Giuseppe Bottai

Diario
(Vent'anni e un giorno)

(1949)

 



Nota

Giuseppe Bottai, ministro dell'educazione nazionale (tra le altre sue cariche) riflette (1949) sul ventennio e sulla contrapposizione destra-sinistra. Si rende conto che ciò che gli uni e gli altri volevano e vogliono è uno stato forte; a questo punto il dualismo scompare, almeno nei fatti, e ciò che rimane è il puro e semplice statismo, in cui tutti i partiti e movimenti politici si trovano accomunati.

 


 

Destra e Sinistra

 

Più si medita sul corso della storia che abbiamo vissuta, e sul probabile corso di quella in atto, e più s'avverte la fallacia di certi schemi mentali che non hanno se non un valore approssimativo, d'indagine.
Noi vediamo, in effetti, movimenti politici pronunciatisi all'estrema sinistra procedere giorno per giorno verso destra: e ciò senza tradire l'essenza delle loro dottrine sociali ed economiche, nelle loro ultime finalità. Gli è che queste, per catalizzarsi e «tenere», debbono sul terreno politico accettare e assimilare molti dei metodi d'una prassi tipica delle destre: lo stato forte, l'esecutivo accentrato ed efficace, le libertà strettamente regolate, in ispecie nelle classiche forme del diritto d'opinione, di stampa e di riunione, l'iniziativa economica controllata o assorbita dall'amministrazione pubblica, la potente organizzazione della polizia e delle forze armate, la politica d'espansione e di prestigio, le zone di sicurezza e d'influenza; e si potrebbe seguitare.

Cessano con questo, i regimi, che in siffatto modo si sono costituiti o si costituiscono, d'essere dei regimi di sinistra?
Errerebbe chi alla brava lo credesse.
Essi fanno ricorso, almeno provvisorio, alla forza delle teorie politiche di destra, per assicurare il trionfo di sistemi sociali ed economici di sinistra. È un caso, questo, in cui la destra sa quel che vuole e fa la sinistra: e il De Maistre delle Soirées de Saint-Petersbourg sorride d'intesa, se non a Lenin, a Stalin.

È possibile, per converso, immaginare movimenti politici sorti all'estrema destra deviare di fase in fase verso sinistra. Anche in questo caso senza alcun fraintendimento della loro dottrina politicamente sostanziale.
Tale era il corso del Fascismo (aggiungiamo un aggettivo: italiano, per non incorrere negli equivoci dei « fascismi » troppo di leggieri assimilati).
Lo Stato, che le destre vogliono forte, non può essere, e soprattutto non può mantenersi, tale, se non identificandosi con la società del suo tempo, quale è, con le forze, appunto che il processo economico sprigiona dalla concreta realtà. E poiché questa poggia o va a sinistra, verso un'economia di massa, collettiva, lo Stato, accettandola e facendola costituzionalmente sua, non ristà dall'essere forte, anzi centuplica la sua forza; rimane cioè, uno Stato di destra con una struttura economica e sociale di sinistra.

I punti di partenza possono essere agli estremi, ma da questi la realtà dei regimi del nostro tempo muove verso un punto intermedio d'incontro. Dunque, si potrà obiettare, un compromesso, un ibrido di statalismo e di socialismo, una sorta di bastardo miscuglio.
Ma questa non è obbiezione dirimente, perché la storia si realizza come vuole; e i suoi «compromessi», quelli che noi chiamiamo compromessi, corrispondono spesso ai suoi più fecondi sviluppi: sono, per avventura, gl'innesti di prodigiose fioriture.
Eppoi, c'è dell'altro. C'è che non è indifferente che il moto a un'organizzazione sociale dell'economia si parta da destra o da sinistra. Vi sono in ogni dottrina dei valori che non si perdono per via, qualunque sia l'itinerario della loro realizzazione; dei valori più alti delle forme istituzionali, sociali, economiche, in cui essa s'avvera. Sono i valori del clima spirituale e morale che la portò a maturazione, della storia stessa che la generò. Quei valori che, tutt'insieme, sono come l'«aura» della dottrina, la sua giustificazione religiosa, per cui gli uomini accettano di vivere e morire. Diremmo: la «plus-dottrina». Quante volte, nei secoli, regimi «uguali» non si sono scontrati per questo «plus?». Assolutismi contro assolutismi, repubbliche contro repubbliche, democrazie contro democrazie. (I cattolici, sia detto solo tra parentesi e a mo' d'esempio, che oggi, e non ve n'è solo tra i laici o negli ultimi ranghi della gerarchia ecclesiastica, cercano di «comprendere» il socialismo, anche nelle sue istanze estreme, affrontano di certo un compito arduo e ingrato; ma, nella misura in cui restano rigorosamente cattolici, compiono un nobile sperimento: quello di dare un contenuto cristiano alla nuova realtà politica e sociale).

La validità storica del Fascismo risiedeva, per l'appunto, in ciò: nell'opporre a un socialismo germogliato da una filosofia materialistica, un socialismo scaturito da una filosofia spiritualistica. Era, sul piano spirituale e religioso, l'antitesi d'una tesi accolta sul piano economico e sociale. In questo, e soltanto in questo, antisocialismo o, se si vuole, anticomunismo.
Che nel Fascismo si fossero cacciati antisocialisti d'altra lega, delle padronali leghe antibolsceviche, non si negherà da parte di chi li abbia costantemente avversati, spronando a un libero e coerente sviluppo del corporativismo. Ma ciò non vale a misconoscerne il genuino carattere, almeno in sede storica.

 

 


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