Gian Piero de Bellis

Perché lo stato è spacciato

(Dicembre 2013)

 


 

In un celebre passaggio della Miseria della Filosofia (1847) Karl Marx fa la seguente affermazione: “Il mulino a braccia vi darà la società feudale, e il mulino a vapore la società col capitalista industriale.”

Forse ad alcuni questa relazione può apparire un po’ troppo determinista e meccanicista. Quello che comunque importa sottolineare è il fatto che, a un certo stadio di sviluppo delle forze produttive corrispondono, grosso modo, determinati rapporti sociali e di produzione. Questo è il nucleo centrale del pensiero di Marx ed Engels.
Tutto sommato si tratta di una constatazione abbastanza banale a cui però non viene prestata la dovuta attenzione da parte di coloro che poi si stupiscono che un sommovimento sociale abbia avuto luogo.

Prendiamo ad esempio, il crollo del muro di Berlino e la fine dell’Unione Sovietica.
Mentre moltissimi sono stati colti del tutto di sorpresa da questi fatti per loro assolutamente imprevedibili, studenti e docenti in una Università Americana organizzavano seminari sul tema della caduta del muro e alcuni autori scrivevano libri sulla fine dell’Unione Sovietica (Andrei Amalrik, 1970; Emmanuel Todd, 1976)

Per cui, in presenza di notevoli cambiamenti tecnologici, come se ne sono avuti negli ultimi 50 anni (automazione, miniaturizzazione e nanotecnologie, biotecnologie, tecnologie dell’informazione e della comunicazione, ecc.) pensare che nulla possa o debba cambiare sotto l’aspetto istituzionale, è davvero vivere con gli occhi chiusi e il cervello spento.

È vero che tutto intorno a noi sta cambiando, fatta eccezione delle istituzioni politiche che sono ferme a cento anni fa, allo scoppio della prima guerra mondiale.
Ma, proprio per questo, è facilmente prevedibile che il prossimo cambiamento radicale riguarderà la forma organizzativa nota sotto il nome di stato nazionale territoriale.
Questo perché le forze sociali, che sono state generate dai cambiamenti tecnologici, non possono più essere contenute dai rapporti statuali (nazionali, territoriali) propri di almeno un secolo fa.

Tre cambiamenti stanno avvenendo davanti ai nostri occhi:

  1. Dalle masse agli individui. I cambiamenti tecnologici, a partire almeno dagli anni ’70, hanno messo nelle mani degli individui un potere enorme che consente, attualmente, esperienze di comunicazione, produzione, scambio, tra singoli a livello mondiale, che erano impossibili e impensabili nell’epoca del gigantismo industriale e del centralismo statale. 
  2. Dalla uniformità alla varietà. L’involucro asfissiante della cultura nazionale, burocratizzata e standardizzata, sta esplodendo, a vantaggio di una pluralità di forme sociali e culturali, e di produzione di beni e servizi ritagliati sull’individuo (customization). Mentre una volta il modello T dell’auto Ford era disponibile in qualsiasi colore basta che fosse nero, adesso la stampante 3D permette di produrre un oggetto diverso dall’altro basta che uno lo abbia ideato e disegnato.  
  3. Dal lavoro dipendente alle attività autonome. Lo stato, nelle due versioni  capitalista o socialista, si basava sul lavoro dipendente delle grandi masse all'interno di grandi organizzazioni. Adesso queste organizzazioni, come le grandi imprese, si sono ristrette sempre più; le espressioni più dinamiche dal punto di vista sociale ed economico sono il frutto di individui che le propongono e le realizzano in maniera autonoma, e a cui poi altri individui si associano per utilizzarle, svilupparle, sostenerle (crowdfunding, collaborative consumption, strumenti alternativi di pagamento, ecc.).

Con la fine del XX secolo ci siamo lasciati alle spalle:

  1. lo stato nazionale territoriale
  2. il socialismo burocratico da caserma
  3. il capitalismo corporativo padronale.

Questi fenomeni sono ancora tra noi, ma sono culturalmente morti o praticamente in stato di disfacimento. Riproporli ed estenderne la durata di vita richiederebbe la capacità, da parte dei vecchi gruppi al potere, di fare terra bruciata e di arrestare qualsiasi progresso tecnologico e culturale.

Molto più probabile è invece il tentativo, da parte dei gruppi dirigenti, di risolvere la crisi dello stato nazionale territoriale, schiacciato da spinte che provengono dall’alto (organismi sovranazionali) e dal basso (organismi locali), con la formazione di:

  1. uno stato sovranazionale europeo (macro-territorialismo)
  2. decine se non centinaia di staterelli locali (micro-territorialismo).

Queste sono due risposte possibili al fatto che lo stato nazionale è spacciato. Purtroppo sono entrambe risposte vecchio stile, che cercano di salvare il monopolio di potere dei gruppi dirigenti, concentrandolo (dandogli più forza) o disperdendolo (dandogli più flessibilità). Invece, la fine dello stato territoriale deve significare la fine di qualsiasi monopolio, e soprattutto di quello politico, che obbliga tutte le persone che vivono in un certo territorio a porsi sotto il controllo e la tutela di un potere dominante ed esclusivo.

E questo è qualcosa non più accettabile né sostenibile.
In passato le persone si sono rifiutate di accettare la religione imposta dal re o dal feudatario locale; adesso le persone, sempre più, stanno arrivando a capire che non solo non è loro interesse accettare la religione politica imposta dal potere laico, ma che ne possono benissimo fare a meno perché beni e servizi che agevolano l'esistenza personale e i rapporti sociali sono il prodotto di individui e gruppi che con lo stato non hanno nulla a che vedere. Anzi, meno sono vincolati dallo stato e meglio sono i prodotti e servizi (più a buon mercato, più efficienti, ecc.) di cui le persone hanno bisogno.

Quello che occorre è continuare sulla strada del progresso tecnologico e culturale.

Poi, compito degli storici del futuro sarà di decidere in quale momento lo stato nazionale ha cessato di esistere ed è stato rimpiazzato da individui liberi e comunità volontarie.

A noi spetta il compito di diventare individui liberi e di dar vita alle nostre comunità volontarie.

 


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