Stato inteso quale sintesi delle iniziative dei cittadini. Ma l'equivoco dei socialisti riformisti e di tutti gli ammiratori della statolatria consiste per l'appunto nel confondere questo Stato ideale, oggetto delle speculazioni dei filosofi del diritto con lo Stato-amministrazione pubblica. Il fatto e che le funzioni del primo Stato non debbono affatto tradursi in organi di quest'ultimo. Nel momento in cui le funzioni cercano i loro organi entra in gioco il libero contrasto delle forze economiche ed amministrative. Solo uno Stato teocratico può rivendicare il diritto del monopolio scolastico; lo Stato moderno non ha una funzione patriarcale di educatore e chi parla di una etica di Stato parla per metafora, esaurendosi necessariamente la morale pubblica in quella dei cittadini e non potendosi parlare di una civiltà sociale diversa da quella realizzata dagli individui.

 

da : Piero Gobetti, Il problema della scuola, in La Rivoluzione Liberale, 1924;

 

 


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