Napoleone Colajanni

Contro le tasse sul pane

(1898)

 



Nota

Il deputato Napoleone Colajanni mette in luce le vere cause della protesta contro il rincaro del pane, il cui prezzo è costituito per quasi il 43% da tasse governative o municipali. Il disagio economico è per il Colajanni, la miccia che ha dato fuoco alle polveri della rivolta che si volge contro un ordine politico "la cui funzione principale - come afferma Giustino Fortunato - è quella dell'esattore, la cui organizzazione tributaria rasenta il regime della confisca".

 


 

La causa occasionale degli ultimi dolorosi avvenimenti è nota: il rincaro fortissimo del prezzo del pane. Questo fenomeno, però, non fu che la scintilla, la quale dette fuoco alle mine preparate e pronte.

La causa occasionale, del resto, in sé e da per sé era bastevole a produrre i più gravi perturbamenti; poiché il caro del pane fu davvero straordinario: arrivò a 54 centesimi il chilogramma a Soresina; da 50 a 60 a Napoli. L'efficienza di questo prezzo elevatissimo del principale alimento degli italiani - alimento quasi esclusivo nelle masse del mezzogiorno - potrà valutarsi al giusto ponendo mente a queste circostanze: 1° salari bassi; 2° disoccupazione prevalente; 3° consumo del pane scarsissimo, anche prima del suo rincaro. Nel 1895 il consumo giornaliero  era in Italia di grammi 330 per abitante, mentre elevavasi a 533 in Francia. Figuriamoci se non si doveva trattare dl vera fame nel 1898 quando il prezzo del pane venne raddoppiato!

Ma se il pane divenne carissimo in Italia, perché prendersela col governo e coi municipi? Le folle furono guidate dall'intuito, che non le ingannò: le imposte dirette ed indirette di ogni genere che governo e municipi fanno gravare su di un quintale di pane, rappresentano il 42,85 del suo prezzo totale. (Giulio Fioretti, Pane, governo e tasse Napoli, L. Pierro, 1898)

Né si dica che questo abbandonarsi ai tumulti ed alle sommosse per il prezzo e per la scarsezza del pane, cui si riduce nella sua più semplice e genuina espressione il disagio economico, sia propria caratteristica degli italiani: i famosi anglosassoni subiscono la stessa influenza ed agiscono alla stessa guisa degli italiani quando stanno male economicamente. Uno dei protagonisti del cartismo, lo Stephens, diceva che il movimento non fu solo politico, ma fu soprattutto una questione di forchetta e coltello. E più di recente, celebrandosi il 60° anniversario del regno di Vittoria, un altro scrittore constatava: « John Bull al verde è il più persistente dei malcontenti e svolge principi politici - ma sempre con un occhio volto agli affari futuri. Ma quando è sazio di carne e di birra, ha poche idee e la sua soddisfazione è completa ».

Altri, riferendosi a questi avvenimenti del 1898 esclusivi dell'Italia, giustamente osserva: il nostro paese è assai sciagurato, è il solo in cui fenomeni economici comuni a tutta Europa abbiano una ripercussione così terribile; altrove, mali come questi si sopportano e si tollerano: da noi divengono insopportabili e intollerabili e provocano alla disperazione. Una crisi economica genera subito qui una grande miseria e la miseria genera un movimento tumultuario e folle che lungi dal diminuire il male, lo fa più acuto e lo aggrava di mille doppi; quale speranza di posare, di respirare, di risorgere possono nutrire regioni intere in cui la vita normale, il lavoro, i commerci sono sospesi? ».

Così il Deputato Oliva nel Corriere della Sera (1898 n. 122). Poteva aggiungere che tumulti per il pane non ce ne furono - almeno nelle proporzioni dell'Italia - nemmeno nei paesi, nei quali, sotto la pressione del forte rincarimento del prezzo dei cereali, i governi rifiutaronsi ad abolire, anche temporaneamente, il dazio doganale sui medesimi.

La ragione per cui una crisi economica comune a tutta l'Europa produce soltanto in Italia effetti che non produce altrove, è chiara, evidente e nota da alcuni anni: da noi questa crisi rappresenta la goccia, che fa traboccare il liquido dal vaso; non è una vera crisi, ma la fortissima riacutizzazione di una grave malattia cronica preesistente.

Di una condizione economica morbosa dell'Italia veramente eccezionale si conoscono da tempo gl'indici diretti ed indiretti - analfabetismo, delinquenza, contrazione di consumi, espropriazioni per inadempiuto pagamento di imposte, emigrazione, ecc., ecc. - e fu cecità dei nostri uomini di governo e delle nostre classi dirigenti il non avere tenuto conto degli ammonimenti severi ed inesorabili, che venivano fuori da tutte le pubblicazioni statistiche ufficiali del Comm. Bodio e dei loro illustratori.

Non c'era bisogno di attendere i tumulti di Sicilia del 1893-94, né quelli del resto d'Italia, per prevedere che ogni ulteriore aggravamento del disagio economico esistente - ogni altro accidente che presso popoli in condizioni normali sarebbe passato inosservato, fra noi avrebbe prodotto conseguenze gravi, che all'osservatore superficiale sarebbero sembrate sproporzionate alle cause.

I fatti recenti - tumulti di Sicilia, dei Castelli Romani, ecc. - aprivano gli occhi anche ai ciechi; figuriamoci a coloro che avevano scienza e coscienza delle vere condizioni economiche dell'Italia!
Egli è così che un conservatore liberale vero e sincero, quale il Marchese De Viti De Marco, nell'Ottobre 1897 spiegava col generale malessere economico quei fenomeni. E l'eminente professore dell'Università di Roma soggiungeva: « La politica del governo va in cerca dei sobillatori; invece è dessa che crea i pericoli ».
La miseria dei lavoratori era trovata eccessiva e tale da non trovare riscontro in Europa se non in Irlanda, sin da quando Stefano Jacini - quale sobillatore! - scriveva il prezioso Proemio all'Inchiesta agraria, D'allora ad oggi la situazione, specialmente pei contadini, è peggiorata.

Quale si era ridotta la situazione giova conoscerlo dalla confessione consacrata in un documento ufficiale ancora più prezioso del Proemio di Jacini. Eccolo: « Il progressivo e costante aumento dell'emigrazione che in un decennio ascende all'altissima cifra di 2.391.139, come si rileva dal prospetto qui unito desunto dall'annuario statistico del 1895, la permanenza delle cause che ingenerano le manifestazioni di questo fenomeno sociale, e cioè il malessere profondo che affligge l'economia nazionale, la depressione generale dell'agricoltura e dell'industria, dovuta a ragioni di concorrenza mondiale e alla mancanza di capitali disponibili a miti condizioni per l'insufficienza del risparmio nazionale, la miseria dolorosa di alcune popolazioni agricole, la sovrabbondanza di lavoratori avventizi ognor crescente di fronte allo estendersi dei latifondi, alla soppressione dei grandi lavori pubblici, l'aumento stesso troppo rapido della popolazione povera, sono fatti di così grave importanza etico-sociale, che esigono la più alta e profonda considerazione da parte del governo ».

Chi è dunque quest'altro pericoloso anarchico, meritevole del domicilio coatto, che denigra l'Italia in faccia al mondo? L'on. Di Rudinì. Col brano sopra riportato, comincia, infatti, la relazione al disegno di legge: Costituzione dei Comuni rurali e delle borgate autonome, presentato alla Camera dei Deputati nella seduta del 13 Aprile 1897...

Potrei centuplicare le citazioni delle previsioni e dei giudizi analoghi al precedente, se non temessi dl annoiare: ma non so resistere alla tentazione di riprodurre un brano di un discorso ispirato pronunziato da Giustino Fortunato in mezzo alla religiosa attenzione della Camera: « Io sono stato lungamente l'autunno scorso, diceva il rappresentante della Basilicata, in un angolo remoto del nostro Appennino, ove ho molto guardato intorno, molto osservato, molto ascoltato in tutte le classi sociali; ci sono tornato durante il periodo elettorale, e a me corre l'obbligo di dirvi che noi dormiamo sopra un vulcano! I lavoratori della terra nell'Italia meridionale, che nulla sanno di repubblica né di socialismo non hanno bisogno di essere agitati dalla propaganda dei partiti estremi perché essi sono già abbastanza agitati e sospinti alla disperazione per conto loro; i lavoratori della terra tacciono laggiù, perché credono di essere ancora deboli, ancora impotenti contro un ordine politico, la cui funzione principale è quella dell'esattore, la cui organizzazione tributaria rasenta il regime della confisca. Ma c'è nell'aria qualche cosa di quell'afa che annunzia e precede gli uragani, qualcosa, non so, come una tempesta sorda di odii e di rancori, che non può, a quanti aborrono, come io ne aborro, dalla violenza e dalla lotta di classe, non farci paventare e prevenire il pericolo. Il DISAGIO ECONOMICO; questa è la vera debolezza dell'Italia; questa la sola forza dei suoi nemici. E la scienza politica non è così miseramente superba, che debba, io credo, non solo rifiutare gli avvertimenti, ma sdegnare financo gli avvisi ».

Nelle parole di Giustino Fortunato che furono materialmente ascoltate con attenzione ed anche con emozione, c'è qualche cosa di fatidico; ma le parole non si tradussero in quella forza affettiva, che conduce all'azione; ed ebbero egual sorte di quelle pronunziate da me il 31 Gennaio 1893 all'indomani della strage di Caltavuturo.

Il discorso del Deputato di Melfi è del Maggio 1897, quando non era sopraggiunta e non era prevedibile la crisi eccezionale del pane, quando non erano scoppiati i moti dei Castelli Romani e meno ancora erano alle viste quelli delle Marche (Ancona, Sinigaglia, Macerata, ecc.); ma non c'era bisogno di questi ultimi svegliarini per sentire ch'era tempo ed era dovere di cittadino e di politico il dare il grido di allarme, perché la condizione generale, che andavasi maturando da un pezzo era evidentemente disastrosa.

La visione chiara di tale situazione non l'avevano soltanto gli studiosi solitari, che hanno agio di ricercare i dettagli e l'insieme ad una volta, ma s'imponeva anche agli uomini di governo ai quali spesso, per voler guardare lontano e nel complesso, sfugge la percezione esatta della realtà e non si accorgono delle piccole magagne, che, talora all'improvviso, fanno scoppiare una caldaia e con essa tutta la macchina dello Stato.

(da Napoleone Colajanni, L'Italia nel 1898. Tumulti e reazione (1898), Milano, Universale Economica, 1951)

 

 


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