Giuseppe Bottai

Rivoluzione francese e stato corporativo

(n.d.)

 



Nota

Questo testo di Giuseppe Bottai, ministro delle corporazioni, mette in luce come i princìpi della Rivoluzione francese siano anche i princìpi dello stato corporativo laddove l'individuo scompare, identificandosi con lo stato ("esistere nello Stato, con lo Stato, per lo Stato").
Correttamente, Bottai coglie il carattere totalitario e totalizzante della Rivoluzione francese di cui la rivoluzione fascista appare come la continuazione e il compimento.

 


 

I princìpi della Rivoluzione francese [ ... ] hanno avuto una formulazione che noi non possiamo accettare.
E difatti in questa formulazione è l'origine e la causa dell'aspetto, che noi consideriamo errato anche se storicamente necessario e inevitabile, preso nella storia moderna dal principio bandito dalla Rivoluzione dell' '89.

La formulazione della « Dichiarazione dei diritti dell'uomo » rispecchia, insieme, le ragioni storiche della Rivoluzione e le concezioni del giusnaturalismo allora imperanti nella dottrina e nella cultura.
Il diritto naturale, la libertà naturale, richiamati dalla « Dichiarazione dei diritti », vogliono affermare che i diritti dell'individuo sono indipendenti dallo Stato, non derivano dallo Stato; il quale non li pone in essere, ma li riconosce soltanto.

L 'art. 1 della Dichiarazione dice infatti: « Gli uomini nascono e vivono liberi ed uguali nei diritti »; e l'art. 2: « Il fine di ogni associazione politica è la conservazione dei diritti naturali e imprescrittibili dell'uomo. Questi diritti sono: la libertà, la proprietà, la sicurezza e la resistenza all'oppressione ».

Si afferma, dunque, la priorità del cittadino di fronte allo Stato; si affermano diritti del cittadino anteriori, idealmente e storicamente, allo Stato. Le libertà rivendicate dai princìpi dell' '89 sono libertà dallo Stato, hanno - e noi ne comprendiamo la ragione - un valore polemico e negativo nei confronti dello Stato assoluto.

Il pensiero scientifico del secolo diciannovesimo ha poi fatto ragione di questa concezione astratta e razionalista dell'individuo e del diritto, chiarendo come non sia concepibile un individuo prima dello Stato e un diritto senza un'organizzazione sociale, cioè senza un ordinamento giuridico, cioè senza uno Stato.

Ma intanto dilagavano nell'Europa e nel mondo i princìpi dell' '89, determinando un periodo di storia fra i più vivi e importanti dell'umanità, ma anche dando a quel periodo, nel tono della politica e degli ordinamenti costituzionali, lo stesso colore, facendo concepire a tutti quella libertà che tiene conto soltanto dei cittadini e non anche dello Stato, facendo, anzi, concepire la libertà dei cittadini come un'ostilità verso lo Stato, una gelosa difesa e affermazione dell'indipendenza dallo Stato.
È il colore di tutti gli ordinamenti costituzionali moderni, modellati sulle primissime costituzioni statuite sotto la diretta influenza della «Dichiarazione dei diritti», e strappate dai popoli ai monarchi appunto per la diffusione dei princìpi dell' '89.

E ne è conseguito il feticismo per le carte costituzionali, [ ... ] il feticismo per le guarentigie della libertà, per la divisione dei poteri. Istituzioni tutte giustificate, allora, quando si dovevano porre limiti materiali e difficoltà pratiche al prepotere e all'arbitrio dell'autorità, ma che erano superflue, quando poi erano diventate coscienza giuridica universalmente sentita e costume politico che nessuno più avrebbe ostacolato, diventati presupposto comune di tutti i partiti.

Tutte le organizzazioni politiche, tutti gli ordinamenti statali di tipo liberale hanno questo vizio d'origine: di presupporre allo Stato l'individuo, e di considerare l'ordine giuridico non come la forma in cui si realizza la vita dell'uomo sociale, la forma nella quale l'individuo celebra la sua essenza di uomo sociale, ma come il sistema dei limiti che difendono il cittadino dallo Stato. E perciò che lo Stato liberale è andato degenerando in una atomistica astratta democrazia, astratta perché poggiante su astratti individui; è perciò che, non ostante l'arricchimento e il complicarsi della vita sociale, sempre più piena e complessa, lo Stato restava immobile e lontano, per non invadere la vita dei singoli.

Ma il semplicismo delle concezioni dell' '89, come non impedì affatto che queste concezioni si affermassero nella vita storica e costituissero il lievito di tanta storia, pur avendo provocato un'organizzazione politica e giuridica fatalmente destinata ad essere corretta e richiamata ai princìpi, così non deve farci misconoscere le intuizioni ben diversamente fondate e realistiche che venivano alla luce sotto quella formulazione ingenua e scientificamente inadeguata.

Noi non possiamo fare a meno di riconoscere che la Rivoluzione francese è veramente uno dei massimi avvenimenti della storia dell'umanità, perché è il riversarsi nella storia dello spirito moderno che conquista la propria autonomia e l'afferma dinanzi al mondo. Lo spirito moderno, che acquista consapevolezza della propria potenza creatrice, della propria assoluta libertà, del proprio assoluto valore, e si vuole rendere ragione criticamente di tutto e vuole costruire da sé la propria storia, non poteva tardare ad abbattere le vecchie impalcature e ordinare la società secondo i nuovi valori.
La Rivoluzione francese è tutto questo, e negare o irridere è vano. [ . . . ] Noi possiamo riconoscere il grande valore ideale che nella storia moderna ha la Rivoluzione francese.

Riconoscerlo per domandare poi subito allo Stato liberale come ha amministrato questo patrimonio ideale, come ha attuato il princìpio del quale si attribuiva la potenza distruttrice. Noi sappiamo già che lo Stato liberale ha lasciato disperdere il vigore costruttivo della concezione fondamentale della Rivoluzione, secondo la quale il cittadino è padrone del proprio destino e costruisce la propria vita sociale, cioè la propria organizzazione statale.

Evidentemente lo Stato liberale-democratico della storia moderna ha rappresentato uno stadio per il quale doveva necessariamente passare la concezione politico-giuridica della Rivoluzione. Ma noi possiamo affermare che codesto Stato liberale-democratico è una deviazione, non è ancora l'attuazione di questa concezione; è una deviazione causata dal modo in cui sono apparsi e hanno valso nella storia i princìpi nuovi, dall'impronta giusnaturalistica astratta che essi hanno avuta.

Ma quella che è stata detta la « conquista » della coscienza moderna, è davvero una conquista, se consiste nella costruzione che l'individuo fa nella propria coscienza ponendo in essere lo Stato. Il significato storico della Rivoluzione francese è proprio la costituzione dello Stato che larghi strati di cittadini sentivano nella propria coscienza. La libertà che i rivoluzionari rivendicavano non voleva essere un mero punto d'arrivo nel quale fermarsi per godere una nullistica facoltà di agire a proprio piacere, ma proprio la conquista della possibilità di darsi una forma, di darsi una legge, di farsi il proprio Stato, di farsi Stato. E il profondo significato della Rivoluzione è proprio questo: l'individuo vuole diventare Stato, afferma la propria capacità a costituirsi come Stato.

Ma questo non significa, certo, accamparsi ai margini di un ente isolato e impotente, secondo l'aspetto che il liberalismo dà al suo Stato, ma significa anzi per l'individuo darsi tutto per quest'opera, realizzarsi nella forma statale, identificarsi con lo Stato, esistere nello Stato, con lo Stato, per lo Stato.

Il liberalismo è, dunque, uno stadio forse necessario e inevitabile, ma certo non può essere lo stadio d'arrivo, di completa realizzazione dei princìpi dell' '89.
La strada che lo spirito moderno ha iniziata affermando questi princìpi deve essere percorsa fino in fondo, per attuare tutto il loro vigore e realizzare tutto il loro significato. L'individuo è padrone della sua storia e autore dello Stato, e deve coincidere completamente con esso: non più sottoposto ad un potere eteronomo, non più soggetto passivo di uno stato estraneo e perciò despota, deve, una volta costituito il proprio Stato, realizzarsi tutto in esso e coincidere come con la sua forma.

La conclusione e la soluzione esauriente dei princìpi dell' '89 è dunque uno Stato in cui si realizzi davvero e completamente tutta la vita del cittadino, in cui il cittadino trovi e componga davvero la sua personalità morale, in cui trovi una regolamentazione effettiva e totale della sua vita.

Lo Stato liberale è una forma vuota che non serve al cittadino. Questo ha affermato, invece, come proiezione della sua coscienza autonoma e padrona di sé, uno Stato che sia la sua forma sostanziale, uno Stato che sia lo strumento e la meta, al tempo stesso, della sua vita storica.
Ma questo è lo Stato che il Fascismo ha concepito e attuato; lo Stato Corporativo, che è, dunque, davvero, lo sbocco fatale della storia moderna, la forma che, sola, possa racchiudere la vita moderna.

Non sembri paradossale o sforzata la conclusione a cui un sereno esame della storia moderna ci conduce. Lo Stato Corporativo, lo abbiamo dichiarato più volte, è la sola soluzione dei problemi della vita contemporanea, e la forma verso cui anela la sostanza sociale del mondo moderno; esso deve, dunque, fatalmente essere l'erede e l'assuntore di tutta la storia moderna che nel suo tono politico e negli ordinamenti giuridici è una conseguenza della Rivoluzione francese.

(G. Bottai, Scritti, Bologna, 1965)

 

 


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