Fabio Cusin

La sinistra al potere: trasformismo e clientelismo

(1943-1944)

 



Nota

Il Cusin offre un quadro desolante della Sinistra al potere. L'Italia politica mostra il suo vero volto, "non idee ma clientele". Tutto è in vendita, voti, deputati, leggi. Questo non è uno stato di cose passeggero o anomalo. Questo è lo Stato!

 


 

L'Italia, appunto perché reazionaria, si tuffa in braccio alle cosiddette Sinistre per descrivere le quali tornano ancora opportune le parole del Croce, pur tanto volonteroso di giustificare l'apporto degli uni e degli altri: « di minore o inferiore cultura, di diversa tradizione nel costume pubblico, usi come uomini di cospirazione e sommosse a non guardare pel sottile alla scelta degli alleati, e perciò pronti a tirarsi dietro i ritinti Borbonici del Mezzogiorno e gli scontenti del nuovo ordine, a non darsi troppo pensiero di promettere quel che non si poteva mantenere... » In una parola fu in parte una reazione, ma non fu reazione di tradizioni comunali o regionali o borboniche: gli elementi più dinamici, disancorati dalle vecchie situazioni o liberati da inceppi e pastoie per effetto delle nuove istituzioni, si muovevano verso Roma a rassodare ancor più centralismo e efficienza del potere esecutivo, come gli uomini più dinamici della provincia si erano fatti nel '93 a Parigi fautori dell'imposizione della capitale sul paese e del centralismo ex monarchico contro il federalismo ex feudale.

Ma Roma non era la capitale d'Italia con una tradizione di governo civile, sede di un suo diritto regalista e civile, di una statolatria per quanto possibile intelligente almeno del significato e del contenuto del potere. Roma era, da secoli, sede di uno strano organo politico-religioso che non aveva la minima tradizione di un'arte di governo convinta del principio direttivo di un'assoluta giustizia. Polemico e passionale, intransigente con le anime, tollerante con i corpi e la materia, predicando l'accomodantismo e la « carità », conosceva o si vantava di conoscere le anime, ma in ogni caso non nel profondo e solo dall'aspetto esterno. E queste superficiali esperienze educavano da secoli a un'immobilità di curia, ad un'universalizzazione in cui gli spiriti non si sublimavano, ma che solo serviva a far dimenticare gli stimoli costruttivi della vita e quindi i valori morali intimamente intesi. Scuola terribile che non si sa se interpreta il carattere italiano o lo determina, ma che certo ha creato un'atmosfera da cui l'antico centro del Tevere non si potrà mai liberare e che influì indirettamente sull'indirizzo del nuovo potere politico. In effetti agli uomini di dottrina e di pensiero dei primi anni dopo l'unità, apparve grave di incognite il problema della mancanza di un'idea politica e di una classe politica che l'impersonasse.

L'avvento della Sinistra mostra il vero volto della cosiddetta Italia politica: non idee, ma clientele. E vana era l'accusa più volte lanciata contro l'insufficienza delle singole persone dei deputati; poteva dire a ragione nel 1900 Giustino Fortunato: « Ogni collegio ha il suo deputato che si merita e la Camera è quello che è il paese; anzi, poiché rappresenta una selezione, nel suo assieme è migliore ». Di fatto prevaleva la lotta di meri interessi personali in cui il corpo elettorale era considerato mezzo per la conquista del potere e Gaetano Mosca notava che la legge è in balia dei ministri, questi in balia dei deputati e i deputati alla mercé dei grandi elettori e dei membri influenti dei comitati elettorali. In tali condizioni, seppure alla Camera si potevano tenere elevati discorsi di sociologia, di scienza giuridica o di principi etico-politici, predominavano di fatto l'egoismo e il diffidente conservatorismo dei proprietari fondiari. E le masse vedevano a ragione lo Stato quale espressione degli interessi dei «signori».

Ciò favoriva la distinzione tra l'impostazione politico-giuridica della funzione dello Stato inteso dall'alto e il reale contenuto etico-politico per cui le masse rimarranno così lontane dalle élites. Tale regime, delineatosi decisamente con Agostino Depretis, venne definito trasformismo. Le aspirazioni della Destra furono sotterrate; si ritornò ad un disperato accentramento, all'onnipotenza ministeriale, e si fissò la regola che le elezioni fossero «fatte» dai governi; a mezzo dei prefetti e della polizia il governo al potere era sicuro di ottenere elezioni a lui favorevoli, sicché ogni ministero nei momenti difficili si appellava al paese e un'oligarchia che accettava la politica dei governanti ne traeva anche i massimi lucri. Quindi non fu più possibile nascondere a nessuno che «legalmente abbiamo il sistema rappresentativo, realmente domina un'oligarchia» (Torraca), a regger la quale soccorreva la mentalità dittatoriale dei capi che riuscivano ad ottenere la maggioranza parlamentare.

Questa società arrivista e nel contempo retorica si faceva rappresentare da ex garibaldini, demagoghi parolai senza alcuna cultura politica, né era un caso che per partecipare al potere avesse preferito la formula di sinistra. Essa ha una sola anima e mille volti: i volti si chiamano, mazzinianismo, Garibaldi, questione romana e poi Venezia e più tardi Trento e Trieste; l'anima, l'irrequietezza di cose nuove, di risolvere a proprio vantaggio le liti paesane, le interminabili fazioni delle Marche e di Romagna che ora oppongono clericali e repubblicani... Ma repubblicani che vogliano in Italia veramente la repubblica ce ne sono pochi e gli onesti e gli entusiasti potranno soltanto deprecare che la monarchia si faccia protettrice di privilegi sociali e favorisca il sistema dell'arrivismo e del parassitismo, salvo poi ad eccitare col loro lamento nuove demagogie e nuovo parassitismo. Così la protesta di Carducci contro l'Italia dei vili e dei politici intenta a riempire il sacco è giusta, ma retoricamente pericolosa. Così il Crispi che finì con l'impersonare l'epoca e che la storiografia continua a definire «uomo di Stato» ricalcando l'elogio dei contemporanei (tanto si aveva poca esperienza dell'arte di governo) fu a volta a volta demagogo e reazionario perché questo era il destino della terza Italia confermato poi dal fascismo.

Uno Stato che non poteva rifarsi ad una tradizione patriziale o clericale, a lui ostili, ma doveva restar ancorato alle sue origini giacobine non poteva finire che in un regime dittatoriale. L'idea che la monarchia fosse freno si dimostrò vana, che anch'essa non poté mai staccarsi dalla sua base rivoluzionaria. Gli uomini che cercavano nella monarchia un freno alla corruzione politica giunsero a consigliarle di sovrapporre al parlamento la propria egemonia, non ai fini di una giustizia superiore, ma in pratica per tutelare l'illegalità e l'odio alla libertà dei potenti che all'ombra della monarchia potevano depredare più francamente. Resistenza ben maggiore poteva opporre il paese in quanto costituito da possidenti rurali, da proprietari terrieri senza ambizioni, ma egoisti e miopi come tutti i proprietari, sempre paurosi di essere derubati dai loro contadini. Solo queste classi avrebbero potuto dare oculati amministratori allo Stato, vigilarne le finanze, trattenerlo sulla via delle imprese azzardate e pericolose, far fronte ai troppo prepotenti spogliatori, indurre la monarchia stessa sulla via di un prudente rispetto per le forme costituzionali. Ma costoro erano pigri e indolenti e si erano adattati al governo del Terzo Stato adagiando il loro tradizionale reazionarismo entro un legalismo che poteva aver apparenza di libertà. Strana libertà tutelata dai reazionari, che custodivano nell'animo, assieme al rispetto per il microcosmo familiare-cittadino e per il conseguente conformismo, una tradizione di uniformità al rito religioso dei padri non sempre senza profondità, ma certo sempre senza problemi. Infine i potenti, fossero grassi o medi, « confondevano troppo facilmente i diritti dello Stato coi particolari interessi delle loro classi e volevano piegare la interpretazione della legge e la politica del governo alla difesa ad oltranza di quegli interessi » (Giolitti; e l'ammissione di questa fonte è preziosa).

Per tali ragioni le cosiddette Sinistre, venute al potere nel 1874, si posero al servizio della reazione inaugurando il sistema di misure poliziesche specialmente rivolte contro i moti sociali. Gli osservatori del tempo poterono constatare che il nuovo regime era soltanto una prosecuzione peggiorata di quel misto di conservatorismo e di progressivo che era stato il governo di destra. Peggiorato infatti per la disonestà dei capi e dei sistemi elettorali amministrativi, ché l'antica camorra riprende il sopravvento nelle amministrazioni comunali, mentre il controllo nelle elezioni per opera del governo che nomina il prefetto, il pretore, il delegato di polizia nell'interesse del deputato governativo, sancisce definitivamente il sistema di governo a mezzo della corruzione elettorale. Così nella «terza» Italia si viene automaticamente delineando un sistema di dittatura. Maffeo Pantaleoni definì splendidamente questo sistema in cui una classe dirigente spogliava sistematicamente il paese a mezzo dei pubblici poteri, distruggendo ogni senso di legalità senza curarsi delle condizioni intellettuali e morali delle classi basse: « Le leggi si fanno in modo da dividere il paese in tosati e tosatori ». E lo Stato si faceva più centralista ed invadente «perché il sindacato dei politicanti solo così può disarmare coloro che vorrebbero fargli concorrenza nella disonesta e malsana impresa».

Pochi anni dopo l'avvento delle Sinistre al potere la vita politica in Italia si abbassava, per dirla con le parole dello Spaventa, «ogni giorno più sotto quella media dei governi e delle amministrazioni civili di Europa» e un uomo di governo di sinistra ammetteva che l'Italia era «un pantano». E fu allora che alcuni uomini d'ingegno descrissero le condizioni del paese con tinte assai fosche e Gaetano Mosca, impressionato da un'esperienza in cui il potere politico era sfruttato sistematicamente da alcuni speculatori, ideò quella sua teoria della classe politica che tiene il potere per sfruttarlo a proprio esclusivo vantaggio, tesi che tutti ammirarono ma che non lasciò alcuna traccia di sé nella scienza ufficiale del paese: cosa sintomatica, mentre è altrettanto sintomatico che tale teoria dovesse sorgere proprio in Italia dove il male era antico, ma negli anni in cui essa, secondo i patrioti ottimisti, sarebbe dovuta essere risorta a vita rinnovata.

 

(da Fabio Cusin, Antistoria d'Italia, 1943-1944)

 

 


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