Francesco Crispi

La politica estera tra cinismo e avventurismo

(1887)

 



Nota

Questo discorso di fronte al Parlamento, tenuto dal presidente del Consiglio Francesco Crispi, mostra chiaramente il cinismo e l'immoralità su cui si basa la politica estera dello stato italiano. Il nazionalismo nei Balcani viene incoraggiato (può tornare utile) mentre ci si prepara a nuove aggressioni in Africa. Su tutto domina l'arroganza che porterà alle solite avventure criminali (espansionismo coloniale sotto l'egida dello stato) seguite, come d'abitudine, da disfatte militari e politiche.

 


 

Io vado, pel mio paese, altero di ricordarlo, poiché mai, in una unione completa e cordiale come quella dell'Italia e de' suoi alleati, è stata tanto rispettata la sua dignità, sono stati tanto garantiti i suoi interessi

[grida di entusiasmo]

Ma, oltreché con le alleanze, proseguiamo l'intento della pace col volere la giustizia. Ciò vi spiega, o signori, la nostra politica in Oriente. Ivi ciò che domandiamo è il rispetto dei diritti dei popoli, conciliato, in quanto è possibile, col rispetto dei trattati che formano il diritto pubblico europeo; ciò che speriamo è lo sviluppo progressivo delle autonomie locali. Si hanno, nella penisola dei Balcani, quattro nazionalità distinte, ciascuna avente la sua lingua, la sua sede secolare, le sue tradizioni antichissime, e - ciò che è più - la coscienza della propria individualità come nazione e l'aspirazione alla indipendenza. Ebbene, questi popoli che anelano, come ogni ente, a vita libera, aiutiamoli a riprendere possesso di loro stessi, senza lotte, senza spargimento di sangue, senza nuovi martiri. Non è questa la politica più degna d'Italia, più conforme alle sue origini ed a' nostri principi? E riflettete, o signori: questa non è soltanto politica di principi e di sentimenti, è altresì politica d'interessi ben intesi. I popoli balcanici, che colà rappresentano la giovinezza con le sue inesperienze, ma anche l'avvenire con le sue speranze e le sue forze, non dimenticheranno l'aiuto disinteressato che l'Italia avrà loro prestato [. . .].

Pace vogliamo adunque, ma con onore, poiché poniamo l'onore più in alto che non siano i benefizi della pace stessa. Ed è per ciò che, mentre abbiamo lavorato ad assicurarla in Europa, ove hanno sede i supremi nostri interessi, ed abbiamo provveduto a che non ne sia turbato a nostro danno l'equilibrio, né sulla terra, né sul mare, prepariamo armamenti in Africa, dove la ingiustificata aggressione di un popolo semibarbaro ha condotto a gloriosa morte cinquecento dei nostri soldati.

L'offesa vuole degna riparazione, e l'avremo. Importa che su quella terra d'Africa dove, o bene o male - è vano ormai ricercarlo - ci siamo insediati, il prestigio del nome italiano sia mantenuto illeso, e, quando offeso, sia vendicato. La nazione non ha guardato a sacrifizi, ed ha fatto bene. Non vogliamo avventure, non guerre di conquista, che anzi condanniamo apertamente. Nostra ambizione è che l'Italia si rifaccia e s'espanda là dove spontaneamente vanno i suoi figli, non soltanto cacciati dalla transitoria miseria, ma consigliati dai più facili guadagni, attirati dalle ospitali simpatie, tormentati nobilmente da quella febbre dell'ignoto, che ha già fatto misurare dai navigatori italiani, allargare dagl'italiani mercanti i confini del mondo conosciuto.

Ma vogliamo che là, in Africa, tra i due domini vicini, sia, secondo giustizia, stabilita una demarcazione che non si possa impunemente varcare a braccio armato. Il confine che vogliamo è quello che strategicamente è necessario alla sicurezza dei nostri possedimenti ed al benessere dei nostri presidi. Una volta ottenuto e questo confine e la riparazione dovutaci, saremo lieti di aprire la nostra frontiera alle merci, alle derrate, ai prodotti nostri e dell'Abissinia, onde avviare fra i due paesi quella doppia corrente di scambi che per l'avvenire ci può ripromettere non scarsi compensi. Ma l'offesa va anzitutto riparata, e poiché il valore dei "leoni" italiani non fa più dubbio, ormai per gli Abissini, bisogna che acquistino dell'Italia come nazione un concetto adeguato e che la luce della nostra potenza li abbagli.

Vittorio Emanuele, che fu il patriottismo incoronato, lasciò morendo per testamento agl'Italiani, che l'Italia deve essere, non rispettata soltanto, ma temuta. E temuti ed amati intendiamo essere ad un tempo da tutti.

[interruzione; grida di bravo]

 

(da Francesco Crispi, Scritti e discorsi politici, 1849-1890)

 

 


[Home] [Top] [Testi & Documenti]