Edoardo Giretti

Potere politico e monopoli economici

(1903 - 1904)

 



Nota

Per tutti coloro che ancora avessero dubbi sul fatto che è lo stato che crea i monopoli con la sua politica commerciale (protezionistica) e finanziaria (assistenzialistica), questi due articoli di Edoardo Giretti, uno dei maggiori esponenti della Lega Antiprotezionistica, sono estremamente istruttivi. Chi ne fa le spese sono, come al solito, i consumatori, specialmente quelli dei ceti meno abbienti che, gravati del peso del dazio, sono costretti a foraggiare furfanti e parassiti del racket politico-affaristico.

 


 

La Terni industria politica

Gli studiosi di questioni economiche e commerciali conoscono dal più al meno l'azione nefasta che la Società degli Alti Forni, Fonderie ed Acciaierie di Terni ha esercitato nella riforma del regime doganale italiano avvenuta nel 1887. Recentemente Bolton King, in una sua memoria statistica sull'Italia letta e discussa alla Royal Statistical Society di Londra, parlando di quella riforma, affermava che "le tariffe più gravi sono state di regola imposte a difesa di quegli interessi che hanno una maggiore influenza parlamentare".

Questo rilievo può applicarsi in tutta la sua forza alla Società degli Alti Forni, Fonderie e Acciaierie di Terni, la quale è stata sempre ed è per eccellenza una "industria politica".

Con ciò non è a dirsi che i rapporti della Società di Terni col Governo italiano e coi membri delle Camere legislative siano stati necessariamente e sempre d'indole inconfessabile, perché le prove delle corruzioni politiche sono immensamente difficili a mettersi insieme persino dalle Commissioni d'inchiesta parlamentari. Figurarsi poi da un privato cittadino!

Sarebbe però un caso meraviglioso ed unico nella storia delle tariffe doganali protezioniste, se tutti quanti i deputati e senatori, i quali votarono nel 1887 gli enormi aumenti di dazio sui ferri, abbiano ciò fatto senza subire in nessun modo l'influenza (palese od occulta) che esercitava allora la Società di Terni, presieduta da un Senatore finanziere assai destro e "remuant" [irrequieto] e già legata col Governo da rapporti di natura molto intima.

Le oscure origini della Società di Terni

La storia della Società di Terni è [la seguente].
Esisteva da tempo a Terni una piccola impresa, la "Ludovich e Ci.", le cui sorti volsero a male, tanto che si dovette finire col liquidarla.

Nel 1881 questa liquidazione venne assunta da una Società formatasi con un rogito stipulato a Roma. Il capitale della nuova Società, (Cassian Bon e Ci.), senza alcun versamento in denaro, era esclusivamente formato dai crediti non pagati della impresa fallita. Figurava un capitale immobiliare di stabili per lire 252,000, un capitale in materiale macchine ecc. per lire 425,000, ma, dedotte alcune passività da pagare, rimaneva una attività di lire 482,000, mentre il capitale nominale della Società era dichiarato di lire 800,000.

A Terni l'esercizio degli Alti Forni è "economicamente" impossibile, perché di sole spese di trasporto ferroviario, il materiale fuso verrebbe a costare quanto quello che si può avere dalla Scozia o dal Belgio.
La Società di Terni si limitava dunque in origine semplicemente alla fusione di tubi.
Come industria economica, era affatto sballata, ma si capì subito che poteva andare magnificamente come "industria politica".

Allora incominciò il concentramento delle azioni della Società di Terni nelle mani di un gruppo di finanzieri potenti.
Il 10 aprile 1884 le azioni della Terni sono tutte proprietà della Società Veneta per Imprese o Costruzioni e dei suoi amministratori o collegati e dipendenti, e si forma una riunione per dichiarare di fondersi in una nuova Società, nella quale quegli stessi immobili che tre anni prima erano stati valutati 252,000 lire, sono ora valutati lire 2,400,000, somma che si dice essere il capitale versato di un sottoscritto di tre milioni estensibile a sei milioni.

Incomincia la danza dei milioni: i primi rapporti collo Stato
Appena avvenuta la fusione, cioè fatta questa nuova Società degli Alti Forni, Fonderie ed Acciaierie di Terni (e questi Alti Forni, erano un pretesto, perché non avevano ancora mai funzionato), la Società fa un atto di sottomissione al Ministero della marina, e con un coraggio, una audacia che supera l'immaginazione, questa Società che fondeva solo tubi di ghisa, offre al Ministero di fornire 8,600 tonnellate di corazze, dichiarando di avere un capitale nominale di 6 milioni, che non ancora aveva deliberato, tanto è vero che in una nuova riunione di Soci fu dichiarato pochi giorni dopo di portare il capitale a 6 milioni. S'intende sempre che di versato c'era niente.

Il capitale era sempre costituito dalle famose pretese lire 2,400,000.
Il Ministero della marina (ministro il Brin) un mese dopo accetta il contratto delle 8,600 tonnellate e anticipa alla Società di Terni lire 3,200,000 guarentite con ipoteca sopra uno stabilimento che aveva al massimo il valore di lire 252,000 e che, in violazione di quanto prescrive la legge sulla contabilità dello Stato, già era gravato di altre ipoteche!

Le anticipazioni del 16 maggio 1884 (data del primo contratto) sino al 14 luglio 1888 furono in totale di lire 12,000,000, a cui si aggiunse più tardi un altro milione col contratto del 2 luglio 1894.
I 12 milioni di anticipo avuti dal Governo furono dalla Società di Terni impiegati nel proprio impianto, il quale salì alla gigantesca somma di 56 milioni di lire.

Il grande monopolio metallurgico
[Ma] è stata soprattutto la tariffa doganale del 14 luglio 1887 (ritoccata con rimaneggiamenti di alcuni dazi sui ferri) quella che ha costituito la Società di Terni in vera condizione di monopolio sul mercato italiano.
Ragionando all'ingrosso si può ammettere che la Società di Terni pel regime doganale vigente (e creato, come abbiamo visto, a tutto suo favore) ha potuto con abili accordi coi pochi altri produttori ugualmente privilegiati, rincarare i suoi prodotti sino al massimo punto di sfruttamento dell'ottenuto monopolio, prelevando sui consumatori italiani una imposta pari almeno al 40 o 50 per cento dell'ammontare totale delle sue vendite al commercio privato, o, in altre parole, del prezzo che essa potrebbe ricavare dai suoi prodotti sopra un mercato aperto e libero da dazii."

da "La società di Terni, il governo ed il 'trust' metallurgico" in Il giornale degli economisti (1903)

 


 

I parassiti dello zucchero

"L'industria dello zucchero è forse l'esempio più tipico e più scandaloso di quel sistema di parassitismo politico e doganale che è proprio della Lega antiprotezionista di combattere e di far cessare al più presto.
Le statistiche della Direzione generale delle gabelle segnano per una prima volta una produzione di 193 quintali di zucchero greggio nell'esercizio finanziario 1879.
Nell'esercizio finanziario 1888-1889 non esisteva ancora che la sola fabbrica di Rieti, la quale produsse poco più di 4000 quintali di zucchero greggio.

Una seconda fabbrica fu impiantata a Savigliano, in provincia di Cuneo, nel 1891-1892 dalla Ditta Maraini e C. Le due fabbriche riunite produssero nel 1896-1897 quintali 22.996 di zucchero. A questo punto un gruppo di speculatori, alla cui testa era l'on. Emilio Maraini, si lanciò audacemente alla industria dello zucchero, che, per il regime doganale e fiscale in vigore, presentava un largo e ricco campo da sfruttare. Il numero delle fabbriche in pochissimi anni salì da 2 a 33, quante sono tuttora, e la importazione di zucchero fu quasi completamente sostituita dalla produzione nazionale.

L'industria dello zucchero adunque continua a godere in Italia di una protezione di L. 28.85 il quintale sul raffinato e di L. 20.80 sul greggio, mentre gli altri Stati convenuti a Bruxelles hanno dovuto, sin dal 1° settembre dello scorso anno, ridurre di comune accordo quella protezione ad un massimo di L. 6 pel raffinato e di L. 5,50 pel greggio. In altre parole, per ogni chilogramma di zucchero raffinato che acquista dal droghiere, il consumatore italiano è costretto a pagare un'imposta di quasi una lira (precisamente 99 centesimi).

Fate il calcolo che in Italia si consumano annualmente circa 100 milioni di chilogrammi di zucchero e vedrete che l'imposta feudale pagata dal complesso dei consumatori italiani a quest'oligarchia privilegiata ammonta ogni anno ad una trentina di milioni di lire, quasi una lira per ciascun cittadino italiano."

da "I parassiti dello zucchero" in Il giornale degli economisti (1904)

 

 


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